• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed

Tu sei qui

La Siria al voto. Intervista a Lorenzo Trombetta

Oggi, 3 giugno, circa 15 milioni di persone in Siria sono chiamate ad eleggere il presidente in quelle che rappresentano le “prime elezioni pluralistiche” della storia del paese. 

 

 

In circostanze normali, per una società abituata ad avere un presidente nominato dal partito Baath al potere da mezzo secolo e confermato su base referendaria in un contesto di capillare controllo e repressione della polizia segreta, con esito sempre scontato da quando è al potere la famiglia Al-Asad, queste elezioni non sarebbero passate inosservate. Tuttavia la realtà parla di elezioni che si preannunciano nuovamente scontate, di cui si parla molto in questi giorni rispetto ad altre questioni siriane. Perché? Come si sta preparando la Siria a queste elezioni?

A Tunisi, nell’ambito della Conferenza internazionale per la libertà di espressione tenutasi dal 28 al 30 maggio, Osservatorio Iraq ha incontrato* il giornalista e studioso italiano dell’area siro-libanese Lorenzo Trombetta. Abbiamo cercato insieme a lui di trovare risposte a tante domande. Di seguito le sue #ParoleDautore.

 

Dopo più di tre anni di violenze ininterrotte, il 3 giugno in Siria si svolgeranno le elezioni presidenziali. Che clima si respira nel paese?

Osservando i media di regime e i loro “megafoni”, il clima che si respira nel paese è caratterizzato dall’entusiasmo e in vista di quello che sarà, secondo questa prospettiva, “un successo democratico e una festa nazionale”, “alla faccia” di chi tenta di abbattere dall’esterno il legittimo governo voluto e tanto amato dal popolo. Ma tralasciando questi aspetti di evidente propaganda la realtà è abbastanza diversa.

Senza considerare la guerra in corso, già l’impianto istituzionale è costruito in modo tale che Bashar Al-Asad possa vincere indisturbato le elezioni. La riforma della Costituzione e la nuova legge elettorale dello scorso marzo pongono infatti diversi limiti e restrizioni che di fatto escludono gran parte dei dissidenti e oppositori – in patria e all’estero – dalla possibilità di candidarsi. Si può facilmente immaginare che con questo assetto l’attuale presidente potrà rimanere in carica fino al 2028. 

In cosa consistono questi meccanismi istituzionali?

Secondo il testi della Costituzione siriana del 2012 e la legge elettorale vigente il candidato, unicamente uomo e musulmano (alla faccia del rispetto di pari opportunità e di quello della difesa delle minoranze non musulmane), deve avere almeno 40 anni, compiuti all’inizio della candidatura; la nazionalità siriana di nascita e da parte di entrambi i genitori, anch’essi siriani alla nascita, e non può avere alcuna altra nazionalità;non deve esser sposato con una non siriana; deve risiedere in Siria in maniera continuativa da almeno dieci anni e infine deve avere pieno diritto di voto. 

Quest’ultimo aspetto non è secondario perché esclude automaticamente tutti i cittadini siriani che non possono rinnovare i propri documenti di identità, emessi secondo nuove regole e in un contesto in cui numerosi registri anagrafici sono andati distrutti. 

Gran parte dei membri dei gruppi di opposizione e dei dissidenti storici dunque sono tutti tagliati fuori dalle elezioni: o perché vivono all’estero, o perché sono sposati con non siriane, o perché su di loro pendono condanne per “terrorismo” o perché i loro fondi in patria sono stati congelati dal regime.

Un altro ostacolo alle candidature di persone non gratae al regime è rappresentato dalla norma che prevede che il candidato sia sostenuto dalla firma di almeno 35 deputati (su un totale di 250 membri dell’assemblea legislativa siriana). Ciascun parlamentare può esprimere il suo appoggio solo a un candidato e considerando che il Baath, partito di Al-Asad, e i partiti satelliti controllano il parlamento, sarà di fatto impossibile a un candidato indipendente, a un vero oppositore o dissidente raccogliere i consensi di 35 deputati.

Inoltre, l’articolo 88 della nuova Costituzione prevede l’impossibilità del presidente di presentarsi per più di due mandati. Poi però c’è l’articolo 100 che afferma che questa norma vale solo a partire dalle prossime elezioni: il conto comincia dunque solo dal 2014 e Bashar al Assad può così presentarsi, almeno sulla carta, per altri due mandati e rimanere presidente fino al 2028.

Quindi è vero che quest’anno, dal 1958, non ci sarà un referendum “confermativo” e che formalmente abbiamo di fronte le “prime elezioni plurastiche”, ma in realtà il risultato è già scritto.

Tutto questo, ripeto, senza considerare che il clima sempre più intenso di intimidazione, violenza e radicalizzazione del conflitto armato. Per quanto riguarda gli elettori, chi riuscisse a registrarsi e rinnovare la propria carta d’identità, inoltre, si consegnerà in pratica al ministero degli Interni. Senza dimenticare altre due cose: l’obbligo di impronta digitale al momento del voto, che equivale a far sapere al regime chi ha votato e chi no, e le altre due candidature “fantoccio” che hanno dichiarato apertamente che “l’importante è che vinca la Siria”. 

In un simile clima così descritto, ha senso parlare di programmi o temi predominanti nell’ambito della campagna elettorale?

Direi proprio di no. Intanto bisogna pensare che in generale nel mondo arabo le elezioni sono incentrate più sul candidato che sul programma. Così è sempre stato in Siria, dove il presidente negli ultimi 40 anni è sempre stato nominato sulla base di un referendum popolare che confermava una decisione già presa d’ufficio dai vertici del Baath e formalizzata dal parlamento monocolore.

Le uniche differenze tra Bashar Al-Asad e gli altri due candidati è che questi ultimi, quando vengono interpellati sulla guerra in corso, precisano, forse in modo neanche troppo convinto, che all’inizio la rivolta è stata nonviolenta ma che poi la situazione è degenerata e il governo si difende legittimamente. C’è poco da aspettarsi, secondo me, dal voto del 3 giugno, che non sarà altro che un altro modo per ratificare ancora un volta la legittimità formale del presidente. 

Quali effetti credi che possano avere le campagne di boicottaggio che si stanno sviluppando sia in Siria che in ambito internazionale?

Le campagne stanno andando avanti e sto notando, anche grazie alla segnalazione del collega Fouad, i tanti volantini e immagini che girano sul web, e alcuni vengono distribuiti anche per le strade, con grandi rischi. Tuttavia ci sono anche opinioni contrastanti tra gli attivisti della società civile, grande categoria di cui fanno parte tanti e diversi gruppi di opposizione e che bisogna sempre trattare con attenzione. 

Alcuni pensano infatti che il boicottaggio sarà un altro modo per legittimare al-Asad, se al voto non si presentassero  i potenziali elettori che non voterebbero per lui. Ma come già detto riguardo gli altri due candidati, è davvero difficile definirli “avversari”. Non credo dunque che le campagne possano avere un qualche effetto sulle elezioni.

Dall’esterno come stanno reagendo i singoli Stati all’interno della comunità internazionale?

Anche quest’ultima è una categoria troppo grande, difficilmente definibile in modo preciso. Se ci si limita agli stati che con un ruolo importante nella crisi siriana le posizioni assunte sulle elezioni non si discostano da quelle che vengono mantenute sul conflitto. Sappiamo infatti che Russia ed Iran hanno degli interessi affinché Al-Asad rimanga saldo al suo posto, e che Tehran invierà una squadra di osservatori internazionali per “monitorare le elezioni”, fatto che però non mi sembra possa avere un grande riscontro in termini di trasparenza. 

Per quanto riguarda quello che definiamo l’“Occidente” la situazione è ovviamente confusa, perché se tendenzialmente è chiaro il sostegno ai “ribelli”, altra categoria dove sembra possibile includere qualsiasi cosa, in tre anni abbiamo visto quanto fosse difficile e complesso trovare delle posizioni comuni. Per questo credo che aldilà degli interessi, tutti gli attori coinvolti sappiano che la vittoria di al-Asad è scontata. 

Mentre in Siria si voterà, la maggior parte di coloro che sono fuggiti dal paese, quasi tre milioni di persone, vive nella drammatica attesa di ricevere accoglienza, soprattutto in Europa…

La situazione dei rifugiati è allarmante. Da un lato ci sono i paesi limitrofi, ovvero Iraq, Libano e Giordania, che stanno attraversando una fase di forte stress dal punto di vista della capacità di assorbimento dei siriani, con le rispettive autorità che stanno denunciando da mesi le enormi difficoltà nel fornire i servizi pubblici di base. Dall’altro invece l’Europa continua a non rappresentare uno spazio sicuro di rifugio, con soltanto poco più di 12 mila rifugiati accolti fino ad oggi. Non mancano inoltre dinamiche che ci informano di alcuni casi di rifugiati accolti secondo criteri che hanno poco a vedere con quelli previsti dagli standard dell’UNHCR. In Germania e in Belgio, ad esempio, l’asilo è stato dato ad alcuni dissidenti sciiti per le proprie posizioni politiche affini a quelle degli stati. Ci sono altri casi inoltre di rifugiati vicini al regime accolti in quanto tali.

Nel frattempo gli episodi di sfruttamento, violenze, traffico di esseri umani si ripetono su base quotidiana, più o meno ovunque i rifugiati siriani si trovino. Proprio qui a Tunisi la nostra collega Nibras al-Mamory ci ha fatto conoscere questo nuovo ultimo rapporto, molto duro, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per le Donne che dipinge un quadro sempre più drammatico (nello specifico il rapporto verte sulle condizioni delle rifugiate siriane nella regione semi-autonoma del Kurdista, Iraq - ndr).

Sembra quasi impossibile, in un contesto così complesso e violento, parlare di sviluppi positivi. Se ce ne sono, secondo te, dove si possono osservare?

La crisi siriana ha dimostrato che c’è davvero poco che vogliano fare i governi e la diplomazia per trovare una soluzione. Per questo secondo me è più interessante ed utile concentrarsi a livello locale, guardando a quelle forme e meccanismi di dialogo che si osservano sul terreno. Parlo di alcuni rapporti che si stanno sviluppando tra quelli che possono essere rivali da 10 anni e sono diventati nemici negli ultimi 3. Si tratta di forme di dialettica che si stanno sviluppando sul campo di battaglia circa questioni basilari come l’acqua e l’elettricità, secondo forme di scambio incentivate dalla precarietà della situazione e dallo spirito di sopravvivenza.

Ecco, secondo me questi meccanismi “micro” possono dirci molte più cose di una mega conferenza internazionale a Ginevra, per citare un esempio. Per questo invito i giornalisti, i ricercatori e gli operatori umanitari a studiare questi casi in modo da comprenderli meglio. 

 

*L'intervista è stata realizzata a Tunisi il 30 maggio 2014. 

 

03 Giugno 2014
di: 
Fouad Roueiha e Stefano Nanni da Tunisi
Area Geografica: