Siria: il pericolo è la "libanizzazione" del paese
Intervista a Wasim Dahmash*. Il professore dichiara: “In Siria, il movimento di protesta non è una creazione degli americani o degli israeliani. La teoria del complotto non sta in piedi”. E soprattutto spiega perché la repressione va avanti da così tanto tempo. C'entra anche la Nato.
In un'intervista che ci ha rilasciato durante l'incontro “Cosa sta accadendo nel mondo arabo? Dinamiche geopolitiche nel Mediterraneo agli inizi del terzo Millennio”, il professore Wasim Dahmash afferma: “Israele è interessata non a demolire, credo, ma a indebolire il regime siriano, perché, tra le varie menzogne, circola anche lo spauracchio degli Hezbollah".
"L'élite israeliana, per mantenere una società molto disomogenea creata dal nulla, deve inventare degli 'spauracchi' ai quali finisce per credere essa stessa".
"A leggere il dibattito che c'è tra gli israeliani, sembrerebbe che ci sia davvero un pericolo, con la conseguenza che alla fine Israele deve colpire Hezbollah. D'altra parte, si ha invece l'impressione – chissà se questa è un'impressione che vorrebbero dare all'esterno i circoli che se ne occupano in Israele e negli Stati Uniti – che indebolire la Siria significhi indebolire l'Iran".
"Chissà se si tratta solo di un'impressione che si vuol dare oppure se c'è qualcosa di reale?”.
Sull'affermazione della reporter Antonella Appiano, che ha dichiarato di aver visto gli iraniani ai posti di blocco in Siria, il professor Dahmash ha affermato di credere che si tratti di “una cosa improbabile”, anche perché “Damasco ha sufficienti apparati repressivi”.
Dahmash è un palestinese che ha vissuto in Siria, e parla quindi della presunta posizione filo-governativa dei profughi palestinesi, accolti con generosità dalla Siria: “Ci sono 400 mila palestinesi in Siria e non credo che abbiano una sola opinione. Ogni strato sociale, ogni comunità, si comporta secondo i propri interessi. Attribuire ai palestinesi una sola opinione è solo una sciocca generalizzazione”.
Il suo punto di vista sulla situazione siriana è molto chiaro: “Non c'è dubbio che in Siria il movimento non sia una creazione degli americani o degli israeliani. Quello che dice il regime, che si tratta di un complotto, non sta in piedi".
"C'è una forte tensione sociale nel Paese e c'è da moltissimi anni. C'è stato un momento dopo la morte di Assad padre (ndr la Primavera di Damasco) in cui molti intellettuali hanno raccolto petizioni e richiesto delle riforme, che il presidente figlio in qualche modo sembrava volesse esaudire".
"Anche in Siria, la situazione è diversa da tutte le altre. Per la struttura sociale ma anche per l'architettura istituzionale politica dello Stato. Il presidente siriano è una figura che risponde a poteri ben più forti".
"I suoi poteri sono infatti limitati: attorno a lui c'è un clan familiare che ha i suoi propri interessi, e c'è una gerarchia militare, una casta che ha interessi precisi. Il regime che si è creato in Siria negli ultimi 40 anni, è fondato su apparati di sicurezza che si controllano l'un l'altro".
"L'esercito ha il suo apparato di sicurezza, la polizia ha i suoi propri servizi segreti, la gendarmeria – la polizia territoriale ha la propria l'intelligence e così via”.
L'attuale struttura di potere dello Stato siriano - spiega - è dotata di propri "meccanismi ed equilibri" e i poteri del presidente "sono limitati da altri poteri" di tipo militare, finanziario e clanistico.
"In particolare, nel caso siriano, gli apparati di tipo repressivo sono molto forti anche perché hanno interessi di casta particolari, anche di tipo economico- finanziario".
Sulla repressione, Dahmash afferma che la tortura è un dato di fatto innegabile in Siria e non solo.
Israele e Stati Uniti non ne sono immuni. “Dopo centinaia di cause intentate davanti alla Suprema corte israeliana, anche da associazioni internazionali come Amnesty che denunciavano torture che subiscono i detenuti palestinesi prima di arrivare nei centri di detenzione, la Knesset israeliana ha approvato una legge che sancisce la legittimità di 'leggere pressioni fisiche'. Questa stessa legge fa parte del Patrioct Act di Bush".
"Quindi la tortura non è legittima in Iran e Siria, anche se si pratica. Lo è invece in Israele e negli Stati Uniti".
"Questo è un fatto gravissimo perché mina alla base lo Stato di diritto. Quello della tortura è un fatto assolutamente incontestabile, ed è risaputo che dopo l'11 settembre gli americani andavano in giro per il mondo a rapire persone che credevano fossero coinvolte e le mandavano in Egitto, in Siria, per essere torturati, tra l'altro, alla presenza di ufficiali americani".
"Non c'è soltanto Guantanamo. Alcuni casi sono stati denunciati anche in Europa. Quello americano è un sistema sicuramente democratico ma che pratica la tortura, esattamente come i sistemi meno democratici. Non per questo non lo dobbiamo denunciare. Denunciamo tutti alla stessa maniera”.
Tornando sulla Siria, Wasim Dahmash spiega per quale motivo la repressione in Siria si sta trascinando così a lungo: “La mia ipotesi è che la Nato non aveva interlocutori credibili in Siria. Cioè, la Nato ha all'estero molte pedine però non ha o non aveva forse fino a pochissimo tempo fa
individuato un'alternativa credibile al regime".
"Il primo giorno di proteste in Libia era stato segnato dalla presenza della bandiera monarchica: l'organizzazione era andata un pezzo avanti. La Nato aveva trovato interlocutori all'interno del regime stesso, tra ministri ed ex ministri di Gheddafi".
"Tutto questo non è successo in Siria. Sta succedendo adesso, dopo mesi: alcuni ribelli solo ora issano la vecchia bandiera. Questo cosa potrebbe voler dire? Potrebbe significare che è il
momento in cui si passa a creare le condizioni – e ci sono tutte – al passaggio alla guerra civile che in Siria potrebbe avere delle conseguenze disastrose, non solo per il paese, ma per l'intera regione”.
Il professore disegna un quadro più preciso della situazione siriana, parlando del tanto discusso rischio libanizzazione in Siria.
“Chi studia le probabilità di esportare il modello libanese lo immagina in grande: sciiti contro sunniti, cioè arabi sunniti contro sciiti arabi e non arabi”.
Citando l'esempio dell'Iraq, Dahmash afferma che non è detto che il modello libanese possa essere esportato con conseguenze prevedibili.
“In Siria, è vero che esistono tutte le comunità confessionali presenti in Libano, ma non sono organizzate in quel modo. La Siria non ha una struttura sociale tribale".
"L'aerea metropolitana di Damasco conta sei milioni di abitanti e quella di Aleppo ne ha addirittura otto. In una realtà urbana di queste dimensioni le strutture comunitarie sono deboli".
"Tuttavia, uno scontro confessionale è possibile, perché c'è una minoranza alawita al potere e una maggioranza che non si può dire sunnita, ma di tante altre confessioni".
"Io non credo che i risultati sperati dagli americani si possano raggiungere. Non è detto affatto. Finora l'opposizione siriana ha dimostrato una grande capacità e una grande lungimiranza. Non ha usato
armi. Non è la situazione libica. Non ha accettato interventi stranieri. Questi sono secondo me i due elementi che fanno sperare".
"Ora, finché non si usano le armi la protesta è civile, è popolare. Di solito le armi sono usate da piccole minoranze, piccoli gruppi, ed essendo piccoli gruppi sono isolati e quindi manovrabili”.
Sull'influenza dell'Arabia Saudita, il professore ha così argomentato: “I fattori interni ci sono. C'è una tensione nel paese che è arrivata ad un punto di saturazione tale per cui c'è stata l'esplosione. D'altra parte, però, ci sono fattori regionali e internazionali che cercano di influenzare gli eventi. Questo è ovvio”.
Interrogato su quali siano i modi possibili per aiutare i civili che stanno subendo la repressione
risponde: “L'opposizione siriana fino ad ora ha dimostrato una grande maturità, perché ha da una parte rifiutato l'uso delle armi, e dall'altro ogni intervento straniero. Finché si attiene a questi due elementi, ha tutto il diritto e la legittimità di operare. Nel momento in cui elementi stranieri ed esterni cercano di 'aiutare' la Siria, l'opposizione perde legittimità”.
Il paese è ad un bivio: “Se la pressione esterna dei paesi Nato dovesse aumentare, portando il paese alla guerra civile, le conseguenze sarebbero imprevedibili. Se dall'altra parte, la repressione dovesse aumentare ancora di più, il pericolo di una esplosione incontrollabile è presente e dalle conseguenze imprevedibili. Ci vuole non solo la maturità politica dell'opposizione, ma anche una presa di posizione da parte del governo che non riesce ad avere un atteggiamento più ragionevole”.
Alla domanda cosa accadrà se Bashar al Assad dovesse scendere a compromessi con la Lega araba e diventasse più ragionevole, risponde: “Chissà, la Lega araba sembra che abbia tagliato i ponti con il regime siriano. Ha congelato i rapporti. Non vedo come possa influenzare gli
eventi se non per vie non diplomatiche e non politiche”.
*Wasim Dahmash è professore di Lingua e letteratura araba presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università degli Studi di Cagliari, esperto di dialettologia per l'area siro-palestinese e noto traduttore dall'arabo. Palestinese, ha vissuto e studiato in Siria, a Damasco.
20 novembre 2011
La Lega Araba pone un nuovo ultimatum per la fine delle violenze e l'ingresso di osservatori esterni nel paese. Damasco accetta il pacchetto prima della scadenza, ma servono i fatti per allentare una situazione definita dal ministro degli esteri russo “guerra civile”. Intanto Germania, Francia e Gran Bretagna preparano una proposta per il Consiglio di sicurezza.
I ministri degli Esteri della Lega araba si sono riuniti ieri a Rabat per confermare la sospensione dall’organizzazione della Siria. Al termine dei lavori, l'organizzazione ha
Oggi, mentre la Lega araba torna a confrontarsi sulla Siria, con in serbo un "piano" per la protezione dei civili, Fisk avverte: "c'è un eccessivo ottimismo sulle imminenti dimissioni del leader siriano".
Il rapporto "We live as in war. Crackdown on the protesters in the governatorate of Homs" di Human Rights Watch, raccoglie più di centodieci interviste alle vittime e ai testimoni che abitano ad
In un rapido attacco, una ventina di sostenitori del regime di Assad si sono introdotti ieri sera nel cortile dell’ambasciata giordana a Damasco, riuscendo a raggiungere il pennone, ammainare la bandiera del regno di Abdallah II e a issare lo stendardo di Hezbollah.
Il medico Mohammad Ammar è un islamista di Daraa sui generis. È stato predicatore in moschea dal '93 al '98, e già allora, cercava di offrire ai fedeli l'occasione di esprimersi liberamente dal suo pulpito: un comportamento taboo nelle moschee siriane, che vedeva Ammar spesso interrogato dai servizi segreti.
Implacabile, il verdetto della Lega araba: dopo la Libia di Gheddafi, anche la Siria viene "sospesa". Il ministro degli Esteri di Damasco ripete che la "Siria non è la Libia". E intanto si lavora a un piano di protezione per i civili siriani.
Il leader del Consiglio nazionale siriano, Bourhan Galhioun, oggi, è in visita alle autorità italiane. Stamattina, l'incontro alla Camera e al Vaticano. Il Cns chiede che l'Europa tagli i ponti con il governo di Assad. Nel pomeriggio l'incontro alla Farnesina.
Si sono riuniti di nuovo ieri, i siriani di Giordania, davanti alla loro ambasciata ad Amman, per chiedere la cacciata dell’ambasciatore dal paese e per gridare la loro rabbia contro il regime di Bashar Assad.
Negli ospedali segreti nati per impedire all'esercito di catturare i feriti, tra i disertori e gli attivisti che continuano a manifestare contro Assad. Il reportage di una giornalista infiltrata in Siria, trasmesso dalla Pbs.
Intervista ad Antonella Appiano, la giornalista che è stata in Siria nei mesi decisivi per le rivolte. Nel suo libro, "Clandestina a Damasco", pubblicato da Castelvecchi editore, riporta le testimonianze dei lealisti, dei leader dell'opposizione e della gente comune. E aggiunge: "Ho visto gli iraniani aiutare l'esercito".
Appaiono sempre più insistenti le voci e i segnali che suggeriscono come, una volta risolta la questione libica, le forze internazionali stiano rivolgendo la propria attenzione alla Siria. In realtà, i fatti degli ultimi tempi fanno temere scenari peggiori. Stati Uniti e Israele starebbero agendo, in accordo con le potenze arabe del Golfo, per approntare una serie di attacchi contro l’asse Siria - Iran, con lo scopo finale di abbattere il comune avversario persiano.
Un "vero assalto alla città". Homs resiste contro un esercito che usa l'artiglieria pesante. Non c'è più cibo e manca il sangue per gli ospedali. Frequentissime le esplosioni. E invece di ritirare i carri armati, Assad manda rinforzi per piegare la città. Ora Homs è una "ferita aperta", dicono.
Il presidente Assad ha già violato l'accordo con la Lega araba. I militari sparano ancora sui civili. I carri armati non se ne sono andati. Stamattina i primi morti.
L'ambasciatore siriano presso l'Onu si scaglia contro gli Stati Uniti per aver fornito immagini satellitari "tendenziose" all'Aiea e contrattacca: "L'Occidente continua a fornire a Israele materiali per il suo programma nucleare". Damasco si rifiuta di far entrare i tecnici per i controlli e una piantagione di cotone sembra rivelare una forte somiglianza con un impianto per l'arricchimento dell'uranio.
Da Tunisi a Damasco, le persone hanno dimostrato di non avere più paura, e a rischio della propria vita hanno scelto di protestare e di farlo con tutta la loro voce. I governi europei hanno invece chiuso le frontiere, abbandonando gli attivisti al loro destino. Di questo parlerà Osservatorioiraq.it domani, martedì 1° novembre, alle 18.15 al
L'affronto di Ankara a Damasco diviene sempre più esplicito. Sotto le sue ali, la Turchia nasconde e protegge il leader della formazione armata 'Libero esercito siriano', nata con l'obiettivo dichiarato di rovesciare Assad. La diplomazia internazionale si ritira dalla partita? Occhi puntati su Erdogan.
Gli ufficiali dell’esercito siriano mi hanno detto che negli ultimi sette mesi sono morti 1.150 soldati: un tasso di mortalità troppo straordinario. Eppure, afferma Fisk, finché noi giornalisti occidentali non potremo investigare senza restrizioni governative, ci ritroveremo davanti a una foto di youtube contro la parola di due poveri uomini vestiti da contadini.
E’ crisi sanitaria in Siria. Le autorità hanno trasformato gli ospedali in centri di detenzione e tortura. Gli operatori sospettati di aver prestato cure ai manifestanti durante le rivolte, subiscono a loro volta arresti e maltrattamenti. I pazienti sono considerati prigionieri. Nessuna pietà. Tanta paura. Questa è quanto emerge dal rapporto di Amnesty International, “Health Crisis: Syrian Government Targets the Wounded and Health Workers”. 