Siria: in carcere la blogger Razan Ghazzawi

Il 4 dicembre Razan Ghazzawi, blogger e attivista siriana, è stata arrestata al confine con la Giordania, dove sarebbe dovuta intervenire al Forum sulla libertà di espressione in programma ad Amman.

 

 

 

di Cecilia Dalla Negra

 

“Il regime siriano non teme gli arrestati, ma chi non si dimentica di loro”. Sulla homepage del suo blog compare questa scritta. Online sulla sua pagina, tra le tante foto di blogger arrestati con appelli che chiedono la loro immediata liberazione, da oggi c’è anche la sua.

Razan Ghazzawi, blogger e attivista siriana, è stata arrestata lo scorso 4 dicembre al confine con la Giordania, mentre era in viaggio verso Amman per partecipare a un Forum sulla libertà di espressione e di stampa nel mondo arabo.

Il suo ultimo post, pubblicato il 1° dicembre, raccontava con sottile ironia del rilascio su cauzione, dopo settimane in arresto, di Hussein Ghrer, un altro blogger siriano. 

Coordinatrice del Syrian center for media and freedom of expression e membro del Global voices advocacy, Razan è una delle poche mediattiviste siriane che ha scelto di firmare con il proprio nome i post che era solita pubblicare su “Razaniyyat”, il blog che aveva lanciato nel 2009 e che era diventato rapidamente tra i più seguiti della regione. 

Un arresto, il suo, che è solo l’ultima tappa di una campagna di repressione rivolta in modo particolare contro operatori dell’informazione, giornalisti, blogger, attivisti e opinionisti, che negli ultimi mesi hanno utilizzato il web per sfidare le censure imposte alla libertà di espressione. 

È una fila interminabile quella dei nomi di blogger e giornalisti arrestati in queste settimane. Soltanto nel mese di novembre sono stati fermati 9 mediattivisti, a cui si aggiunge la sparizione di Lina Ibrahim, giornalista del quotidiano Tishreen, di cui si sono perse le tracce mentre tornava a casa dal lavoro.

Disperso a Damasco anche il reporter Wael Yousef Abaza, come ha reso noto di recente l’organizzazione Arab network for human rights informations (ANHRI), che ha denunciato con forza l’arresto di Razan, chiedendone l’immediato rilascio. 

Diverso e terribile il destino di Farzat Ejerban, fotografo e reporter per diversi canali arabi, il cui corpo è stato trovato per le strade di Quasir, nel governatorato di Homs, trucidato e mutilato. Dalla città che è stata e resta centro delle rivolte in Siria, Farzat documentava la repressione poliziesca contro le manifestazioni. 

Hussein Ghrer, per il cui rilascio Razan Ghazzawi si era esposta, era stato arrestato il 27 ottobre per aver scritto sul proprio blog che “Da oggi il silenzio non ci aiuta. Non vogliamo un paese in cui veniamo arrestati per aver detto delle cose. Vogliamo invece un paese che abbracci le parole”.

Condotto nel carcere di Adra perché considerato dalle forze di sicurezza un “rivoluzionario”, è stato rilasciato solo dopo il pagamento di una cauzione pari a mille dollari.

Pochi giorni prima le autorità siriane avevano invece ordinato il sequestro di tutte le copie in circolazione del quotidiano Baladna, per un articolo a firma di Bassam Jenny, in cui il giornalista definiva il partito Baath come “un gruppo di ladri che ha saccheggiato il paese”. 

Sfogliando le le pagine virtuali del suo blog, si legge che Razan non ha mai fatto sconti a nessuno. Non al regime siriano, che ha sempre considerato una dittatura autocratica da rimuovere attraverso la lotta per l’istituzione della democrazia, ma neanche alle organizzazioni non governative occidentali, colpevoli a suo dire di essersi “arricchite” durante la “cosiddetta primavera araba”, nella quale “i blogger sono stati davvero sopravvalutati”.

Razan scriveva che “il mondo prende ancora per assunto il fatto che la rivoluzione in Egitto sia stata realizzata dai blogger".

"L’ho detto molte volte e lo ripeto: l’equazione ‘social network + rivoluzione’ è la più stupida e irritante argomentazione sostenuta da ‘esperti’ ignoranti”.

Come dire, insomma, che senza l’organizzazione delle masse stanche di vivere sotto regimi non dignitosi, la rete non avrebbe potuto poi molto. 

Tra i suoi ultimi post prima dell’arresto anche quello che aveva scelto di intitolare “Cose che voglio fare prima di andare all’inferno”.

Una lista di dieci punti, tra cui si legge “tornare a casa in bici, visitare il Golan occupato (dalle forze di occupazione israeliane, ndr), vivere un giorno in una fattoria. Diventare una scrittrice, ma anche una lettrice. E non perdere il bambino che è in me”.

La ANHRI, come molte altre associazioni umanitarie, ha denunciato il suo arresto in un appello pubblico che “il continuo arresto di blogger e opinionisti è parte di una campagna organizzata che mira a sopprimere la libertà di opinione e di espressione attraverso l’intimidazione. La dittatura sta usando tutti gli strumenti repressivi possibili, mentre blogger, giornalisti e opinionisti utilizzano i propri siti internet per documentare e informare su massacri quotidiani contro la popolazione siriana”. 

 

7 dicembre 2011