Siria: ma cosa hanno visto davvero gli osservatori della Lega Araba?
All’indomani del secondo veto, da parte di Cina e Russia, sulla proposta di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu contro il governo di Bashar Assad, ecco una sintesi del rapporto della missione di osservatori inviati dalla Lega Araba, tra il 24 dicembre 2011 e il 18 gennaio 2012.
La relazione, in realtà, è firmata dal capo della missione, il luogotenente generale sudanese Muhammad Ahmad Mustafa Al-Dabi, che non si limita a descrivere la situazione che gli osservatori hanno riscontrato nel paese, ma sottolinea anche le carenze e le pecche che la missione stessa presentava, soprattutto nella scelta degli uomini impiegati e dei mezzi a disposizione.
Al-Dabi offre un quadro completo dei circa 25 giorni di missione, sottolineando gli eccessi di violenza sia delle forze governative che dei diversi gruppi di opposizione.
In questo modo, il rapporto riconduce su un livello più equilibrato la descrizione della situazione siriana, finora spesso distorta e manipolata dalle descrizioni dei principali mezzi di informazione internazionali: anche questo è un elemento più che evidenziato nella sua relazione.
La missione della Lega Araba, composta da 166 osservatori provenienti da 13 paesi arabi e da sei importanti organizzazioni arabe, conferma, oltre alle pratiche di uso della forza da parte delle forze governative, anche l’esistenza di una “entità armata” che opera all’interno del paese, e riconosce inoltre che “gruppi armati dell’opposizione”, sono coinvolti in atti di violenza, le cui vittime sono in diversi casi i cittadini stessi.
Gli osservatori si sono dislocati nel territorio siriano identificando 15 zone, e concentrandosi a gruppi su ognuna di queste.
Tra i punti più interessanti riportati dal rapporto, c’è il racconto dell’arrivo della missione a Homs, dove gli osservatori hanno riscontrato il sabotaggio - da parte di “gruppi armati” - di strutture governative e civili, così come la carenza di cibo provocata dal blocco imposto dai "ribelli".
Tuttavia, a Latakia e Deir-Al-Zor, la missione ha subito un attacco da parte dei lealisti del governo, episodio che è stato prontamente denunciato e di cui le autorità di Damasco si sono ufficialmente scusate, assicurando che l’avvenimento non era premeditato.
A Homs e Dera’a, due delle città più 'calde', la missione ha osservato “gruppi armati” mentre commettevano atti di violenza contro le forze governative, fino a uccidere alcuni agenti, così come casi di risposta altrettanto violenta da parte dell’esercito.
La missione ha notato che alcuni “gruppi armati” usavano proiettili così potenti da trapassare i mezzi corazzati.
A Homs, Idlib e Hama gli osservatori hanno assistito ad atti di violenza contro le forze governative e contro i civili stessi, che hanno provocato morti e feriti.
Ad esempio, "l’attacco a un autobus di civili, che ha causato la morte di otto persone e ne ha ferite molte altre, tra cui donne e bambini, e quello a un treno che trasportava gasolio. In un altro incidente a Homs, un mezzo della polizia è stato fatto esplodere e due agenti sono rimasti uccisi. Una gasdotto e alcuni piccoli ponti sono stati fatti saltare in aria".
La missione ha notato inoltre che diverse fonti hanno riportato notizie di esplosioni e violenza in alcune località: una volta raggiunti tali luoghi, gli osservatori non hanno però riscontrato nessun segno evidente degli eventi denunciati.
Al-Dabi sottolinea poi come spesso i media abbiano esagerato la natura delle violenze e il numero dei decessi in diverse città.
Per quanto riguarda il numero dei detenuti nelle carceri siriane, così come il numero dei prigionieri rilasciati dopo la recente amnistia concessa da Assad, il rapporto evidenzia la più totale incongruenza tra i dati forniti da organismi situati fuori dal territorio siriano, quelli del governo e quelli raccolti dalla missione stessa.
Al-Dabi denuncia poi il tentativo ripetuto da parte del governo siriano di limitare la capacità di movimento degli osservatori in alcuni territori e di concentrare la loro attenzione su determinate questioni di suo interesse.
Tuttavia, Al-Dabi assicura che l‘esito della missione non ha subito influenze da questi tentativi.
In conclusione, la missione denuncia l’esistenza di una “entità armata” in Siria non menzionata in nessun altro protocollo, ma senza indicarne l'origine, sottolineando però che se anche fosse sorta proprio a causa dell’eccessivo uso della violenza da parte delle forze governative, dall’altro questa "entità" sta dimostrando comunque di poter reagire con pari forza, causando anche danni a civili innocenti.
7 febbraio 2012
| Allegato | Dimensione |
|---|---|
| Report_of_Arab_League_Observer_Mission.pdf | 193.14 KB |
Premesso che il veto in Consiglio di sicurezza Onu rappresenta per chi ne gode un diritto (per quanto criticabile), anche quando usato da paesi diversi dagli Usa, la natura del dibattito internazionale attorno alla questione siriana non va cercata negli ipotetici cavilli presenti nella risoluzione che scontenta Mosca, quanto piuttosto nella ratio alla base dell'apparente fermezza della posizione russa, nonché della fretta e della convinzione occidentale.
La Lega Araba decide di prolungare per un secondo mese la missione in territorio siriano. Non tutti accettano, e il gruppo si spezza. La Russia (a cui fa eco la Cina) garantisce ferma opposizione al "progetto occidentale di invasione" e l'Inghilterra chiede un intervento immediato. Intanto l'opposizione siriana appare più eterogenea di quello che potrebbe sembrare.
Dopo il terzo grave attentato in cui ha perso la vita il cronista francese Gilles Jacquier, decifrare la situazione siriana è ancor più complesso. L'Onu denuncia più di 5 mila vittime civili e vota risoluzioni non vincolanti, la Lega araba avvia la tanto richiesta indagine sul campo, Damasco persevera nell'additare un 'complotto occidentale', e il Syrian National Council (Snc) si mette in mostra e parla di una no-fly zone più morbida.
Human rights watch chiede che le violazioni dei diritti umani in Siria siano portate di fronte la Corte criminale internazionale. Ma avverte: d'ora in poi c'è il "rischio” che ampi segmenti del movimento di protesta possano armarsi in risposta agli attacchi delle forze di sicurezza o delle milizie pro-governative, conosciute come Shabeeha.
Il dato di fatto è semplicemente uno. Nonostante i richiami e le sanzioni, nonostante i morti e i feriti che sembrano crescere con il passare dei giorni, nonostante tutto Bashar al-Assad è ancora al potere. Lo hanno dato per spacciato più di una volta durante l'anno e specialmente in questi ultimi mesi. E invece no. Il secondo figlio di Hafez al-Assad resiste. Ancora.