Siria: assalto ad Homs. Ora è "una ferita aperta"

Un "vero assalto alla città". Homs resiste contro un esercito che usa l'artiglieria pesante. Non c'è più cibo e manca il sangue per gli ospedali. Frequentissime le esplosioni. E invece di ritirare i carri armati, Assad manda rinforzi per piegare la città. Ora Homs è una "ferita aperta", dicono.

 

di Angela Zurzolo

 

Homs, città simbolo della resistenza siriana, ieri, durante il secondo giorno della festa del sacrificio, ha subito un violento assalto da parte dell'esercito siriano, che conta di piegare i ribelli e riprendersi la città.

Homs, al confine con il Libano, si era da tempo trasformata  in un campo di battaglia urbano. Per reprimere le rivolte sono stati usati razzi e aerei per bombardare i quartieri e artiglieria pesante. Più di quaranta le esplosioni, verificatesi soprattutto a Bab Amro.

Dichiarata "città sinistrata" dal Consiglio nazionale siriano, su Homs era stata invocata la protezione dei civili e "l'invio immediato di osservatori arabi ed internazionali per sorvegliare la situazione sul campo e impedire al regime di continuare il massacro". Ieri, all'alba, però, è iniziato quello che è stato definito "uno dei più violenti episodi in otto mesi di rivolta". Gli attivisti riferiscono che in cinque giorni sono stati uccise centoundici persone.

Niente cibo, carburante, rifornimenti, grave carenza di sangue per i trasferimenti. Una sola panetteria aperta nel raggio di quattro quartieri. Si tratta di "un vero e proprio assalto alla città", ha detto Fayez Sara, un oppositore di Damasco. "Sarà molto difficile per noi raggiungere una soluzione politica dopo questo".

L'aggressione ad Homs rappresenta lo scacco definitivo dell'accordo della Lega araba: "Il governo ha dimostrato in maniera crescente che continuerà a cercare di reprimere il dissenso con la forza, ignorado le proteste della comunità internazionale", ha scritto Anthony Shadid.

"Homs è un punto di svolta per ora", ha detto un analista di Damasco. "E' un modello di successo di autodifesa, se volete, in un momento in cui davvero si non ci si può davvero aspettare niente di più dalla gente. Hanno visto troppi cadaveri tornare indietro, troppe persone arrestate, sono scomparsi o sono stati restituiti dopo un trattamento abominevole. E' troppo. E tutti sembrano stare perdendo il controllo della strada", ha affermato.

Strade abbandonate e fuoco implacabile hanno costretto molti a fuggire e altri a rimanere chiusi in casa, per paura.

"Che notte! Che notte!", ha esclamato una donna sulla cinquantina che vive ad Inshaat, un quartiere che confina con Baba Amr, la zona presa più di mira. "Non volevo accendere le luci delle scale perchè ci sono cecchini ovunque e sparano ogni volta che vedono luci", ha aggiunto. "Ho sentito che l'aria veniva risucchiata fuori dalla stanza per l'intensità e la frequenza delle esplosioni".

"La città è una ferita aperta", sottolinea Mohammed Saleh, fuggito da Homs insieme alla figlia, cercando salvezza nei dintorni di Damasco. "Non c'è vita in alcuna zona della città", incalza Omar Idlibi, un attivista in esilio, la cui famiglia è ancora sotto assedio. "Il regime vuole che la città si inginocchi".

Durante questa ultima settimana, invece di ritirare i carri armati, il governo aveva inviato rinforzi. Alcuni testimoniano una certa "stanchezza" tra le fila dell'esercito. Un uomo ha raccontato che alcuni soldati hanno bussato alla sua porta, in cerca di cibo, acqua e coperte: "Mi sono sentito male per loro", ha detto.

Gli equilibri sono però, naturalmente, sproporzionatamente sbilanciati a favore del governo. "Se le autorità interromperanno le loro operazioni, allora, tutti smetteremo di combattere. I disertori e le persone non hanno abbastanza armi o forze per intraprendere una guerra contro un esercito professionale e disciplinato. Non si può parlare di una guerra tra loro perchè non sono uguali i poteri. E' impossibile per i disertori mantenere il controllo della città", ha spiegato Fayez Sara.

 

photo by wouterv

8 novembre 2011