Non-violenza e laicità in Libano: intervista a Walid Slaybi
Questa legge, presentata ad una commissione parlamentare nell'aprile di quest'anno, tocca diversi aspetti della vita dei libanesi (matrimonio, divorzio, eredità e custodia dei figli, ecc.) attualmente disciplinati dalle comunità confessionali. Dopo la perdita di vigore del movimento anti-confessionale che, sulla scia delle rivoluzioni arabe, sembrava poter scuotere anche il Paese dei Cedri, l'approvazione di questo codice costituirebbe un primo serio passo verso la creazione di uno Stato laico ed il superamento di quel sistema socio-politico confessionale, che ingabbia il Libano dal 1943.
di Elisa Piccioni e Giacomo Galeno
Dottor Slaybi, lei è fra i fondatori della prima Università della Non-Violenza nel Mondo Arabo (AUNOHR). Di che cosa si tratta?
Questa Università nasce tre anni fa ed è il risultato di quindici anni di lavoro e militanza nel campo della non-violenza e dell'anti-confessionalismo e ha l'obiettivo di diffondere questi valori in Libano e nel mondo arabo. I nostri studenti, infatti, non provengono solo dal Libano, ma anche dalla Palestina, dall'Egitto, dalla Siria, dall'Iraq e dalla Giordania e tra di loro ci sono anche professori universitari, professionisti nell'ambito dei media e avvocati. Il percorso di studio che offriamo conta otto specializzazioni, come ad esempio: cultura e filosofia della non-violenza, mediazione non-violenta, educazione all'anti-razzismo e all'anti-confessionalismo, social training, attivismo, e metodologia dell'azione civile.
Oltre all'Università abbiamo fondato una seconda istituzione, BILAD Buyut al-la'unf al-lata'ifiyya al-dimuqratiyya, una rete di case sparse nei villaggi del Libano in cui educhiamo alla non-violenza e all'anti-confessionalismo. Inoltre, nel 2004, è nata l'associazione CHAML che ora gode di una stato giuridico proprio.
Quindi questa Università offre anche la formazione necessaria per organizzare campagne e movimenti della società civile?
Questa Università non ha solo una dimensione accademica, ma si propone di essere anche uno strumento di cambiamento sociale. Siamo coinvolti in molte attività e campagne in Libano e sappiamo quali sono i bisogni della società civile. I nostri studenti hanno necessità di sapere come organizzare delle campagne civili, ed in particolare di apprendere l'efficienza dei metodi non-violenti.
Il confessionalismo è davvero radicato nella psicologia dei libanesi ed è molto pericoloso. Abbiamo studiato dei metodi, degli esercizi collettivi per tirare fuori attitudini discriminatorie latenti. Molte persone vengono da noi dichiarandosi contro il confessionalismo e poi grazie a questi esercizi finiscono per capire di esserlo. E' solo dopo questa "confessione" che può avvenire il cambiamento.
Sono molteplici gli aspetti che alimentano il confessionalismo, oltre alla dimensione psicologica e sociale, vi è quella istituzionale e politica. Quale crede che sia il passo più importante da compiere?
Coloro (associazioni, ong, gruppi e partiti politici) che vogliono cambiare l'aspetto politico si impegnano per ottenere la riforma elettorale, così da superare quel sistema proporzionale che fa perdurare l'assetto confessionale dei poteri. Altri pongono l'accento sui cambiamenti sociali, e quindi si battono per uno statuto civile personale e facoltativo.Io non credo sia possibile separare le questioni della legge elettorale, quella per lo statuto civile ed il confessionalismo politico, e credo che chi lo fa, ad esempio ragionando solo in termini di riforma istituzionale, non sia interessato a cambiare realmente le cose, perché in fin dei conti trae benefici da questo sistema.
L'aspetto educativo costituisce sicuramente la sfida più importante. L'educazione in Libano è infatti dominata da scuole confessionali. Così ad esempio vi sono le scuole cristiane, le scuole sunnite e le scuole di Hezbollah. E' necessario lavorare sull'educazione in una prospettiva di lungo termine e sul sistema legislativo nel breve termine. Bisogna agire su entrambi gli aspetti: per questo formiamo le persone per portare nelle scuole un’educazione non-violenta e non-settaria e allo stesso tempo ci battiamo per lo statuto personale civile e aiutiamo le ong che stanno lavorando per la legge elettorale.
Il movimento per lo statuto personale civile non nasce quest'anno. Già alla fine degli anni Novanta fu organizzata una grande campagna.
La campagna odierna si sviluppa su di un terreno politico preparato negli anni precedenti, in particolare nel 1999 quando portammo avanti la prima grande battaglia per il matrimonio civile, nell'ambito della quale nel marzo del 2000 inscenammo un matrimonio collettivo nel centro di Beirut. Da questa campagna abbiamo però imparato che lo slogan "matrimonio civile" è debole e facilmente attaccabile. Ci accusavano infatti di non credere in Dio, di non avere una morale.
Quest'anno, quando insieme alla dott.ssa Ugarit Younan abbiamo deciso di rilanciare la campagna, riuscendo a riunire più di 54 ong e associazioni, abbiamo deciso di adottare un altro motto, ovvero per una "legge per lo statuto personale"(ahwal shakhsiyya). E' diverso, ora diciamo che vogliamo una legge dal parlamento per lo statuto personale civile. Secondo la costituzione lo Stato deve fare leggi, ma noi non le abbiamo, ci lasciamo governare da quelle religiose. Lo Stato deve fare questa legge. Se un libanese, in quanto sciita o cristiano, non vuole le leggi dello Stato, ma solo quelle della propria confessione, allora vuole dividere la repubblica, la nazione.
E questa legge l’ha scritta lei?
Sì, abbiamo ripreso la legge formulata nel corso della prima campagna e, dopo averla studiata a lungo e modificata, l'abbiamo presentata in maggio al parlamento attraverso l'associazione CHAML. E' un testo molto moderno e conta 247 articoli. Tra le altre cose, questo testo rafforza i diritti della donna, che viene trattata in maniera non equa (rispetto agli uomini) dalle leggi religiose. Ad esempio controlla l'età del matrimonio, proibendo che ragazze di 13 anni possano sposarsi e riconosce il lavoro domestico della donna. E' la prima volta nella storia della Repubblica del Libano che una legge del genere è discussa in Parlamento.
Anche negli anni Novanta avete presentato una legge simile, ma non è arrivata al Parlamento, cosa è andato storto?
Nella precedente campagna siamo riusciti ad ottenere 65 mila firme per il matrimonio civile e abbiamo proposto una legge firmata da dieci deputati, ma non è stata mai messa in agenda.
Quali sono gli aspetti principali per costruire e portare avanti una campagna civile?
In primo luogo devi essere accettato da altre ong. Ad esempio nella prima campagna fu molto difficile unificare e tenere unite più di 70 ong e partiti. Tuttavia avevamo l'appoggio del Presidente della Repubblica Hraoui e dei media. La proposta sul matrimonio civile di Hraoui è stata votata dal Consiglio dei ministri, ma poi Hariri non la trasferì al Parlamento. Abbiamo dichiarato questo giorno (in cui la legge è stata approvata dal Consiglio dei ministri), il 18 marzo, "Giorno della libertà di scelta" e ogni anno cerchiamo di creare degli eventi per ricordarlo. Ad esempio quest'anno abbiamo installato una tenda a piazza Riyad al-Solh e abbiamo deciso di non rimuoverla finché la legge non verrà approvata.
Quali sono le resistenze che questa legge incontra?
Finora solo Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah, ha rilasciato dichiarazioni contrarie a questa legge. Il Patriarca maronita, al-Rahi, ha dichiarato di volere tale testo, anche lo speaker del parlamento, Berri, ci appoggia, è lui che ha trasferito la legge alla commissione parlamentare. Ad ogni modo è difficile andare avanti, perché ora ci sono altre tematiche all'ordine del giorno. Gli eventi siriani, gli attentati, il Tribunale Speciale per il Libano sono ora la priorità e la legge per lo statuto personale viene considerata di minore importanza, ma per noi non è cosi e proveremo a farla rientrare nell'agenda politica. Bisogna fare pressioni.
Quali sono i principali aspetti di questa legge, perché è importante?
E' importante perché permetterà la formazione di famiglie che saranno innanzitutto libanesi e non sciite, sunnite, druse o cristiane. Due persone che vogliono stare insieme, anche di confessione diversa, potranno sposarsi senza ostacoli, senza che uno dei due coniugi sia costretto a convertirsi o ad andare all'estero, solitamente a Cipro, per contrarre un matrimonio civile. E' evidente che questa legge è un passo importante verso una società più integrata e con un più forte senso di cittadinanza.
All'inizio di questo anno si è creato in Libano un movimento anti-confessionale che, prendendo spunto dal motto delle rivoluzioni arabe, chiedeva "la caduta del sistema confessionale" (Isqat al-nizam al-ta’ifi). Questo movimento, prima di esaurirsi nel giugno 2011, era riuscito a portare in piazza il 20 marzo, 20.000 persone.
Questo movimento ha commesso diversi errori, ma il principale credo sia stata stata la scelta del motto. "Isqat an-nizam al-ta'ifi", abbattere il sistema confessionale, è un motto sbagliato per il Libano. E' fondamentale che lo slogan venga incontro alla psicologia del popolo. Quando tu dici ai libanesi che si vuole abbattere il sistema confessionale è come se tu stessi dicendo che vuoi distruggere la loro confessione. Questa questione è molto delicata e molti l'hanno percepito come se la loro comunità e il loro valori fossero in pericolo. La politica ufficiale, che era nascosta all'interno del movimento, ha preso vantaggio da questo ed ha diviso il movimento. Bisognerebbe adottare un altro motto, non la distruzione del sistema confessionale.
Lei ha partecipato alla campagna?
Noi abbiamo marciato, ma non ci hanno ascoltato. Quando hanno creato questo movimento di fatto stavano imitando le altre rivoluzioni. Credevano di fare la rivoluzione anche qui e l'ego ha preso il sopravvento. Parlare con loro era molto difficile. Inoltre il fallimento di questa campagna ha portato ad una sorta di "depressione sociale", molti attivisti si sono "depressi" ed ora è veramente difficile riattivare il movimento
Quindi in Libano il cambiamento, la strada per la riforma del sistema confessionale, parte dal basso attraverso l'ottenimento di diritti civili, piuttosto che da una lotta per un cambiamento politico radicale?
Deve esserci un'interazione dialettica. Il cambiamento a livello sociale deve andare di pari passo con i cambiamenti politici. L'aspetto più difficile è l'educazione, ma è inutile se non si cambia anche il confessionalismo politico. E' importante non fermare nessuno di questi movimenti.
