Repressione in Egitto: ecco tutte le violazioni compiute dai militari
Il processo elettorale in Egitto è stato "venduto" al mondo come "democratico e libero". Tutte ipocrisie: Piazza Tahrir ha sempre saputo che i militari avevano il potere di annullare tutti i sacrifici e di azzerare le aspettative della gente. Ad un anno dalla rivoluzione, un rapporto denuncia lo Scaf e rivela le violazioni dei diritti umani nel paese. Il nemico numero uno resta la libertà di associazione e di parola, divenuta ora illegale. E' urgente che la comunità internazionale si mobiliti.
di Angela Zurzolo
Ad un anno dalla rivoluzione egiziana, l'Institute for active nonviolence (Ina), in collaborazione con la Solidariedad internacional e Patrir, presenta il rapporto “Repressione in Egitto. Violazioni dello Scaf sui diritti civili e politici della società egiziana. Un appello alla comunità internazionale: proposte politiche”.
La missione conoscitiva di Ina e Solidariedad Internacional ha confermato che il processo elettorale, presentato come “il primo democratico negli ultimi decenni”, è stato in realtà soffocato e monopolizzato dal dispotismo del governo militare egiziano.
Il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf) ha attuato una sistematica e violenta repressione delle proteste sociali, nel tentativo di mantenere il controllo militare sulle istituzioni egiziane.
Lo Scaf tiene sotto scacco l'Egitto.
Prima fra tutte ad essere colpita è stata la libertà di associazione: una legge impedisce lo sciopero e qualsiasi forma di protesta pacifica.
Fuoco sui manifestanti, che vengono così dispersi attraverso l'uso delle "forza letale" e della violenza. Torture e detenzioni illegali sono all'ordine del giorno.
Dalla rivoluzione del 25 gennaio fino ad oggi, almeno 12 mila civili hanno dovuto affrontare la corte militare. Criminalizzata qualsiasi forma di dissenso: giornali confiscati, intimidazioni contro giornalisti, blogger e attivisti. Persino alcune incursioni negli studi televisivi.
La discriminazione nei confronti delle minoranze e delle donne è ancora legittimata dal 'diritto'.
Tutte le aspettative di Piazza Tahrir sono cadute di fronte al pugno di ferro dei militari.
E' urgente che la comunità internazionale si mobiliti.
Lo Scaf aveva promesso agli egiziani “una transizione pacifica del potere in un sistema libero e democratico”.
In realtà, ha usato il suo potere per violare i diritti umani, la libertà d'espressione, di assembramento e di associazione – strumenti primari che garantiscono la formazione di un dibattito democratico nel paese.
Alla comunità internazionale si chiede quindi di elaborare rapporti periodici sulla situazione dei diritti umani in Egitto, ma soprattutto l'attuazione di misure volte a proteggere i difensori dei diritti umani nel paese.
Inoltre, è necessario - sottolineano ancora Ina e Solidariedad Internacional - sostenere il processo mediatico e aiutare le organizzazioni locali, attraverso la moltiplicazione delle visite e di partecipazione alle conferenze stampa.
Solo una forte azione congiunta internazionale può accompagnare l'Egitto verso una transizione democratica, e questo deve tradursi in una ferma condanna degli attacchi ai civili, a sostegno delle legittime rivendicazioni della società civile.
30 gennaio 2012
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| EGYPT_UNDER_REPRESSION.pdf | 2.5 MB |
L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
Il rilascio di circa due mila prigionieri sembra una mossa distensiva del Consiglio militare in vista delle tormentate celebrazioni che si terranno per il primo anniversario della rivolta. I messaggi che arrivano dal movimento degli “Ufficiali liberi”, in prigione per il sostegno loro accordato alla piazza, ci indicano una potenziale escalation delle proteste anti-SCAF anche nelle prigioni egiziane. Ecco come le carceri partecipano al gioco di legittimazione e delegittimazione di chi gestisce oggi il processo di transizione democratica in Egitto.
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
L’ultima nave è partita dal North Carolina (Usa) il 26 settembre scorso. Direzione Suez, Egitto. Scalo tecnico a Cagliari, Italia, il 15 novembre. Ultima in termini di tempo. Sette tonnellate di armi e munizioni, tra cui manganelli di gomma, gas lacrimogeni e fumogeni. Tutto made in Usa, tutto autorizzato dal dipartimento di Stato americano. Mittente la Combined System, Inc. Destinatario l’esercito egiziano.
L'incontro di Robert Fisk con Alaa Al-Aswani, dentista e autore di “Palazzo Yacoubian”, così come di altri importanti scritti, l’ultimo dei quali dedicato a piazza Tahrir. Si parla di rivoluzione e controrivoluzione nell'Egitto post-Mubarak.