Siria: chi sta armando il massacro? Libano e Iran?
Erdogan blocca una nave carica di armi destinata alla repressione degli insorti e dichiara l'embargo. Il vice-capo di Stato Maggiore dell'esercito siriano muore d'infarto, l'Ue inasprisce le sanzioni e i manifestanti continuano a morire.
di Angela Zurzolo
Decapitato, le gambe e le braccia strappate, il tronco della giovane Zainab al-Hosni di Homs è stato scarnificato in carcere dalle forze militari del regime di Bashar Al- Assad. Era la sorella di uno degli organizzatori delle proteste, anch'egli seviziato fino alla morte.
Il trentesimo giorno di protesta ha portato così, venerdì scorso, i suoi martiri in spalla per le strade, tra i cartelloni dalle scritte arabe drammaticamente incomprensibili all'Occidente. Inermi. Soltanto la loro voce contro l'ennesimo attacco delle forze militari siriane, con i carri armati e le mitragliatrici, ad Homs, a Damasco, ad Abu Kamal, ma anche a Deir Azzor, a Qussair, a Idlibh, a Tabisseh, a Zaafarana.
Nonostante le previsioni, i siriani sorprendono ancora e sul fronte decisionale dei manifestanti continuano a prevalere i pacifisti. Eppure, alcune armi ai ribelli sono arrivate. Hanno i loro piccoli depositi nascosti, massacri da non dimenticare, fosse comuni, terrore e rastrellamenti casa per casa, bastanti per innescare una comprensibile ed impari guerra civile. Inutile che la televisione di Stato, anche per quest'ultimo “venerdì della dignità”, abbia continuato a parlare di “gruppi terroristici armati” che avrebbero causato sei morti tra i militari a Deir Azzor: l'entità delle proteste pacifiche in Siria è numericamente così superiore da non poter lasciare spazio nemmeno agli appigli della propaganda del regime.
I martiri siriani di questa rivoluzione non vanno confusi con i pur forse esistenti militanti di kommandos salafiti, pronti ad immolarsi per ragioni interne alle loro fazioni estremiste.
Per sapere chi siano i ribelli, basta scorrere la lista delle vittime nelle carceri e per le strade.
Dopo le manifestazioni finite nel sangue dell'Eid Al Fitr, la festa che segue il Ramadan, è stato chiaro a tutti che una rivoluzione pacifica non avrebbe mai potuto fermare Assad. Un leader dell'opposizione dei suburbi di Harasta, nella capitale, aveva affermato: “Alla fine, non potremo essere liberi senza il ricorso alle armi. E' necessario. Ma non da parte della gente. Da parte dell'esercito. Abbiamo bisogno di defezioni”.
Coloro che impugnano le armi e che sono organizzati in seno all'opposizione, sarebbero prevalentemente militari che hanno disertato. Secondo la medesima fonte, questi gruppi organizzati non sono formati da persone spinte da motivi religiosi. Al contrario. Sono motivati solamente dalla situazione politica del paese e dalla evidente degenerazione delle violazioni dei diritti umani sui civili inermi.
Il numero di disertori all'interno dell'esercito siriano non dovrebbe essere destinato a crescere, perché il partito Baath ha provveduto da molti anni ad arruolare solamente alawiti – la minoranza alla quale appartiene la famiglia Assad. A meno che la loro coscienza non venga sovrastata dal rifiuto per l'inferno che si è scatenato nella loro terra.
Secondo le dichiarazioni rilasciate alla reporter, l'esercito non sarebbe leale al governo. Pesa anche sulle frange dell' intelligence militare un chiaro ricatto ed una forte pressione da parte del clan degli Assad. Versione confermata anche da un reporter tedesco ad Homs. E' possibile però che ormai si sentano troppo compromessi, colpevoli e coinvolti nelle atrocità che si perpetuano quotidianamente e ovunque in Siria sui manifestanti.
Un intero paese sembrerebbe essere stato preso in ostaggio dal desiderio di mantenere il potere ad ogni costo del presidente. Già ad agosto, alcuni insorti erano d'accordo con chi sosteneva che “E' giunto il tempo di armare la rivoluzione, soprattutto dopo la Libia, sei mesi senza risultati e il numero di morti”. E invece, alla fine, in molti, come l'ufficiale Muhamad Abdelaziz, avevano concluso: “Non abbiamo deciso di dichiarare questa rivoluzione armata, ancora”. Senza che ciò significhi che coloro che possiedono delle armi non siano liberi di “attaccare coloro che attaccano”, in difesa dei civili.
E così, mesi dopo, continuando a scendere in piazza senza alcuna difesa, i manifestanti restano i soli a rimanere imprevedibili.
Sicuramente più degli Stati Uniti, che ad agosto erano entrati in allarme perché spaventati dalla possibilità che i ribelli si impossessassero di armi chimiche, forse create e nascoste già da Assad-padre. Più che una paura, una deformazione professionale di un Occidente che di fronte alle violazioni dei regimi sembra preoccuparsi in primis della sua pellaccia; anche se, dopo 2.700 vittime e 8 mesi di proteste, il consiglio di sicurezza dell'Onu dovrebbe essere pronto a rispondere all'appello per le sanzioni volte ad aiutare il popolo siriano, sollevato da Obama a New York.
Poi ora anche la storia del vice capo di Stato Maggiore dell'esercito, Antakli, che ha tirato le cuoia con un colpo apoplettico, ieri, quando la Turchia ha bloccato una nave che trasportava armi destinate alla repressione dei manifestanti verso la Siria.
Conseguentemente all'intercettazione, nella speranza che facciano “schiattare” qualcun altro, Unione europea e Svizzera hanno inasprito le sanzioni, interrompendo l'export di petrolio (prima destinato per il 95% all'Ue) e la fornitura di banconote alla Banca centrale siriana.
Confermando le sue potenzialità strategiche nella zona e dimostrandosi indispensabile sia all'Europa che al mondo arabo, Erdogan ha dichiarato: “Se in futuro si presenteranno ulteriori traffici di armi via aerea, via terra o mare, li fermeremo, come abbiamo già fatto”.
Un recente rapporto dell'Onu, redatto da esperti, aveva già denunciato un movimento di armi iraniane nascoste accuratamente alla dogana e dirette al regime di Damasco. Iran, Libano e Iraq, sono tra le nazioni sottoposte a embargo, per quanto concerne l'esportazione di armi o altri rifornimenti militari ai paesi che sono “chiaramente implicati nel supporto al terrorismo”.
Sin dal 2007, svariate risoluzioni delle Nazioni Unite avevano già individuato, tra le altre attività illegali del governo di Teheran, anche quelle di import -export di armi. Non è un mistero che il territorio siriano abbia da sempre rappresentato la corsia preferenziale usata da Ahmadinejad per alimentare il conflitto israelo- palestinese.
Ad agosto, secondo alcune fonti, Ankara aveva intercettato nella provincia di Kilis un convoglio di camion carichi di armi e munizioni (kalashnikov, mitragliatrici, fucili d'assalto, munizioni e proiettili) provenienti dall'Iran e destinati ad Hezbollah.
Le indagini sulle testimonianze che sostengono vi siano delle forze para-militari iraniane, i Pasdaran, a sostenere l'esercito siriano, sembrano essere attendibili. Si parla di “uomini con la barba”, (i soldati siriani hanno il divieto di portarla), che non parlano la lingua. Si segue la pista, ancora più preoccupante, di una probabile presenza di Hezbollah. Mu'ayyan Al Mar'bai, deputato libanese, parla di un dispiegamento militare nel nord del paese, al confine con la Siria.
Tra luglio e agosto, i contrabbandieri di armi libanesi hanno intensificato le loro operazioni di smercio. Un grosso carico di armi è stato bloccato ad Homs, secondo il Direttore della Dogana Majdi Al Hekmieh; un tentativo è stato sventato dalle forze libanesi a Ras Beirut e una trentina di traffici illegali sono arrivati a destinazione a Banias.
Le città libanesi al confine, e i negozietti come quelli di Buqayaa, i cui miseri commerci di prodotti di contrabbando si sono totalmente bloccati, intanto, soffrono le conseguenze delle repressioni del regime sui siriani.
Il traffico di armi verso la Siria però potrebbe non avere come unico mittente l'Iran e il Libano.
Secondo le ancora attuali dichiarazioni rilasciate a giugno ad Al Jazeeera dal dottor Bassam Abu Abdallah, professore dell'Università di Damasco, dietro l'invio di armi ai ribelli siriani ci sarebbe Ankara.
“Il governo turco dovrebbe sapere che ciò non porterà alla regione nulla di buono e dovrebbe riprendere i contatti e aiutare le autorità siriane nella sollecitazione del dialogo, perché coloro che vediamo nelle piazze (i manifestanti, ndr) sono assassini armati che compiono massacri. Se la Turchia è coinvolta in un piano contro la Siria, dovrebbe sapere che questo piano non avrà alcuna efficacia, perché i siriani sono pronti a qualsiasi scenario”, aggiungendo poi un minaccioso quanto veritiero: “E così anche i suoi alleati nella regione".
Nel “piano della Turchia”, menzionato dal professore, è contemplata anche l'opzione plausibile che Ankara stia addestrando e rifornendo di armi gli insorti. Il professore ha poi concluso: “i turchi devono rendersi conto che la regione non può più tollerare interferenze (…) che siano collegate alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sostenuto dagli Usa – che non sono nostri amici ma nemici della Siria e sostenitori di Israele".
Sempre Israele, quindi, al centro di motivazioni e alleanze invocate. E lo spettro degli Usa e della Francia, liberatrice della Libia, il cui Ambasciatore è stato preso a pietre e uova a Damasco, dal gruppo miliziano a favore di Assad, denominato “Shabiha”.
Poco si è detto, però, sulla vendita di armamenti alla Siria da parte dell'Italia, denunciata da alcuni,che nel 2002 sarebbe ammontata a 18.000.000 di dollari. Tra i rifornimenti, anche sofisticati visori notturni di puntamento per carri armati T72, che poi dalla Siria avevano seguito la via dell'Iraq, insieme al materiale bellico inviato e diretto dalla “Ses international Company”- una società appartenente al cugino di Bashar Al Assad – a Saddam Hussein.
26 settembre 2011
18 settembre 2011
Mentre il consiglio di Sicurezza dell'Onu non approva la risoluzione di sanzioni verso Damasco proposta dagli Occidentali, il governo del presidente Bashar al-Assad rettifica delicate manovre economiche e i ribelli non abbandonano le strade. Le vittime raggiungono quota 2900.
I missili sulle alture del Golan per attaccare Israele. La chiamata a raccolta dei membri di Hezbollah per disintegrare Tel Aviv. Un attacco dell'Iran alle navi americane. L'apocalisse in "nemmeno sei ore".
Traduzione di Alessandra Molinari
Una resistenza a perdere o l'inizio di una guerra civile 'alla libica'? Gli eventi in Siria stanno precipitando. Rastan è stata la prima città a resistere al fuoco delle truppe governative, per cinque giorni.
di Angela Zurzolo