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La Tunisia, e lo 'spettro egiziano'

Anche se successiva alla nostra, la Rivoluzione egiziana resta per noi un punto di riferimento, e l’ombra proiettata dal grande paese sulle rive del Nilo è determinante anche per il nostro destino.

 

Stiamo assistendo in queste ore al fallimento della maggiore conquista rivoluzionaria: il primo presidente non militare e democraticamente eletto della storia egiziana viene invitato a dimettersi appena un anno dopo la sua elezione. Un esito naturale, per quanto così rapido, visto il bilancio catastrofico del suo operato, risultato di una palese incapacità a comunicare con il popolo, rispondendo alle sue aspettative. 

Oltre che del carisma essenziale per una fase tanto complessa, il presidente egiziano non ha avuto quell’umiltà necessaria per mettersi al servizio di tutti i cittadini, e non degli interessi del suo partito. 

Gli egiziani non avrebbero certamente mostrato tanta ostilità nei suoi confronti se avessero trovato in lui un minimo di sincerità e di onestà, pur tenendo conto delle differenze e delle contraddizioni che permeano la società. Avrebbero anche accettato più facilmente di attendere le risposte economiche e sociali al loro disagio, purché la situazione politica lanciasse segnali di un'evoluzione positiva e non sprofondasse nella confusione e nel vuoto assoluto. 

La classe politica in Egitto ha conservato la mentalità propria del vecchio regime, senza cercare di liberarsi da quella pratica per cui la rappresentanza diventa solo applicazione della legge del più forte. 

Costretto a sopravvivere, il popolo d’Egitto avrebbe volentieri accettato di sopportare la sua miseria grazie al suo leggendario buon umore, se solo avesse visto i suoi eletti avviare programmi economici seri, mettendo in campo responsabili - di indubbio riconoscimento e disinteressati - per gestire al meglio la sofferenza popolare, invece di ritrovarsi a trattare con veri e propri predatori che, alle sue spalle, si sono impossessati di tutti i settori, dall’economia all’amministrazione dello Stato. 

I Fratelli Musulmani, troppo concentrati sulla gestione della loro vittoria politica, non hanno neanche cercato di immaginare una via originale o un genere di buon governo ispirato agli ideali dell’Umanesimo in un paese prevalentemente multi-confessionale quale è l’Egitto. 

Sarebbero certo stati in grado di superare le difficoltà - in un contesto tormentato dalla deriva verso l’integralismo, tanto religioso quanto laico - in modo originale, coniugando una tradizione addolcita nella sua migliore espressione (la spiritualità), con una nuova modernità non solo economica, ma soprattutto politica e culturale. 

Dopo appena un anno dalle sue prime elezioni democratiche, l’Egitto si ritrova in uno scenario complesso nel quale – a fronte di un palcoscenico politico su cui si muovono figuranti dalle parole illusorie e dal comportamento ipocrita - le strade si riempiono di gente di ogni orizzonte politico, e  i nostalgici del vecchio regime si rafforzano tanto da reclamare il suo ritorno, approfittando della disillusione generale. 

Le dimissioni anticipate del presidente Morsi reclamate da milioni di egiziani, al di là delle possibilità di successo, pongono l’accento sull’urgenza che i politici hanno di risolvere alcuni problemi di base, ad esempio recuperando la fiducia perduta che le masse avevano riposto nelle elite del paese.

Si tratta, prima di tutto, di un’azione da compiere sulla mentalità. Soprattutto, perché non è certo che le elezioni anticipate possano risolvere la situazione, anche a causa delle divisioni in seno all’opposizione. Inoltre, l’assenza di un programma di rinnovamento comune alle diverse componenti, in grado di fornire una soluzione condivisa per aiutare il paese ad uscire dalla crisi, non c'è ancora. 

Il solo programma che unisce oggi le masse di manifestanti in strada è di ordine psicologico: la necessità di superare una mentalità arcaica. 

È questa infatti che sta portando il paese su una strada pericolosa, diretta verso un’islamizzazione rampante dalle tinte integraliste. La prova di forza tra il presidente e l’opposizione ormai schierata in piazza rischia di aggravare la situazione, con la tendenza presidenziale - sempre più evidente - ad appoggiarsi alle frange radicali. Una manna dal cielo per quelle forze occulte che lavorano quotidianamente al mantenimento di riflessi e pratiche legate al vecchio regime, in attesa del momento giusto per un suo ritorno in grande stile. 

 

Misure shock

La situazione a cui assistiamo in Egitto è molto simile a quella del nostro paese, in cui un’immagine piuttosto eloquente del teatrino politico è stata fornita dal settore giudiziario con l'adozione di una serie di decisioni che hanno ignorato lo spirito della Rivoluzione. 

In Tunisia, come in Egitto, la politica è diventata un ombretto, quella polvere colorata che le donne di tutto il mondo si mettono sulle palpebre solo per mostrarsi più belle. Non è questo il tipo di politica che le masse tunisine sognavano, e che le ha spinte a insorgere. 

Per non rischiare di vedere riprodursi il triste scenario egiziano, i nostri politici dovrebbero svegliarsi al più presto, fare i conti con la realtà del paese e rispondere rapidamente alle aspettative popolari. 

Servono misure spettacolari sul piano giuridico, economico, sociale, diplomatico e morale. Misure che non possono più attendere, anche se potrebbero apparire anticonformiste, persino utopiche, lasciando perdere l’ordine del giorno dell’Assemblea costituente. 

Sul fronte giudico, è impellente fermare le sentenze emesse sulla base di leggi liberticide, stabilendo una moratoria immediata all’applicazione di normative contrarie alle libertà. Leggi in nome delle quali le carceri della Tunisia rivoluzionaria ospitano già prigionieri d'opinione e vittime innocenti, così come al tempo della dittatura. 

A livello economico, è di capitale importanza decidere di rompere i legami con una politica liberista che è solo il prolungamento di quella dell’ancien régime. È imperativo rinunciare al prestito del Fondo Monetario Internazionale, mettere in atto senza più attendere una verifica imparziale dello stato del debito pubblico e denunciare d’ufficio i debiti più scellerati creati dalla precedente dittatura. 

Sul piano sociale, è tempo di lanciare gli "stati generali" della società civile, nel quadro di una democrazia diretta che ancora snobbiamo, malgrado la vitalità delle sue componenti e la sua capacità di iniziativa. Dovranno essere le organizzazioni di base, in stretta collaborazione con le autorità in carica, a stilare una lista delle priorità più urgenti da affrontare. 

Sul piano diplomatico, è importante stabilire ufficialmente il principio di libertà di circolazione per i cittadini tunisini, esigendola anche dai nostri partner internazionali. È un’esigenza dettata dal buon senso - soprattutto tenendo conto della maturità del nostro popolo, per restituire la speranza a migliaia di giovani che non possono circolare liberamente fuori dal paese - per ristabilire la nostra sovranità nazionale, violata dalla normativa attualmente in vigore. 

Infine, sul piano morale, occorre impegnarsi ufficialmente per stabilire un’etica repubblicana che non sia allineata con una concezione integralista contraria alle tradizioni di tolleranza e rispetto dell’alterità che caratterizza la Tunisia e i suoi cittadini.

È necessario adottare una Carta ufficiale in grado di garantire il rispetto assoluto da parte delle nostre autorità delle libertà, violate durante il vecchio regime e pregiudicate ancora oggi, per riflesso incondizionato o per l’assenza di una chiara volontà politica. 

Sono solo alcuni esempi di misure-guida ispirate dalla situazione di emergenza in cui ci troviamo, in un paese tentato dalla disobbedienza civile, e guidate dalla gravità degli insegnamenti che dovremmo trarre dall’esempio egiziano. 

Agli spiriti più conformisti alcune potranno sembrare utopiche, ma sono necessarie per aiutare il nostro paese a proteggersi da derive simili a quelle cui stiamo assistendo lungo le rive del Nilo. E che i nostri politici non dimentichino mai che la politica oggi, quella vera, costringe a spingersi fino all’utopia, perché il possibile è ben al di là del reale. 

 

 

*traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra, per la versione originale dell’articolo clicca qui

 

02 Luglio 2013
di: 
Farhat Othman per Nawaat
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