Siria: tutte le opzioni sul 'tavolo di Tunisi'
L’assedio di Homs e il rapporto Onu sui “crimini contro l'umanità” hanno provocato una nuova ondata di sdegno in tutto il mondo, proprio alla vigilia dell’incontro di Tunisi. Ma le divisioni in seno al Cns e lo spettro di un 'altro Iraq' inquietano anche le cancellerie europee.
di Francesca Manfroni
L’assedio di Homs ha provocato una nuova ondata di sdegno in tutto il mondo, proprio alla vigilia dell’incontro degli “Amici della Siria” in programma oggi a Tunisi.
Ma l’indignazione della comunità internazionale è stata alimentata anche dal rapporto presentato dalle Nazioni sui “crimini contro l'umanità” di cui si sarebbe macchiato il presidente Bashar al-Assad e suoi più alti funzionari.
L’Onu denuncia la presenza di “cecchini dell'esercito e di altri uomini armati (Shabbiha) inviati in punti strategici per terrorizzare la popolazione e per uccidere bambini (500), donne e altri civili disarmati”.
Inoltre le agenzie di sicurezza siriane “avrebbero continuato ad arrestare sistematicamente i pazienti feriti negli ospedali pubblici e a interrogarli, spesso usando la tortura, rispetto alla loro presunta partecipazione a manifestazioni o attività di opposizione armata”.
Il rapporto ammette le violenze perpetrate anche sul fronte dei ribelli, che avrebbero commesso torture ed esecuzioni extra-giudiziarie, sebbene tali violazioni non siano “paragonabili, per dimensioni e organizzazione” agli abusi commessi dagli uomini di Assad.
Ma mentre i diplomatici provenienti da circa 80 paesi stanno convergendo verso il Nord Africa, l'opposizione ad Assad appare sempre meno coesa.
A quasi un anno dall’inizio della rivolta, il fronte che vorrebbe la fine dell’attuale regime svela tutta la sua litigiosità e diversità di vedute, ragione per cui finora i governi occidentali ed arabi avrebbero esitato a riconoscere il Consiglio nazionale siriano come “governo in esilio”.
Le spaccature tra i rappresentanti dell’opposizione siriana sarebbero emerse con forza anche la scorsa settimana, quando 10 membri del comitato esecutivo si sono incontrati all'Hotel Four Seasons di Doha, in Qatar.
Ma il segretario di Stato Usa avrebbe deciso di spingere comunque nella direzione del riconoscimento del Consiglio nazionale siriano: “Avrà un posto a tavola (nell'incontro di Tunisi, ndr) come rappresentante del popolo siriano”, ha detto la signora Hillary Clinton, commentando la riunione di oggi.
Ma i timori di ‘un altro Iraq’ si fanno sempre più concreti. L'America torna infatti a invocare lo spettro delle "armi chimiche e dell’infiltrazione dei miliziani di Al Qaeda".
Ciononostante l’intervento militare continua a essere l’ultima opzione per molti dei ministri degli Esteri europei, partendo dal britannico William Hague, che proprio ieri ha riaffermato le sue riserve rispetto alla possibilità di ripetere lo scenario libico.
“La Siria confina con Libano, Israele, Giordania, Turchia e Iraq - quello che accade qui ha un effetto su tutti questi paesi e le conseguenze di ogni intervento esterno sono molto più difficili da prevedere”.
E allora?
Oggi il Guardian propone una lista di tutte le iniziative che potrebbero essere vagliate durante l’incontro in programma a Tunisi.
1. L'intervento militare
A favore: Assad finora sembra immune alle pressioni diplomatiche volte a costringerlo a cedere il potere al suo vice e a fermare la brutale repressione contro chi si oppone al suo governo. Attacchi militari potrebbero colpire i carri armati che stanno causando decine di morti ad Homs.
Contro: Molti gruppi dell'opposizione sono contrari agli attacchi aerei, senza contare che Assad può contare ancora su alleati potenti come la Russia e l'Iran, e un'azione militare che non incontri il loro consenso potrebbe innescare un conflitto più ampio che destabilizzerebbe anche l'Iraq e il Libano.
2. Armare i ribelli
A favore: Dare armi ai ribelli consentirebbe di aggirare il campo minato di un intervento militare diretto.
Contro: Oltre alle divisioni in seno all’opposizione, ci sarebbero prove dell’infiltrazione di estremisti islamici tra le fila dei ribelli siriani.
3. Corridoio umanitario
A favore: Un cessate il fuoco temporaneo e la creazione di un corridoio umanitario consentirebbe ai soccorritori di raggiungere le aree più colpite, come Homs, facilitando l'evacuazione dei feriti.
Contro: Se Assad dovesse rifiutare il cessate il fuoco gli operatori umanitari sarebbero esposti a gravi pericoli.
4. Più sanzioni economiche
A favore: Molti analisti sostengono che grazie all’embargo sul petrolio, la classe media e imprenditoriale del paese si rivolterà ad Assad. Secondo quanto rivelato da un diplomatico occidentale le riserve in valuta estera del regime svaniranno nel giro di tre-cinque mesi.
Contro: Altre eventuali sanzioni potrebbero danneggiare ulteriormente il popolo siriano, già colpito da un'inflazione galoppante e da interruzioni di corrente quotidiane. Altre migliaia di civili potrebbe morire prima che le sanzioni entrino in vigore e producano i loro effetti.

Ieri ad Homs sono morti tre giornalisti. Negli Usa cresce la fronda interventista, mentre Russia e Cina continuano a 'battere' le vie diplomatiche occidentali per precisare le proprie ragioni, con l’Assemblea Onu che condanna Damasco per violazione dei diritti umani. Venerdì s'incontreranno gli “Amici della Siria” e domenica è atteso il referendum popolare sulla nuova Costituzione.
Cina e Russia mantengono le promesse e pongono il veto alla risoluzione Onu disegnata da Stati Uniti e Lega Araba per porre fine alla crisi siriana. Il giorno precedente il voto, la città di Homs è stata scenario dell'ennesimo massacro di civili. Mentre le accuse occidentali cadono tutte su Assad, Pechino e Mosca denunciano: "troppo poco si dibatte sulla ragione dell'interesse occidentale".
Cari amici, scrittori e giornalisti del mondo intero, in particolare di Cina e Russia, ci tengo a informarvi che il mio popolo è esposto a un genocidio. So che la scrittura è impotente e nuda dinnazi a cannoni, carriarmati e missili russi che bombardano le nostre città e i nostri civili, ma non ho alcuna voglia che anche il vostro silenzio sia complice della morte del mio popolo.
Premesso che il veto in Consiglio di sicurezza Onu rappresenta per chi ne gode un diritto (per quanto criticabile), anche quando usato da paesi diversi dagli Usa, la natura del dibattito internazionale attorno alla questione siriana non va cercata negli ipotetici cavilli presenti nella risoluzione che scontenta Mosca, quanto piuttosto nella ratio alla base dell'apparente fermezza della posizione russa, nonché della fretta e della convinzione occidentale.
La Lega Araba decide di prolungare per un secondo mese la missione in territorio siriano. Non tutti accettano, e il gruppo si spezza. La Russia (a cui fa eco la Cina) garantisce ferma opposizione al "progetto occidentale di invasione" e l'Inghilterra chiede un intervento immediato. Intanto l'opposizione siriana appare più eterogenea di quello che potrebbe sembrare.
Dopo il terzo grave attentato in cui ha perso la vita il cronista francese Gilles Jacquier, decifrare la situazione siriana è ancor più complesso. L'Onu denuncia più di 5 mila vittime civili e vota risoluzioni non vincolanti, la Lega araba avvia la tanto richiesta indagine sul campo, Damasco persevera nell'additare un 'complotto occidentale', e il Syrian National Council (Snc) si mette in mostra e parla di una no-fly zone più morbida.
Human rights watch chiede che le violazioni dei diritti umani in Siria siano portate di fronte la Corte criminale internazionale. Ma avverte: d'ora in poi c'è il "rischio” che ampi segmenti del movimento di protesta possano armarsi in risposta agli attacchi delle forze di sicurezza o delle milizie pro-governative, conosciute come Shabeeha.
Il dato di fatto è semplicemente uno. Nonostante i richiami e le sanzioni, nonostante i morti e i feriti che sembrano crescere con il passare dei giorni, nonostante tutto Bashar al-Assad è ancora al potere. Lo hanno dato per spacciato più di una volta durante l'anno e specialmente in questi ultimi mesi. E invece no. Il secondo figlio di Hafez al-Assad resiste. Ancora.
“Come i poeti proverò a scappare, a evadere da una prigione, a fare della strada su cui fuggo la vostra via e a portarvi con me alla meta” (Voci di anime – S. H.). Shady Hamadi è nato il 23 maggio 1988 a Milano, da padre siriano e madre italiana. Scrittore giovanissimo, è figlio di un dissidente politico torturato ed esiliato.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
Un partita di dispositivi per il monitoraggio del web, di origine statunitense e destinata all’Iraq, sembra essere finita nelle mani del governo siriano, che li starebbe usando per controllare ed intercettare attività antigovernative.
Secondo le stime dell'Onu, al termine dei primi otto mesi di rivolte, le vittime in Siria sfonderebbero quota 4 mila. L'Europa vara ennesime sanzioni economiche, mentre la Lega rilancia i provvedimenti già presi e la Turchia dopo tanta titubanza ne annuncia di propri. Lo scenario resta però intricato.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
Intervista a Wasim Dahmash*. Il professore dichiara: “In Siria, il movimento di protesta non è una creazione degli americani o degli israeliani. La teoria del complotto non sta in piedi”. E soprattutto spiega perché la repressione va avanti da così tanto tempo. C'entra anche la Nato.
La Siria non ha bisogno che qualcuno la spinga nel baratro della guerra civile, come sta facendo la Lega araba. In prima fila, il Qatar e l'Arabia Saudita, 'i falchi' del Golfo, mentre la Giordania sembra temere lo spettro di un devastante conflitto regionale.