Siria: tra resistenza e guerra civile, il primo passo a Rastan
Una resistenza a perdere o l'inizio di una guerra civile 'alla libica'? Gli eventi in Siria stanno precipitando. Rastan è stata la prima città a resistere al fuoco delle truppe governative, per cinque giorni.
di Angela Zurzolo
La città di Rastan non ci sta più al massacro passivo e nel trentunesimo venerdì di protesta, in Siria, si è fatta trovare in armi. A cercare di impedire l'entrata in città dei 250 carri armati e mezzi blindati che si sono schierati sul suo territorio martedì, c'erano almeno mille disertori dell'esercito.
Si tratta del primo episodio di resistenza prolungata agli attacchi del regime di Bashar Al Assad, 'l'odiato' presidente siriano. Secondo alcune notizie, però, dopo cinque giorni di assedio, Rastan, la prima città a rispondere al fuoco, è stata messa in ginocchio dalle forze militari governative e il controllo della zona centrale sarebbe ora finito in mano al governo.
"Calma e sicurezza sono tornati a Rastan dopo l'intervento delle forze di polizia con le unità dell'esercito che si sono confrontate con i gruppi terroristici che hanno terrorizzato gli abitanti", riporta l'agenzia di informazioni di Stato.
Ma del teatro di violenze che l'esercito si è lasciato dietro dopo questi giorni di scontri, non si sa ancora molto. Interrotte tutte le comunicazioni con la città, che si trova a circa 180 km da Damasco, a nord di Homs, e che conta quaranta mila abitanti.
La tv Al-Ekhbaria sostiene che siano state confiscate molte armi e che centoquaranta persone siano state arrestate, inclusi alcuni leader della formazione militare che si è proclamata negli scorsi mesi come 'Libero Esercito Siriano'.
Nato pochi giorni fa, questa formazione armata di dissidenti è composta prevalentemente da ex militari e, dando l'annuncio ufficiale della sua esistenza, ha anche dato il via ad una nuova fase della rivolta. Ora, con Rastan, anche alla prima e più grossa azione.
L'Agenzia di stampa di Stato - Sana - riporta l'uccisione di sette soldati e il ferimento di altri trentadue, mentre parla di "grosse perdite inflitte ai gruppi terroristici armati", nome con il quale usualmente vengono chiamati i cittadini che hanno scelto la via della resistenza armata al massacro attuato ormai da sei mesi sui manifestanti.
Un ufficiale dell'esercito ha dichiarato che questi uomini armati avrebbero "terrorizzato i cittadini, bloccato le strade, creato barricate e usato esplosivo". Cittadini terrorizzati dai terroristi.
Eppure nell'immaginario comune Rastan è già diventata "la roccaforte della sfida", "la città che rovescerà il governo di Assad", così inneggiano gli slogan apparsi, in questi giorni, nei quartieri di Damasco, ad Hajar Aswad e Qadam.
Tante e tristi, le speranze riposte in questo primo gruppo di ribelli armati che non hanno potuto che portare avanti una resistenza a perdere, contro quei soldati protetti dai loro carri armati di roccia, pronti alle loro raffiche di mitragliatrice.
Intanto, Rastan, la città dalla quale l'esercito traeva la maggior parte delle sue reclute sunnite e che oggi è la città dalla quale si è avuto il maggior numero di defezioni, sembrerebbe essere caduta.
Anche se non è stata la sola a cercare di rispondere all'attacco: a condividere lo stesso tentativo disperato, anche la regione di Jabal Al Zawiyah, nel nord della provincia Idlib. Nella provincia di Hama, sono stati uccisi cinque civili negli scontri tra lealisti e disertori, mentre sei militari sono stati uccisi nel villaggio di Kafar Zita.
Secondo gli inquietanti sospetti di Avaaz, organizzazione umanitaria internazionale, su Rastan sarebbero stati usati anche jet per bombardare la città - che, secondo testimonianze riportate anche dall'Indipendent, avrebbero persino lanciato gas velenosi. Si parla poi di elicotteri che volano sopra la città di Rastan.In un rapporto, il governo ha smentito.
Tutti sembrano volgere lo sguardo all'Occidente e alla Libia, aspettandosi aiuto e quella no-fly zone così tanto invocata dalla gente comune. La comunità internazionale riunita a New York, però, si è dovuta fermare più volte di fronte alla Russia, alla Cina, ma anche alle resistenze di India, Sud Africa e Brasile, che continuano ad ostacolare l'attuazione di sanzioni reali ed efficaci nei confronti del presidente Bashar Al Assad.
Il documento presentato al consiglio di Sicurezza dell'Onu da Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo, è così "debole da non presentare nel suo testo nemmeno le parole Corte criminale internazionale e embargo di armi", come ha fatto notare Wissam Tarif, direttore esecutivo dell'organizzazione per i diritti umani Insan.
Dalla piazza la gente accusa Mosca di lasciarli morire, mentre il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha escluso ogni possibilità di intervento militare in Siria, "perchè l'Alleanza non ha il sostegno di un mandato del consiglio di sicurezza dell'Onu".
Nel frattempo, di fronte ad alcuni movimenti che iniziano ad armarsi e all'annuncio della formazione del primo Libero esercito siriano, formato prevalentemente da ex militari, crescono le paure delle minoranze religiose nel paese.
Del resto, il Consiglio di transizione siriano, tramite le parole del portavoce Basma Qoudmani, ha recentemente annunciato il desiderio di coinvolgere i Fratelli Musulmani, il cui movimento era stato represso dal clan baathista degli Assad già nel 1963.
Le armi in mano al popolo siriano fanno paura e intimidiscono in particolar modo i cristiani maroniti, il cui Patriarca, Monsignor Samir Mazloum, sostiene che il partito dei Fratelli Musulmani sia "molto forte e ben preparato a prendere il potere" e ad imporre la legge coranica a tutti, rendendo così i cristiani maroniti "cittadini di seconda categoria".
Certo è che la maggioranza sunnita, in questi anni di potere da parte della minoranza alawita, non ha certo viaggiato in prima. Se tra l'esercito c'è qualcuno che si rende conto e diserta, Monsignor Beshara Rai ha invece ritenuto importante esprimere la sua preoccupazione per la minoranza cristiana al presidente francese Nicolas Sarkozy.
Il Patriarca Younan accusando i gruppi armati tra i manifestanti, ha poi insinuato: "Vi siete chiesti come mai tutte le manifestazioni avvengano proprio di venerdì all’uscita delle moschee? C’è qualcosa che non va in questa tempistica. Ci sono alcuni che proclamano che a causa dei regimi totalitari non sono rimaste che le moschee dove "verità, diritti umani e giustizia sono stati risparmiati!".
È evidente che c’è qualcuno che è istigato da chi predica nelle moschee. Anche i dati sulle vittime sono discordanti. Si parlava già tre mesi fa di 2000 morti ed ora, dopo sei mesi, si stimano più di 1800 cadaveri, compresi 500 soldati uccisi".
In seno al popolo che manifesta e che continua per la maggior parte a rimanere pacifico ed inerme sotto il fuoco del governo, ci potranno anche essere divisioni confessionali, dissidenti con idee pericolose, ma, prima di tutto, ci sono degli uomini sconvolti dal massacro e dalle torture, dalle perdite di vite umane e dalla violenza, causata dal presidente. Ed è questa la miccia più pericolosa che è stata accesa in seno al popolo siriano e che lascerà un segno molto profondo.
Nonostante le previsioni del portavoce del dipartimento di Stato Usa, Mark Toner, secondo il quale "con questa repressione così aspra e violenta non c'è da sorprendersi se il movimento di protesta pacifico si tramuterà in un movimento violento", non sembra essere arrivato ancora il tempo della vendetta.
Il popolo siriano è ancora troppo impegnato a difendersi. A cercare di rimuovere il trauma della carneficina in atto.
Venerdì scorso, decine di migliaia di manifestanti hanno affrontato di nuovo a gran voce l'esercito, rivendicando diritti democratici. I soldati sparavano ad altezza d'uomo. Decine di feriti e trenta morti, ancora martiri portati in spalla nei cortei funebri, ancora notizie di inumane violazioni dei diritti umani perpetrati su giovani e innocenti.
I gruppi di ribelli armati riusciranno ad innescare una guerra civile ed organizzare una resistenza capace di rovesciare gli Assad da Damasco, oppure riusciranno solo a legittimare un'ulteriore e più forte repressione?
Dopo Rastan, il centro più agguerrito, che cova rabbia e si organizza per reagire, sembrerebbe esserci Homs. Da questa città, la terza tra le più grandi della Siria, ci si potrebbe aspettare una mossa determinata e coraggiosa contro il regime.
3 ottobre 2011
photo by Tim Simpson on flickr
