Siria, gli intellettuali denunciano: "nessuna solidarietà per il nostro popolo"
Il popolo siriano si è sollevato da oltre dieci mesi, perché non accetta più l’umiliazione e non indietreggerà prima di aver conquistato libertà e giustizia sociale. Questa sollevazione corona anni di lotta per i diritti politici e sociali, conosciuti come la “Primavera di Damasco” e i “Comitati per lo sviluppo della società civile”.
di Samir Aita, Michel Kilo e Mohammed Makhlouf*
Per una decina d’anni sono stati lanciati appelli per il dialogo e le riforme democratiche, economiche e sociali. Il potere ha invece promosso una sorta di “capitalismo da compagni”, indifferente allo “Tsunami dei giovani” che avrebbe portato alla fine alle rivolte arabe.
Dinnanzi agli slogan pacifici, patriottici e umani dei primi mesi della sollevazione siriana, il potere ha deliberatamente scelto di usare la violenza, colpendo, imprigionando e umiliando i manifestanti usciti da una regione per sostenerne un’altra.
Ha ugualmente e volontariamente aizzato i sentimenti confessionali e imprigionato migliaia di quadri politici locali, privando la sollevazione del loro ruolo positivo e aprendo alla disgregazione dei suoi valori civici e unificatrici.
Alla fine si sono formati dei gruppi di sostegno alla sollevazione, all’interno e all’esterno del paese. Ma questi non hanno potuto e saputo portare avanti un discorso e dei propositi politici tali da guadagnare un largo consenso, evitando il ricorso alle armi e denunciando le derive confessionali o gli appelli agli interventi stranieri.
Tutti questi gruppi hanno privilegiato la rappresentazione della sollevazione all’estero a danno del lavoro politico sul terreno, atto a cambiare l’equilibrio delle forze in seno alla società e all’esercito.
Sono quindi caduti nella trappola che gli aveva teso il potere, con la conseguenza che ora la situazione appare bloccata: la piazza non riesce a rovesciare il potere, e da parte sua il regime non riesce a reprimere una sollevazione che ogni giorno fa passi in avanti.
I discorsi di certi gruppi di opposizione, largamente diffusi dai media, hanno spinto una parte dei manifestanti a prendere le armi, non soltanto nel caso di legittima difesa, ma gradualmente anche per la convinzione che il regime possa cadere solo con la forza delle armi, con l’aiuto delle potenze straniere. L’esempio libico ha spinto in questa direzione.
La Siria è situata nel cuore del Medio Oriente. Lo sviluppo del confessionalismo la farebbe cadere nella guerra civile e nella fossa scavata dagli Stati Uniti tra i paesi del Golfo e l’Iran, tra l’Islam sciita e sunnita.
In più, questa buia prospettiva colpirebbe per lungo tempo quello slancio di valori umani, quel Risveglio (Nahda) che è la primavera araba e che potrebbe cambiare i sistemi politici e sociali dall’Oceano Atlantico al Golfo.
Le rivoluzioni tunisine ed egiziane hanno sorpreso i dirigenti francesi, che però si sono uniti a quel vento di controrivoluzione condotta dai paesi del Golfo. Viceversa, questi stessi dirigenti si sono impegnati nella sollevazione libica e siriana per deviarne il corso.
Sul versante popolare, è da notare che questi sollevamenti non hanno suscitato, al di là di una certa simpatia, alcuno slancio reale di solidarietà, in Francia come in Europa, tanto che si tratta di un momento unico del combattimento dell’umanità per le libertà e la giustizia.
Qualche centinaio di rifugiati tunisini sono bastati per risvegliare dei timori viscerali, mentre la stessa Tunisia riceveva dozzine di migliaia di rifugiati libici.
La Siria sembrava più lontana e la simpatia popolare e delle associazioni si è debolmente manifestata, anche per aiutare qualche decina di militanti rifugiati in Francia, senza risorse, senza possibilità d’inserimento.
Li si è lasciati così alla mercé di tutte le manipolazioni e i ricatti compresi i cosiddetti “intellettuali umanitari” del genere BHL.
* gli autori di questa lettera sono intellettuali siriani, in particolare Michel Kilo e Samir Aita hanno firmato la "Dichiarazione di Damasco" del 2005.
10 febbraio 2012
