Siria: la Lega araba si spacca, e anche l'opposizione ad Assad
La Lega Araba decide di prolungare per un secondo mese la missione in territorio siriano. Non tutti accettano, e il gruppo si spezza. La Russia (a cui fa eco la Cina) garantisce ferma opposizione al "progetto occidentale di invasione" e l'Inghilterra chiede un intervento immediato. Intanto l'opposizione siriana appare più eterogenea di quello che potrebbe sembrare.
di Pierpaolo Ciancio
Terminata la missione, i vertici della Lega Araba si sono ritrovati nel quartier generale del Cairo sabato 21 e domenica 22 per decidere i passi successivi. Alla (ennesima) richiesta di immediate dimissioni, il governo di Damasco ribadisce la determinazione a proseguire.
Intanto la delibera di seguito votata dalla Lega ha suscitato malumori interni: l'Arabia Saudita ha preso le distanze rispetto alla decisione di prolungare al 23 febbraio la missione e ha deciso di ritirare la propria delegazione.
La posizione saudita è stata supportata martedì 24 dai paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), Kuwait, EAU, Qatar, Bahrain e Oman.
Sei paesi si ritirano e con essi 55 osservatori. “Non vogliamo che i nostri osservatori siano falsi testimoni dei crimini commessi contro i civili”, dichiara il portavoce del GCC ad al-Qabas, quotidiano del Kuwait.
“La Siria si trova in armonia con il piano e con il protocollo della Lega … che è frutto dell'esito della missione degli osservatori, ed è per questo che essi l'hanno ignorato”, ha risposto il ministro degli Esteri siriano, Walid Al-Moallem. “Se i paesi del Golfo non vogliono che i propri osservatori vedano cosa sta accadendo in Siria, allora questo è il loro obiettivo”.
Il ministro sostiene in oltre che la soluzione della crisi risiede nell'implementazione del programma di riforme varato dal presidente Assad.
Il primo mese di 'osservazione' non ha apparentemente prodotto alcun risultato di rilievo. L'arrivo della missione araba è stato accolta con una serie di attentati che hanno coinvolto anche Damasco, ma il numero (presunto) di vittime giornaliere non sembra essere variato.
L'equipe di Assad ha accettato il prolungamento della missione, rilevando una riduzione delle violenze in concomitanza alla presenza degli osservatori.
Da parte loro America ed Europa rinnovano invece l'appello al Consiglio di sicurezza Onu, per una risoluzione che avvalli l'intervento militare. Il premier britannico David Camaron (rientrato da un vertice con il leader saudita) denuncia uno scambio di armi tra Teheran e Damasco (su soffiata turca) e rinnova la determinazione a stringere la morsa delle sanzioni economiche.
“Le persone devono sapere che Hezbollah è un'organizzazione che supporta ed appoggia questo infelice tiranno che sta eliminando una buona componente del proprio popolo”, ha affermato Camaron.
Alla Gran Bretagna si è affiancata l'emiro del Qatar che, primo tra gli arabi, domenica 15 ha chiesto un intervento militare: il primo ministro e ministro della difesa Sheikk Hamad bin Jassim Al Thani ha affermato che la Siria non ha recepito il nuovo programma di pace e la Lega Araba informerà dei fatti il Consiglio di sicurezza.
La posizione opposta è stata personificata dalla Russia, che per voce del suo responsabile esteri Sergei Lavrov, sottolinea la determinazione a porre veto in seno all'organo Onu in merito a qualsiasi proposta di intervento armato.
“Se qualcuno intende usare la forza a tutti i costi … noi possiamo opporci duramente per prevenire questo scenario”, ha affermato il rappresentante di Mosca.
Anche da Pechino riconoscono, in accordo con Damasco, un maggior controllo della situazione dal momento dell'arrivo della missione araba: “La nostra posizione richiama tutte le parti in Siria a una piena cooperazione con la Lega Araba nello sforzo di mediazione. La Cina sostiene la soluzione della questione siriana nel quadro della Lega Araba”, ha affermato il portavoce del ministro degli esteri cinese, Liu Weimin.
Stando al presente quadro internazionale, le posizioni degli attori coinvolti nella crisi siriana appaiono quindi schierate a priori, quasi a prescindere dall'evoluzione della crisi.
La realtà è ben più articolata. Un articolo del mensile Syria Today “Anatomy of an opposition” si propone di rappresentare l'eterogeneità e le diverse articolazioni dell'opposizione al regime. Membri di spicco del National coordination committee (Ncc), come Haytham Manna'a, definiscono il Consiglio nazionale siriano (SNC) un “Washington Club”, e rigettano qualsiasi intervento estero.
Il National coordination committee for democratic change non rinuncia invece al dialogo con il regime, e auspica un progressivo trasferimento del potere. Al loro fianco il Building the syrian state, il Popular front for change and liberation (Pfcl), il National democratic initiative ed il National initiative for Syria.
“Ci sono migliaia di figure d'opposizione nella primavera siriana che non sono membri di alcun partito politico, movimento e gruppo pubblico”, afferma Louay Hussein, presidente e co-fondatore di Building the Syrian State.
25 gennaio 2012