Marocco: "l'amazigh non è solo una lingua, ma un sistema di valori laici e democratici"

In Marocco il movimento berbero prende atto degli avanzamenti offerti dalla nuova costituzione, tra cui il riconoscimento ufficiale della lingua tamazight, ma non abbandona il fronte delle contestazioni e rilancia gli appelli al boicottaggio delle prossime elezioni legislative del 25 novembre. Ne parliamo con il professor Ahmed Assid, ricercatore all'Institut royal pour la culture amazigh (IRCAM) e fondatore dell'Observatoire amazigh des droits et des libertés (OADL).
 

 di Jacopo Granci

Tra i primi a rispondere all’appello del "20 febbraio", il movimento amazigh (berbero) ha avuto un impatto considerevole nelle mobilitazioni che da quasi nove mesi spingono migliaia di manifestanti a scendere in strada, nelle principali città del regno, per chiedere "il passaggio ad uno Stato democratico, la fine dell’assolutismo monarchico e il rispetto della dignità dei cittadini". Le bandiere giallo-verde-blu (simbolo del movimento, vietato fino alla metà degli anni novanta) hanno sventolato a Tangeri, Tetuan, Errachidia, Agadir e perfino a Rabat e Casablanca, mentre nelle regioni dell'interno a maggioranza berberofona (Rif, Suss, Medio e Alto Atlante e la zona orientale) anche i piccoli villaggi hanno alzato la testa per denunciare gli abusi delle autorità locali, la depredazione delle risorse e la mancanza di infrastrutture primarie.

La nuova costituzione[1], voluta dal sovrano e approvata lo scorso 1° luglio tramite referendum, ha riconosciuto l'idioma berbero come lingua ufficiale e la cultura amazigh come componente di un'identità nazionale non più esclusivamente arabo-musulmana, accogliendo in questo modo le rivendicazioni di base del movimento. Tuttavia, quello che alcuni osservatori hanno descritto come un tentativo del regime di dividere il fronte della contestazione sembra essere fallito. Gli attivisti berberi - nella maggioranza dei casi - hanno criticato la nuova carta ed hanno continuato le proteste, reiterando gli appelli al boicottaggio delle prossime elezioni legislative, come già avvenuto nelle passate consultazioni. Per quale motivo? Ce lo spiega Ahmed Assid, docente di filosofia all'università Mohammed V di Rabat fino al 2002 e da dieci anni ricercatore all'IRCAM, di cui è stato uno dei fondatori nel 2001. Il professor Assid, studioso e intellettuale riconosciuto al di fuori dei confini nazionali, è autore di alcune opere di riferimento sul tema della berberità (Culture et identité au Maroc contemporain, L’amazighité dans le discours de l’islam politique) e dal 2006 dirige l'Osservatorio amazigh per i diritti e le libertà (OADL).[2]

 

 Qual è stata la reazione del movimento amazigh alla presentazione della nuova costituzione sottoposta a referendum lo scorso 1° luglio?

Il movimento amazigh è un'entità eterogenea che accoglie al suo interno centinaia di associazioni - alcune a carattere nazionale, la maggior parte a vocazione locale - oltre agli attivisti indipendenti.  Di conseguenza anche le posizioni assunte dagli attori del movimento sono eterogenee. In merito alla nuova costituzione ci sono state tre reazioni distinte. La prima, largamente maggioritaria, ha sostenuto il boicottaggio del referendum. E’ questo il caso dell'Osservatorio amazigh per i diritti e libertà, di Tamaynout (la più grande associazione berbera marocchina per numero di aderenti, nda), del coordinamento Tafsut, guidato dall'associazione Azetta, che riunisce 309 associazioni, e di Amyafa, il coordinamento delle associazioni amazigh del Marocco centrale. Invece le organizzazioni più moderate, come l'AMREC (Associazione marocchina per la ricerca e gli scambi culturali, prima associazione berbera fondata nel 1967, ndr), hanno fatto campagna per il "sì". Infine c'è stato un terzo atteggiamento, quello tenuto ad esempio dal Congrès mondial amazigh, dai coordinamenti del Suss e del Rif, che hanno espresso soddisfazione per il riconoscimento ufficiale della tamazight (la lingua berbera) senza nascondere le critiche al nuovo testo. Nei loro comunicati, tuttavia, non si sono espresse né per il "sì" né per il boicottaggio del referendum.

 

Quali sono le critiche che il suo Osservatorio ha avanzato nei confronti del nuovo testo?

Prima di rispondere alla sua domanda vorrei fare chiarezza su un punto fondamentale. Il nostro atteggiamento, fortemente negativo nei confronti della nuova costituzione, fa riferimento al testo presentato ufficialmente la sera del 17 giugno (a margine del discorso del sovrano) e non al lavoro della commissione Mannouni che, pur essendo stata scelta secondo una logica anti-democratica, aveva redatto una carta molto più avanzata rispetto alla versione finale. Purtroppo quel testo - dove per esempio era riconosciuta "la responsabilità dello Stato nella protezione del pluralismo religioso" e "la libertà di coscienza dei cittadini" - è stato snaturato dall’intervento del consigliere reale Moatassim, che in 48 ore e con l’appoggio delle forze politiche più conservatrici ne ha rivisto arbitrariamente il contenuto per ricevere il via libera del Palazzo. Per questo Mannouni si è rifiutato di leggerlo pubblicamente, disconoscendone così la paternità, ed è stato il consigliere di Mohammed VI a presentarlo ufficialmente il 17 giugno scorso.

 

Quella che lei definisce una "revisione di Palazzo" ha interessato anche le parti della nuova costituzione dedicate al riconoscimento dell'amazigh?

Sì. Nel preambolo, dove si fa riferimento all’edificazione dell’identità nazionale, la componente amazigh veniva prima di quella arabo-islamica. La commissione Mannouni aveva rispettato la cronologia storica, che documenta la presenza millenaria degli imazighen (plurale di amazigh, nda) nell'attuale territorio marocchino, mentre l'arrivo degli arabi è datato alla fine del settimo secolo dell'era cristiana. Il testo uscito da Palazzo ha ribadito invece la preminenza della umma arabo islamica sui valori ancestrali di appartenenza all'africanità, di cui la berberità è il simbolo.

Altro esempio è il famoso articolo 5. Sia chiaro, la costituzionalizzazione della lingua amazigh come idioma ufficiale è un traguardo importante, che premia i sacrifici di generazioni di militanti a sostegno della causa berbera. Tuttavia, la formulazione scelta per questo articolo è ambigua e lascia spazio ad interpretazioni pericolose. Nella prima versione, la lingua araba e quella berbera erano inserite nella stessa frase, considerate entrambe lingue ufficiali a pari titolo. Dopo la revisione operata da Moatassim, l'arabo e l'amazigh sono finiti in due paragrafi distinti, dove il secondo resta gerarchicamente subordinato al primo. Il partito arabo-nazionalista dell'Istiqlal (del primo ministro Abbas El Fassi) ha imposto una menzione separata per la lingua araba, di cui lo Stato promuove la tutela e l'utilizzo, e che resta in una posizione di preminenza rispetto all'amazigh. A conti fatti, è come se venissero separati i marocchini di prima classe (arabofoni) da quelli di seconda classe (berberofoni).

Sempre nell'articolo 5, si fa riferimento ad una legge organica (che deve essere votata dai 2/3 del Parlamento, nda) per decidere le modalità con cui la lingua tamazight sarà integrata nei sistemi di insegnamento e nella vita pubblica dello Stato. Questo significa che bisognerà ripartire da capo? L'ingresso della tamazight nei programmi di istruzione, la redazione dei manuali scolastici e la metodologia di insegnamento, sono già stati decisi nel 2002 (con gli accordi tra l’IRCAM e il Ministero dell’educazione) e sono praticati ormai da dieci anni. La scelta della grafia tifinagh per la standardizzazione della lingua è ufficiale dal 2004. Sono acquisizioni storiche che non siamo disposti a rimettere in discussione. L'atteggiamento dei due grandi partiti rimasti ostili alla berberità del Marocco, l'Istiqlal e il Parti de la justice et du développement (PJD, formazione islamica moderata), punta a scardinare il lavoro fatto all'IRCAM, ingente e allo stesso tempo fragile, poiché necessita ancora di garanzie giuridiche. La legge organica menzionata all'art. 5 deve essere l'occasione per fornire protezione e riconoscimento legale a questi dieci anni di conquiste sul piano linguistico e culturale, ma la nuova costituzione non prende nemmeno in considerazione l'operato dell'IRCAM. L'Istiqlal e il PJD, che evidentemente godono della dovuta protezione nella loro crociata per arginare le anime progressiste, hanno rialzato la testa e cercheranno in tutti i modi di imporre la loro visione in Parlamento. Il loro principale obiettivo è bloccare l'utilizzo del tifinagh, vogliono costringere gli imazighen a scrivere la loro lingua con le lettere arabe. Ma il tifinagh non è soltanto un alfabeto per scrivere, è parte integrante dell'identità amazigh, sopravvissuta a secoli di arabizzazione. I suoi caratteri, a lungo vietati in Marocco (conservati però da alcune tribù tuareg), hanno lasciato tracce nella nostra stessa quotidianità (per esempio nell'artigianato berbero e nelle decorazioni dei villaggi).

 

Lei stesso ha definito "un traguardo importante" il riconoscimento della tamazight come lingua ufficiale nella costituzione. Del resto, era una delle rivendicazioni prioritarie elencate nella Charte d’Agadir (1991) e nel Manifeste amazigh (2000). Perché allora rinunciare a questo traguardo e sostenere il boicottaggio del referendum?

La nostra posizione, come Osservatorio e come movimento amazigh nella sua globalità (fatta eccezione per le associazioni più conservatrici come l’AMREC), è sempre stata chiara. La nostra lotta non si limita al riconoscimento della lingua, ma abbraccia rivendicazioni sociali e politiche ben precise, prima fra tutte il passaggio ad una costituzione democratica. Evidentemente non è questo il caso della carta sottoposta a referendum lo scorso 1° luglio. L’amazigh non è solo una lingua diversa dall’arabo ma un sistema di valori, in netto contrasto con la cultura dispotica veicolata dal makhzen ("potere centrale", ndr). Quella berbera è prima di tutto una cultura laica, che ha sempre distinto gli affari terrestri da quelli celesti. Prima dell’arrivo dei francesi, mentre nell’area della capitale controllata dal sultano alawita veniva applicata la shari'a, la legge religiosa, nelle regioni amministrate dalle tribù amazigh era in vigore un sistema di diritto consuetudinario laico, che proibiva le pene corporali. Pur essendo musulmani, gli imazighen non permettevano agli imam di partecipare ai consigli di comunità. Il loro posto era la moschea, ad occuparsi della spiritualità e delle questioni di fede.

Per noi il concetto di laicità è strettamente legato alla democrazia. L'alternativa alla laicità è lo Stato religioso, la privazione della libertà di coscienza e la strumentalizzazione della fede per scopi politici. In questo senso la nuova costituzione non apporta nessun cambiamento rispetto al passato. La monarchia ha fatto ricorso ancora una volta alla legittimazione religiosa, dimostrando di temere il passaggio alla legittimazione democratica. Speravamo che nel 2011 le regole del gioco potessero cambiare…

 

Quando parla di legittimazione religiosa fa riferimento all'articolo 41 del nuovo testo?

Sì, e anche in questo caso l'intervento del consigliere reale Moatassim ha dato i suoi frutti. Gli articoli 41 e 42 sono stati invertiti durante la revisione di Palazzo. Nella versione originale, l’art. 41 riconosceva la figura del re come un Capo di Stato moderno, mentre il 42 gli attribuiva le facoltà religiose di Amir al-muminin. L'ordine era in sé significativo, prima un riconoscimento basato sui canoni giuridici della modernità, quella in cui il regime afferma di volersi inscrivere, e poi il riferimento ad un titolo di derivazione arcaica, quale il Comandante dei credenti. Se tale ordine è stato invertito significa che la monarchia, perfino in questi "dettagli", vuole rimanere ben ancorata al tradizionalismo da cui trae il suo potere, come testimoniano i frequenti richiami alle costanti religiose del regno, inseriti nel testo in un secondo momento.

E' la dimostrazione che il trono alawita insiste nell'utilizzo della religione come strumento di potere politico. Quindi, siamo ancora ben lontani dalla modernità. Le faccio un esempio: nel preambolo della costituzione viene affermata la prevalenza delle convenzioni internazionali sul diritto interno del regno, nel rispetto però "della sua identità immutabile". Prima di tutto quest'affermazione è una contraddizione in sé. E poi, che cosa significa? Significa che in nome della specificità religiosa del paese e del corollario di poteri che ne deriva, il sovrano continuerà a dosare le libertà e i diritti a suo piacimento. Del resto, l'abbiamo visto anche durante la campagna elettorale, quando si è servito del Corano, degli imam e perfino delle confraternite sufi per sostenere il sì al referendum.

 

In Marocco la "question amazighe" è rimasta tabù fino agli anno '90. Hassan II non era disposto a mettere in discussione l'uniformità arabo-islamica su cui aveva fondato il suo regno. Con Mohammed VI il contesto è cambiato: nel discorso di Ajdir (ottobre 2001) ha riconosciuto l'importanza dell'identità berbera e ha promosso la creazione dell'IRCAM, spianando la strada all'ufficializzazione della tamazight. Il movimento amazigh non si sente in qualche modo debitore o almeno riconoscente nei confronti del monarca?

Le nostre conquiste non sono soltanto frutto della strategia politica intrapresa dal Palazzo nell'ultimo decennio, piuttosto sono il risultato di un nuovo rapporto di forza che si è venuto a creare tra il regime e una parte della popolazione. Mohammed VI, salito al trono nel 1999, ha avuto bisogno di testare la sua legittimità e ha portato con sé una vera speranza di cambiamento (eravamo in pieno "governo d’alternanza", con un ex oppositore socialista nel ruolo di primo ministro). In più, il movimento amazigh stava vivendo un periodo di grande vitalità. Uscito allo scoperto negli anni novanta, con la redazione del Manifeste amazigh era riuscito ad abbattere definitivamente il tabù della berberità ed ad avere un eco nelle alte sfere politiche del regno.

Al tempo la nostra posizione stava diventando sempre più radicale: ci presentavamo di fronte alle istanze internazionali come un popolo senza Stato, eravamo pronti a "cabilizzare"[3] la lotta amazigh in Marocco, boicottando la lingua araba e tutte le istituzioni che la veicolano. Il nostro leader storico Mohamed Chafik stava preparando un grande appello alla tawada, una marcia pacifica di tutti gli imazighen su Rabat. Il discorso di Ajdir e la conseguente creazione dell'IRCAM è stata una reazione obbligata da parte del Palazzo per frenare il consolidamento di un nuovo fronte di contestazione (dopo quello marxista degli anni '70 e quello islamico degli anni '80) e per evitare lo scontro aperto. I traguardi raggiunti li abbiamo strappati lottando giorno dopo giorno, inserendoci nei dibattiti pubblici, difendendo le nostre idee - non senza difficoltà - nei media e nella stampa. Non siamo di fronte ad una gentile concessione di sua maestà.

 

Il suo Osservatorio, come la gran parte degli attivisti amazigh, si è schierato a sostegno del Movimento 20 febbraio. Perché?

Perché il movimento amazigh non difende una causa razziale o etnica, ma una causa nazionale a cui contribuiscono tutte le forze democratiche. I giovani del "20 febbraio" l’hanno capito subito. I loro slogan e le loro rivendicazioni sono in perfetta sintonia con la nostra piattaforma. L'Osservatorio è membro del Consiglio nazionale di appoggio al movimento (CNAM) e partecipa alle manifestazioni. Sul piano intellettuale, abbiamo contribuito alla dinamica di protesta con la pubblicazione di un breve testo, l'Appel "Timmouzgha" pour la democratie, dove ribadiamo il legame profondo tra il movimento amazigh e la primavera marocchina.

Ci troviamo di fronte ad un contesto sociale e politico del tutto nuovo nella storia del nostro paese e dobbiamo approfittarne. Per la prima volta si è iniziato a discutere liberamente, a criticare e a reclamare diritti senza più paure. Perfino il ruolo della monarchia è stato messo apertamente in discussione, sono stati scanditi slogan contro la fortuna economica accumulata dal re, si è iniziato a polemizzare sul contenuto dei discorsi del sovrano alla nazione (di cui nemmeno il Parlamento ha la facoltà di dibattere), una cosa impensabile fino a pochi mesi fa. Anche le categorie più marginalizzate, o quelle che hanno sempre avuto timore ad alzare la voce, sono scese in piazza a manifestare. Per esempio gli abitanti berberofoni di Tafraout (Anti Atlante) o di Imiter, dove la holding reale ONA sta saccheggiando le miniere d'oro e d'argento presenti nella zona lasciando in contropartita siccità e l'inquinamento delle falde acquifere.

La grande vittoria del "20 febbraio" non è la riforma della costituzione, ma l'apertura di un nuovo spazio di libertà, punto di partenza per la realizzazione di un vero cambiamento. Solo superando la paura il popolo potrà acquisire una coscienza "cittadina", per questo bisogna rendere merito alla pressione costante esercitata dal movimento sulle autorità. Il passaggio innescato a partire dal febbraio scorso è a mio avviso irreversibile e porterà alla fine dei tabù e delle linee rosse.

 

Poco fa lei parlava della laicità come cardine della cultura amazigh e come base irrinunciabile per la democrazia. Non c’è nessun contrasto in proposito con le altre componenti che sostengono il "20 febbraio"? Più che alle organizzazioni della sinistra radicale mi riferisco all'associazione islamica al-'Adl wa al-ihsan…

Con i partiti di sinistra, come il Parti socialiste unifié (PSU) o La voie démocratique (Annahj), non abbiamo alcun problema, sono i nostri alleati da tempo - ben prima del "20 febbraio" - sia nella rivendicazione della laicità dello Stato che dell’identità berbera. Il partito Annahj è stata la prima formazione politica a sostenere l'ufficializzazione della lingua amazigh, una rivendicazione che compare nel loro statuto già dal congresso fondativo (1995). Per quanto riguarda al-'Adl, è vero che le nostre visioni di fondo sono divergenti. Ma è proprio questo il momento di mettere le divisioni e i conflitti alle spalle. L'importanza della congiuntura storica ce lo impone ed è quello che abbiamo fatto. Gli attivisti amazigh, gli eredi della sinistra marxista, gli altermondialisti e i militanti islamisti, vale a dire le forze di mobilitazione sociale che si oppongono alla gestione dispotica del potere, marciano assieme e gridano gli stessi slogan. Il makhzen e la sua logica autoritaria sono il nemico che ci unisce, abbatterlo è una priorità per tutti noi. Questa è una lezione che abbiamo appreso dagli amici tunisini e egiziani. Al-'Adl, per accodarsi alla scia del "20 febbraio", ha pubblicato un appello ai suoi militanti intitolato "Prima che sia troppo tardi". Nel testo vengono messe in rilievo soltanto le rivendicazioni che uniscono l'associazione alle altre componenti democratiche del movimento. Nessun richiamo allo Stato islamico né all'imposizione dei valori religiosi. L'ideologia del fondatore Abdessalam Yassine, che ha isolato per trent'anni la più forte e radicata organizzazione politica del paese, è stata messa temporaneamente da parte. L'atteggiamento adottato dall'associazione islamica dopo il "20 febbraio" è indubbiamente pragmatico: hanno accantonato i vecchi progetti per conquistare alleati. Hanno perfino appoggiato la lotta per il riconoscimento dell'identità amazigh, quando fino a poco tempo fa erano dichiaratamente ostili. Noi ne siamo coscienti, ma preferiamo che continuino a manifestare al nostro fianco. Gettate le basi per uno Stato democratico, riprenderemo il confronto.

 

Alcuni osservatori ritengono che l'unica possibilità di sopravvivenza per il "20 febbraio" sia l'ingresso nell’arena politica. Lei è d’accordo?

No, l'ingresso nell’arena politica è il solo modo per ucciderlo, come è successo con le vecchie formazioni di opposizione. Del resto la cooptazione e l'assorbimento nel sistema, attraverso la corruzione e il clientelismo, sono l'arma che ha reso possibile la conservazione dell’autocrazia alawita. L'unico modo di sopravvivere è continuare a scendere in piazza, anche solo una volta al mese. La legislazione nazionale, costituzione compresa, non offre vere garanzie democratiche. Di conseguenza bisogna rimanere vigili e attivi per mantenere lo spazio di libertà che ci siamo conquistati. Da una parte il movimento continua a risvegliare le coscienze, nell'obiettivo di ottenere una mobilitazione ancor più numerosa per cambiare il sistema dalla base. Se, nella peggiore delle ipotesi, i numeri restano gli stessi, avremo comunque una dinamica positiva che disturba le manovre di Palazzo. In questo senso la storia può insegnarci molto: ogni volta che il makhzen, dopo una situazione di crisi, recupera la sua forza e si sente al sicuro dalle contestazioni, ricomincia le violazioni. Le manifestazioni, quindi, restano l’unica garanzia democratica.

In ogni caso in Marocco, non sono i partiti a fare politica, ma le forze vive che operano all'interno della società, a stretto contatto con la popolazione. I primi cercano privilegi da spartire e sono ormai delle élite autoreferenziali, i secondi lavorano per riuscire a cambiare la mentalità della gente e i comportamenti. Non sono solo i testi e le leggi a dover essere democratici (oltre che applicati), ma il nostro stesso spirito, le nostre esigenze. Dobbiamo innescare una nuova dinamica sociale che possa portare alla rottura del binomio suddito-governante su cui continua a sopravvivere il regime.

 

Per questo il movimento amazigh boicotterà anche le prossime elezioni legislative?

Ancora una volta, non tutto il movimento ha fatto appello al boicottaggio delle legislative del 25 novembre. Tuttavia la maggioranza delle organizzazioni - tra cui l’Osservatorio per i diritti e le libertà - ha invitato la popolazione all'astensione, come già era avvenuto in occasione delle ultime elezioni nel 2007, quando solo un marocchino su cinque degli iscritti alle liste aveva espresso una preferenza. La popolazione sa che il potere decisionale non è nelle mani delle istanze elette ma altrove.

 

 


[1] L’amazigh nella nuova costituzione del Marocco:

Preambolo: "[…] il Regno del Marocco intende preservare, nella sua pienezza e diversità, la propria identità nazionale, una e indivisibile, […] forgiata attraverso la convergenza delle sue componenti arabo-islamica, amazigh e saharo-hassani".

Art. 5: "L'arabo rimane la lingua ufficiale dello Stato. Lo Stato si impegna alla protezione e allo sviluppo della lingua araba, oltre che alla promozione del suo utilizzo. Anche l'amazigh costituisce una lingua ufficiale dello Stato, in quanto patrimonio comune di tutti i marocchini senza eccezioni. Una legge organica definisce il processo di attuazione del carattere ufficiale di questa lingua, come pure le modalità della sua integrazione nell’insegnamento e negli aspetti prioritari della vita pubblica […]".

[2] Il testo dell'intervista è frutto di tre incontri successivi dell'autore con Ahmed Assid, avvenuti a Rabat l'11 e il 23 luglio e il 29 settembre 2011.

[3] Il riferimento è al movimento berbero algerino e alle rivolte scoppiate in Cabilia nel 1980 ("printemps berbère") a cui negli anni novanta ha fatto seguito, in risposta al programma di arabizzazione imposto dal governo, l'astensione dai programmi di insegnamento (fino a quel momento impartiti in francese) nelle scuole della regione. Una nuova rivolta scoppiata nell'aprile 2001ha poi innescato la dura repressione del regime algerino. Centoventitre morti e alcune migliaia di feriti è il bilancio di quella che viene ricordata come "printemps noir".