Ricordando Falluja

"Il secondo assalto a Falluja è stato un monumento alle brutalità e alle atrocità compiute dagli Stati Uniti d'America. Come Guernica nel 1930, e Grozny nel 1990, Falluja è il nostro monumento all'eccesso e all'esagerazione".

 

Inizia con questa citazione, il racconto di una delle più drammatiche battaglie del conflitto iracheno, l'emblema di una guerra infinita, che miete ancora vittime innocenti.

"Siamo un gruppo di veterani, studenti e lavoratori impegnati a diffondere consapevolezza sulle sofferenze del popolo di Falluja, promuovendo azioni di solidarietà in favore delle vittime dei crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti, con l'obiettivo di far cessare ogni conflitto e occupazione americana".

Questo invece parte del manifesto del "The Fallujah Project", che vede nel suo advisory board Noam Chomsky (Institute professor of linguistics at MIT), Irene Gendzier (Professor of political science at Boston University), Susan Akram (Clinical professor of law at Boston University), David Lyons
(Professor of philosophy and law at Boston University), Suren Moodliar (Coordinator of mass global action), Dahlia Wasfi (Public speaker and activist) e Dahr Jamail (Independent journalist and author).

Il progetto unisce persone di ogni estrazione sociale e professionale, convinte che fin tanto che Falluja continuerà a soffrire, non ci potrà essere una vera pace, e determinate a non dimenticare il simbolo dell'eredità americana in Iraq, e di ciò che è stato sbagliato e non deve essere più ripetuto in futuro.

Gli Stati Uniti lasciano dietro di sé un drammatico aumento di tumori, malformazioni e mortalità infantile. Bambini con sei dita, pelle squamosa, due teste e un solo occhio al centro della fronte.

La crisi sanitaria che sta colpendo Falluja e le altre città particolarmente colpite dalle armi chimiche americane è simile, se non superiore, a quella vissuta da Hiroshima e Nagasaki dopo le bombe atomiche.

Guarda il video.

 

14 novembre 2011