Siria: cronaca di una storia che porta a Riyad
Dopo il terzo grave attentato in cui ha perso la vita il cronista francese Gilles Jacquier, decifrare la situazione siriana è ancor più complesso. L'Onu denuncia più di 5 mila vittime civili e vota risoluzioni non vincolanti, la Lega araba avvia la tanto richiesta indagine sul campo, Damasco persevera nell'additare un 'complotto occidentale', e il Syrian National Council (Snc) si mette in mostra e parla di una no-fly zone più morbida.
di Pierpaolo Ciancio
Dopo un tira e molla diplomatico durato alcuni mesi, Damasco e Lega araba hanno raggiunto un accordo per l'invio di osservatori internazionali nel paese.
Ancora oggi non è ancora chiaro chi abbia vinto la partita: la Lega ha ottenuto di inviare personale tecnico protetto dall'esercito siriano e visitare liberamente per il paese, salvo i siti militari strategici.
Come contropartita Damasco ha accettato di impegnarsi per interrompere le violenze, liberare le strade dai militari e rilasciare progressivamente i detenuti politici.
“La firma del protocollo segna l'inizio di una cooperazione tra la Siria e la Lega araba e noi accoglieremo gli osservatori”, ha affermato il ministro degli esteri siriano, Walid Muallem. “Vogliamo uscire dalla crisi e costruire una Siria sicura e moderna, che possa essere modello di democrazia”.
Giovedì 22 dicembre un team di nove delegati della Lega è arrivato a Damasco assieme a giornalisti internazionali, per preparare i lavori degli osservatori. La denuncia di Damasco verte su un "complotto occidentale", che avrebbe causato più di 2 mila vittime tra le forze di sicurezza e i militari.
“Il regime di Assad non implementerà né accetterà l'iniziativa della Lega araba”, risponde invece Radwan Ziadeh, portavoce del Snc.
“E' vero che hanno firmato l'accordo ma non ci sono cambiamenti. E' solo una firma di un foglio […] Siamo in stretta collaborazione con la Lega araba, ma la nostra posizione è che la Lega è un'istituzione molto debole, incapace di proteggere la popolazione. Ecco perchè le abbiamo chiesto di informare dei fatti il Consiglio di sicurezza dell'Onu”.
Intanto venerdì 23 dicembre due autobombe esplose nel cuore di Damasco provocavano 44 vittime.
Il governo ha immediatamente accusato al-Qaeda: da Beirut era arrivata l'informazione riguardo all'infiltrazione di una cellula qaedista, secondo quanto ha detto alla Bbc Jihad al-Makdissi, portavoce del ministro degli Esteri. Aggiungendo: “Ci impegneremo a fare tutto quanto possibile per proteggere la missione della Lega”.
Per il Snc sarebbe tutta colpa del governo: Damasco non era ancora stata toccata da episodi tanto gravi e un attentato all'indomani dell'arrivo dei delegati arabi gioca a sfavore dei ribelli.
L'arrivo del primo scaglione di osservatori della Lega, il 26 dicembre, è stato preceduto da nuovi scontri nella città di Homs, con decine di morti. E la loro visita è iniziata proprio da lì, per poi spostarsi ad Hama, Idlib e Deraa, tutti centri focali della protesta.
L'accoglienza riservata al gruppo capeggiato dal generale sudanese Mustafa al-Dabi è stata calda, come riportano i giornalisti che li hanno accompagnati: 'Il popolo chiede protezione'. Gli uomini di al-Dabi sono stati scortati dai militari, ma è assicurata completa libertà di movimento. E nelle città non c'erano blindati, come previsto dagli accordi.
Damasco continua quindi a giocare le sue carte. Mercoledì 28 il governo ha rilasciato 755 detenuti arrestati dall'inizio delle proteste.
“Abbiamo appoggiato la missione di monitoraggio della Lega araba perché avrebbe costretto il governo a esporsi”, afferma alla Bbc il leader del Snc, Burhan Ghalioun. “Ma non abbiamo mai creduto che fermasse le violenze”.
Da parte sua Ghalioun invita l'Onu a vigilare sulla missione della Lega e la comunità internazionale a creare una no-fly zone 'parziale', limitata a una parte del territorio e non come in Libia.
“La Siria non è come la Libia. Il paese ha già istituzioni e uno Stato efficiente, abbiamo già un sistema legale e giuridico. Vogliamo distinguere il regime dallo Stato. Non ci sarà il caos visto in Libia. Abbiamo istituzioni militari forti, e le vogliamo preservare”.
Sabato 7 gennaio si verifica un altro grave attentato a Damasco: un ordigno esplode vicino a un autobus, provocando una trentina di vittime. Ma gli episodi sono quotidiani e la missione della Lega (165 osservatori) inizia ad apparire inefficace di fronte al dilagare delle violenze.
Il 10 gennaio il presidente Bashar al-Assad parla alla nazione, ribadendo le accuse a gruppi terroristi e il sostegno alla missione della Lega, che riunita al Cairo, rileva che le violenze "sono diminuite dall'arrivo degli osservatori e che la missione ha ragione di continuare".
Il Snc accusa la Lega di "defilarsi" e a poco a poco il maggior gruppo d'opposizione sembra allontanarsi dall'entusiasmo con cui ha accolto l'intervento arabo.
“La situazione in Siria verte attorno a questioni religiose, settarie e di razza, e questo deve essere evitato”, afferma il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, lasciando intendere la possibilità di un intervento militare turco.
Mercoledì 11 gennaio il reporter francese Gilles Jacquier resta vittima di una granata ad Homs, assieme ad altre 8 persone. La Bbc riporta che uno dei 165 osservatori abbandona la missione definendola una “farsa”.
La crisi siriana si sviluppa, ma nessuno scenario prende il sopravvento. L'unica certezza è l'ingresso nel paese della missione araba, e la visita di ieri del primo ministro inglese David Cameron al re saudita Abdullah, che potrebbe essere un 'dettaglio' importante.
14 gennaio 2012
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
Human rights watch chiede che le violazioni dei diritti umani in Siria siano portate di fronte la Corte criminale internazionale. Ma avverte: d'ora in poi c'è il "rischio” che ampi segmenti del movimento di protesta possano armarsi in risposta agli attacchi delle forze di sicurezza o delle milizie pro-governative, conosciute come Shabeeha.
Il dato di fatto è semplicemente uno. Nonostante i richiami e le sanzioni, nonostante i morti e i feriti che sembrano crescere con il passare dei giorni, nonostante tutto Bashar al-Assad è ancora al potere. Lo hanno dato per spacciato più di una volta durante l'anno e specialmente in questi ultimi mesi. E invece no. Il secondo figlio di Hafez al-Assad resiste. Ancora.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
In questi mesi di scontri, manifestazioni e vittime, poco si è parlato della minoranza curda siriana. Alcuni sostengono che il regime abbia già riattivato i suoi canali con il Pkk, proprio per frenare le pressioni turche. Ma la realtà è molto più complessa.
“Come i poeti proverò a scappare, a evadere da una prigione, a fare della strada su cui fuggo la vostra via e a portarvi con me alla meta” (Voci di anime – S. H.). Shady Hamadi è nato il 23 maggio 1988 a Milano, da padre siriano e madre italiana. Scrittore giovanissimo, è figlio di un dissidente politico torturato ed esiliato.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
Il 4 dicembre Razan Ghazzawi, blogger e attivista siriana, è stata arrestata al confine con la Giordania, dove sarebbe dovuta intervenire al Forum sulla libertà di espressione in programma ad Amman.
Un partita di dispositivi per il monitoraggio del web, di origine statunitense e destinata all’Iraq, sembra essere finita nelle mani del governo siriano, che li starebbe usando per controllare ed intercettare attività antigovernative.
Secondo le stime dell'Onu, al termine dei primi otto mesi di rivolte, le vittime in Siria sfonderebbero quota 4 mila. L'Europa vara ennesime sanzioni economiche, mentre la Lega rilancia i provvedimenti già presi e la Turchia dopo tanta titubanza ne annuncia di propri. Lo scenario resta però intricato.
La Siria non ha bisogno che qualcuno la spinga nel baratro della guerra civile, come sta facendo la Lega araba. In prima fila, il Qatar e l'Arabia Saudita, 'i falchi' del Golfo, mentre la Giordania sembra temere lo spettro di un devastante conflitto regionale.
Il rapporto "We live as in war. Crackdown on the protesters in the governatorate of Homs" di Human Rights Watch, raccoglie più di centodieci interviste alle vittime e ai testimoni che abitano ad
In un rapido attacco, una ventina di sostenitori del regime di Assad si sono introdotti ieri sera nel cortile dell’ambasciata giordana a Damasco, riuscendo a raggiungere il pennone, ammainare la bandiera del regno di Abdallah II e a issare lo stendardo di Hezbollah.