Siria, Libano, Iran e Iraq, un intreccio da risiko: se cade Damasco conseguenze su tutta la regione
Cosa succederebbe se alla fine, come quasi tutti danno per scontato, il regime del presidente siriano Bashar al-Assad dovesse cadere? L’interrogativo non ha facili risposte.C’è chi ha detto che la Primavera araba si è fermata in Siria: paese complesso, che porta segnati i passaggi della storia, di popoli e religioni diverse.
di Maria Scaffidi*
Nelle regioni dove si protesta contro il regime la situazione è più simile a quella di una guerra civile che a una protesta violenta contro il potere centrale.
Del 14 gennaio l’annuncio della prossima formazione di un Consiglio superiore militare per organizzare militarmente le operazioni contro Assad, ma all’interno di una precisa strategia politica.
Il Consiglio, che dovrebbe essere presieduto dal generale Mustafa al-Sheikh, si coordinerà con l’Esercito siriano libero, formazione composta da disertori che ha già firmato diversi attacchi.
Sempre il 14, è stato l’emiro del Qatar ad alzare i toni del confronto internazionale e delle pressioni su Damasco.
In un’intervista concessa al canale televisivo statunitense Cbs, Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani si è detto favorevole all’invio di truppe militari in Siria. E’ la prima volta che un leader arabo si espone pubblicamente in questo modo sostenendo la necessità di un intervento armato.
Quello che si profila è dunque un inasprimento del confronto che, nella speranza degli oppositori, dovrebbe portare alla caduta di Assad.
Ma gli effetti di questa caduta si irraggierebbero su tutta la regione inevitabilmente.
Il Libano, innanzitutto, ha sempre risentito nelle sue dinamiche interne dell’influenza siriana. A cedere potrebbe essere la coalizione che ha portato al governo Hezbollah, alleato di ferro di Assad.
E riflessi ci saranno anche per Israele che ha già osservato da vicino le dinamiche interne all’Egitto, e per i palestinesi, per Hamas in particolare, che in Damasco ha avuto un sostenitore. Ci sono poi Iraq e Iran.
La guerra contro Saddam Hussein e tutto ciò che ne è seguito ha lasciato in dote alla Siria oltre un milione di rifugiati iracheni, e non è un caso che Baghdad si sia astenuta in seno alla Lega araba quando si è trattato di votare sanzioni economiche contro Damasco.
Probabilmente non è l’unico motivo. L’Iraq lasciato dagli americani è un paese retto da un gruppo dirigente sciita molto vicino a Teheran e quest’ultima è l’alleato più stretto di Damasco nella regione.
Ed ecco, quindi, l’Iran. Perdere l’amico Assad per il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad significherebbe cadere in un isolamento ancora più forte rispetto all’attuale.
Teheran può fare affidamento almeno in parte sull’Iraq, può contare sulla Russia, ma per il resto deve cavarsela da sola.
Le esercitazioni militari sullo stretto di Hormuz hanno fatto salire il termometro del confronto con gli Stati Uniti, e i dubbi sul suo programma nucleare continuano a giustificare sanzioni economiche nei suoi confronti.
Ma l’Iran, può contare sulla sua storia millenaria, su un certo grado di coesione nazionale e su istituzioni sicuramente più democratiche di quelle di altri paesi del Golfo.
Fuori da questa conta resta la Turchia, particolarmente interessata alle vicende della Siria, ormai suo ex partner economico e, almeno a parole, pronta a usare la forza per buttare giù Assad.
Comunque finisca, il punto è che per la strada di Damasco sono in tanti a voler passare, e che l’esito del confronto non è limitato al solo territorio nazionale.
* L'articolo è stato pubblicato su Atlas.
19 gennaio 2012
Un’analisi della Primavera Araba alla luce dell’Autunno Sovietico: similitudini e differenze tra la caduta dei regimi comunisti dell’Europa Centrale negli anni Novanta e la caduta delle dittature arabe dello scorso 2011. Secondo Matyas Eorsi c’è più di un motivo per essere scettici circa le previsioni degli analisti politici e perfino di quelle dei servizi di intelligence.
Dopo il terzo grave attentato in cui ha perso la vita il cronista francese Gilles Jacquier, decifrare la situazione siriana è ancor più complesso. L'Onu denuncia più di 5 mila vittime civili e vota risoluzioni non vincolanti, la Lega araba avvia la tanto richiesta indagine sul campo, Damasco persevera nell'additare un 'complotto occidentale', e il Syrian National Council (Snc) si mette in mostra e parla di una no-fly zone più morbida.
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
Human rights watch chiede che le violazioni dei diritti umani in Siria siano portate di fronte la Corte criminale internazionale. Ma avverte: d'ora in poi c'è il "rischio” che ampi segmenti del movimento di protesta possano armarsi in risposta agli attacchi delle forze di sicurezza o delle milizie pro-governative, conosciute come Shabeeha.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
In questi mesi di scontri, manifestazioni e vittime, poco si è parlato della minoranza curda siriana. Alcuni sostengono che il regime abbia già riattivato i suoi canali con il Pkk, proprio per frenare le pressioni turche. Ma la realtà è molto più complessa.
“Come i poeti proverò a scappare, a evadere da una prigione, a fare della strada su cui fuggo la vostra via e a portarvi con me alla meta” (Voci di anime – S. H.). Shady Hamadi è nato il 23 maggio 1988 a Milano, da padre siriano e madre italiana. Scrittore giovanissimo, è figlio di un dissidente politico torturato ed esiliato.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
Un partita di dispositivi per il monitoraggio del web, di origine statunitense e destinata all’Iraq, sembra essere finita nelle mani del governo siriano, che li starebbe usando per controllare ed intercettare attività antigovernative.
Secondo le stime dell'Onu, al termine dei primi otto mesi di rivolte, le vittime in Siria sfonderebbero quota 4 mila. L'Europa vara ennesime sanzioni economiche, mentre la Lega rilancia i provvedimenti già presi e la Turchia dopo tanta titubanza ne annuncia di propri. Lo scenario resta però intricato.
La 'fluida drammaticità' della situazione siriana rende ancora impossibile comprendere verso quale destino si stia incamminando il paese. Luci e ombre di una crisi viste dall'International Crisis Group.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.