La Tunisia del dopo elezioni
di Clara Capelli
Dopo il voto i tre partiti raggiungono un accordo sulla ripartizione delle cariche istituzionali e la definizione di un programma comune di governo per il periodo di interim. L'Assemblea si insedia il 22 novembre, eleggendo Mustafa Ben Jaafar di Ettakatol a Presidente. L'11 dicembre approva una Costituzione provvisoria, che crea il quadro normativo per la nomina del leader del CPR Moncef Marzouki a Presidente della Repubblica e, successivamente, il conferimento dell'incarico di formare un nuovo governo a Hamadi Jebali, segretario generale di Ennahda. Il 23 dicembre l'Assemblea Costituente vota la fiducia.
Non si affievoliscono nel frattempo le proteste da parte dell'opposizione e di alcune frange della società civile nei confronti di Ennahda, accusato di voler concentrare tutto il potere nelle sue mani e di voler fare della Tunisia uno stato islamico conservatore. Ripercorriamo in questo articolo i principali eventi degli ultimi due mesi.
La"troika" e il"califfato"
Anche se i risultati ufficiali delle elezioni per l'Assemblea Costituente vengono presentati solo il 14 novembre dall'Alta Istanza per le elezioni, è subito chiaro dai primi scrutini che Ennahda è l'indiscusso vincitore. Il suo leader Rachid Ghannouchi non perde tempo e indica in Hamadi Jebali come futuro Primo ministro del governo ad interim. Contemporaneamente si inizia a parlare delle consultazioni per un governo di coalizione fra Ennahda e il Congrès pour la République (CPR) di Moncef Marzouki, ritenuta essere il secondo partito per voti ottenuti [1]; le trattative si estendono poi a Ettakatol di Mustafa Ben Jaafar , nonostante iniziali titubanze [2].
Questa alleanza fra Ennahda e due formazioni socialdemocratiche si attira subito numerose e aspre critiche, specialmente da parte del Parti Démocrate Progressiste (PDP) di Chebbi, del Pôle Démocratique Moderniste (PDM) e del Parti Communiste des Ouvriers de Tunisie (PCOT) di Hamma Hammami, grandi sconfitti delle elezioni del 23 ottobre [3]. È soprattutto Marzouki a essere nell'occhio del ciclone, accusato di avere tradito gli ideali laici e progressisti e di "essere sceso a patti col diavolo" [4], creando così le condizioni perché Ennahda possa instaurare un sistema statale integralista.
Grande scalpore suscita un discorso di Jebali, che il 12 novembre durante un convegno a Sousse parla della Tunisia come il punto d'inizio del sesto Califfato e della liberazione di Gerusalemme dall'occupazione ebraica. Rivolgendosi a una militante di Hamas avrebbe infatti detto "la presenza della nostra sorella è un segno di Dio. Ci sono segnali divini in questo momento, la liberazione di Gerusalemme comincia qui. Dalla Tunisia avrà inizio il sesto Califfato" [5]. Le polemiche esplose (Ben Jaafar arriva persino a minacciare di abbandonare il tavolo delle trattative) inducono Jebali a rettificare, parlando di un fraintendimento della stampa e assicurando che la Tunisia rimarrà "uno stato civile, un Paese democratico legittimato dal popolo attraverso libere e regolari elezioni" [6].
Le negoziazioni fra Ennahda, il CPR ed Ettakatol proseguono tra proteste e contestazioni. Il 21 novembre viene reso pubblico l'accordo raggiunto in merito alla ripartizione delle cariche istituzionali per il periodo di interim. Marzouki ottiene la presidenza della Repubblica, mentre a Ben Jaafar viene assegnato il ruolo di Presidente dell'Assemblea Costituente. Jebali si garantisce la guida del governo come Primo ministro. Si afferma dunque una sorta di triumvirato - la "troika", come è stata definita non senza accenni polemici [7] - alla guida della Tunisia. Gli eventi successivi vedono l'ufficializzazione di tale intesa.
Una costituzione provvisoria che non piace all'opposizione
La cerimonia di apertura dell'Assemblea Nazionale Costituente ha luogo il 22 novembre nel palazzo del Bardo, antica residenza del Bey e sede del Parlamento tunisino fino al gennaio 2011. Mustafa Ben Jaafar viene eletto come Presidente, ottenendo 145 voti contro i 68 di Maya Jribi, segretario del PDP [8]. Meherzia Labidi Maiza di Ennahda [9] e Larbi Ben Salah Abid del CPR [10] diventano rispettivamente primo e secondo vicepresidente.
Iniziano le consultazioni per la stesura del testo della Costituzione provvisoria, finalizzata a regolare la vita politica fino all'approvazione del testo definitivo e ufficiale, prevista fra circa un anno. Principale oggetto di dibattito è l'ordinamento dello stato: Ennahda vuole un sistema parlamentare con un Primo ministro forte, sui modelli tedesco e turco, mentre il CPR ed Ettakatol si oppongono fermamente a una presidenza simbolica, insistendo per una soluzione di tipo semi-presidenziale. L'opposizione richiama a una ripartizione bilanciata dei poteri, volta a ridimensionare il ruolo di Primo ministro rispetto alle intenzioni di Ennahda [11].
L'11 dicembre l'Assemblea Costituente approva un testo costituzionale provvisorio di 26 articoli con 141 voti a favore, 37 contrari e 39 astensioni [12]. Il documento scontenta molti, sia per quanto riguarda la divisione dei poteri, sia per l'assenza di una durata precisa per il mandato dell'assetto ad interim. L'opposizione boicotta infatti il voto [13].
Ciò che davvero infiamma il dibattito è l'assetto istituzionale disciplinato dal testo costituzionale provvisorio. È chiaro come Ennahda sia riuscito ad avere la meglio sui suoi alleati, definendo un quadro normativo che concentra la gran parte dei poteri nelle mani del Primo ministro. Tale carica ha la facoltà di creare, modificare e revocare i ministeri, nominare gli alti funzionari civili (di concerto con il ministro competente e il Consiglio dei ministri) e promulgare i decreti. L'incarico viene assegnato dal Presidente della Repubblica, il quale a sua volta è eletto dall'Assemblea Costituente a scrutinio segreto con maggioranza assoluta. Quest'ultimo è il capo supremo delle forze armate ed è responsabile della politica estera [14].
Molti lamentano la poca chiarezza nella ripartizione dei poteri e le troppe prerogative di governo appannaggio del Primo ministro, cui è semplicemente richiesto di informare il Presidente della Repubblica prima di prendere una decisione, cosa gli attribuisce ampi margini di manovra.
Altra questione che ha fatto storcere il naso riguarda l'articolo 7, il quale prevede che in "circostanze straordinarie che impediscono il normale svolgimento delle attività delle autorità pubbliche e rendono impossibile all'Assemblea Costituente il regolare proseguimento dei lavori, la maggioranze dei suoi membri può autorizzare che la competenza legislativa -o una sua parte - venga esercita dal Presidente dell'Assemblea Costituente, il Presidente della Repubblica e il Primo ministro". Questa disposizione - soprattutto per l'ambiguità del concetto di "circostanze straordinarie" - non piace all'opposizione, che accusa la troika di agire per il consolidamento di un'egemonia di governo [15].
È chiaro come lo schieramento progressista non perda occasione per scagliarsi contro Ennahda e i suoi alleati, gridando al complotto e paventando scenari preoccupanti, nei quali le forze islamiche assumono il totale controllo del Paese, grazie alla complicità di laici compiacenti. Tuttavia, è bene ricordare nuovamente la cocente delusione di PDP, PDM e PCOT per l'esito delle elezioni del 23 ottobre, le quali hanno mostrato con chiarezza quanto questi partiti siano distanti dai cittadini e dalle loro esigenze. L'esiguo numero di voti raccolti è infatti il risultato di una campagna elettorale perdente, tutta basata su diatribe ideologiche, nella quale le varie formazioni laiche e progressiste hanno corso ognuna per conto proprio. Al contrario, Ennahda ha incentrato il suo programma sulle questioni che stavano davvero a cuore ai tunisini - la povertà, la disoccupazione, la giustizia sociale - presentandosi compatta e operando capillarmente sul territorio. La composizione dell'Assemblea Costituente dimostra che questa strategia ha indubbiamente pagato [16].
Ambizione o spirito anticoloniale? Marzouki diventa Presidente della Repubblica
Una volta votata la Costituzione provvisoria, l'Assemblea Costituente può eleggere il Presidente della Repubblica. Il 12 dicembre Moncef Marzouki - l'unico candidato giudicato ufficialmente idoneo [17] - assume la carica con 153 voti favorevoli, 3 contrari, 2 astensioni, 44 schede bianche.
I media riservano parole di lode per questa nomina, sottolineando il rigore morale e lo spessore intellettuale di Marzouki, una delle figure più importanti dell'opposizione alla dittatura di Ben Ali. Ma le proteste ovviamente non mancano. PDP, PDM e PCOT attaccano nuovamente Marzouki in quanto non eletto dal popolo attraverso l'Assemblea Costituente, bensì scelto dalla troika con un accordo a tavolino (senza per altro che il suo mandato abbia una durata precisa). Le schede bianche sono l'espressione di questo dissenso [18]. Non manca inoltre la satira diffusasi sui social network riguardante le limitate prerogative che spettano al Presidente, il quale pur detenendo la guida delle forze armate non sarebbe in grado di esercitare un effettivo potere di controllo sulla vita politica tunisina [19].
I detrattori considerano Marzouki come l'"alfiere di Ennahda" e non gli perdonano la sua ambizione, che lo ha portato a manifestare la sua volontà di candidarsi alla presidenza della Repubblica al suo rientro dall'esilio in Francia, appena tre giorni dopo la cacciata di Ben Ali. Intenzionato a conquistare il potere, Marzouki sarebbe sceso a patti con Ennahda pur di ottenere la prestigiosa carica (si era già candidato alle elezioni del 1994 contro Ben Ali, anche se non ha potuto parteciparvi a causa dell'intervento del regime).
Chi invece lo appoggia ha più volte replicato che Marzouki è una "personalità integerrima" dalla "carriera irreprensibile", simbolo della lotta per i diritti umani in Tunisia oltre che stimato intellettuale di sinistra. La sua alleanza con Ennahda sarebbe una scelta di responsabilità politica per il futuro del Paese. Più volte Marzouki si è speso per difendere il partito di Ghannouchi e Jebali, rassicurando sul suo carattere moderato e paragonandolo al CSU tedesco di Angela Merkel [20].
Il contrasto è con la "vecchia sinistra laicista e francofona, totalmente sconnessa dai veri problemi della società tunisina" [21], con evidente riferimento all'asse progressista che lo critica ferocemente. Come accennato già in precedenza, infatti, si tratta spesso di élite intellettuali, formatesi in Francia e sostenitrici di idee fortemente laiche e di sinistra, che continuano a parlare della minaccia rappresentata dagli islamisti, i quali - sfruttando la presunta ignoranza del popolo - intenderebbero instaurare una dittatura di tipo teocratico. Marzouki ha sempre ribattuto a queste polemiche, liquidandole come capricci di intellettuali impregnati di cultura coloniale francese, inconsapevoli di come viva la maggioranza dei cittadini tunisini, e portatori di un estremismo laico pericoloso quanto l'estremismo religioso [22].
Non si è risparmiato neanche per quanto riguarda la Francia, preoccupata di una possibile deriva integralista in Tunisia. Marzouki arriva a dichiarare che "i francesi sono quelli che capiscono di meno il mondo arabo", aggiungendo inoltre che "lo spirito coloniale è finito. La Rivoluzione del gennaio 2011 ci ha dato la democrazia, la Repubblica e finalmente l'indipendenza", un richiamo agli stretti rapporti tra l'Occidente (la Francia in particolare) e il regime di Ben Ali, da lui fortemente criticati nel corso della sua carriera [23].
Intellettuale tutto d'un pezzo oppure strumento nelle mani di Ennahda, cui si sarebbe venduto in cambio del "trono di Cartagine"? Certamente Marzouki non può e non vuole perdere credibilità (né potere politico) rassegnandosi a un mero ruolo simbolico [24]. Lui stesso assicura alla stampa che non intende transigere su alcuni punti fermi, quali "le libertà pubbliche, i diritti dell'uomo, della donna e del bambino" [25]. L'oggetto della futura contesa tra Marzouki ed Ennhada potrebbe riguardare il Code de Statut Personnel (CSP), raccolta di leggi che tutela i diritti del popolo tunisino e che, tra le altre cose, sancisce la parità sul piano giuridico fra uomo e donna in merito a cittadinanza, doveri familiari, divorzio. Jebali ha lasciato intendere che il popolo della nuova Tunisia potrebbe decidere di modificarlo o addirittura di non adottarlo [26], ma alcuni osservatori sono convinti che il neo Presidente resterà leale alle sue convinzioni in questa "coabitazione" [27], lottando per la difesa dei diritti civili contro eventuali misure di governo improntate all'islamismo conservatore [28].
Tuttavia, è opportuno tenere presente che Ennahda non esprime una posizione unitaria in materia. Ghannouchi ha difatti più volte assicurato che il suo partito non toccherà il CSP, ma che al contrario si impegnerà per l'effettiva uguaglianza di genere, posizione ribadita anche nell'intervista concessa a Le Monde alla fine di ottobre [29]. La cautela è dunque d'obbligo, poiché il dibattito sul futuro della Tunisia e del suo ordinamento si gioca al momento sul mero piano speculativo, basandosi su dichiarazioni d'intenti e non su provvedimenti concreti.
Il governo Jebali contro OccupyBardo
Il 13 dicembre Marzouki presta giuramento come Presidente della Repubblica [30]. Il giorno successivo affida ufficialmente l'incarico di Primo ministro a Hamadi Jebali, ribattezzato ironicamente dai critici - a cominciare da alcuni blogger del collettivo Nawaat - il "califfo", sia per l'infelice dichiarazione sul califfato, sia per i poteri di cui disporrà, cosa che ha fatto addirittura parlare di un nuovo sistema autoritario in cui a Ben Ali si sostituisce l'egemonia degli islamisti [31].
La presentazione della squadra di governo all'Assemblea Costituente per il voto di fiducia è inizialmente prevista per il 20 dicembre, ma viene posticipata di due giorni a causa di conflitti interni al CPR ed Ettakatol. Alcuni esponenti di questi partiti nutrono infatti un profondo disaccordo in merito alla divisione dei poteri sancita dal testo costituzionale provvisorio; le trattative per la composizione del governo ad interim minano ulteriormente la coesione interna alle due formazioni: da una parte ci sono le ambizioni di tipo personale, dall'altra l'insoddisfazione per il ruolo protagonista di Ennahda .
Quest'ultimo appare al contrario sempre più forte e compatto, tanto da attrarre nella sua orbita diversi indipendenti [32]. Uno dei casi più significativi riguarda Abdelfattah Mourou, ex uomo di forte di Ennahda da cui era uscito per contrasti con Ghannouchi. Ha concorso alle elezioni per la Costituente con una lista indipendente, Tariq Assalama; non è riuscito a ottenere alcun seggio e dopo il 23 ottobre si è iniziato a parlare di un suo riavvicinamento al rivale [33].
Il 22 dicembre il governo di coalizione - 30 ministri e 11 sottosegretari - viene presentato da Jebali all'Assemblea Costituente; la sera del 23, dopo un lungo dibattito, viene votata la fiducia con 154 voti favorevoli, 38 contrari, 11 astensioni [34].
È ovviamente Ennahda a rappresentare la maggioranza con 14 membri, seguito da Ettakatol (7 membri), CPR (6 membri); 14 cariche sono assegnate a indipendenti. Ennahda guiderà alcuni dicasteri chiave quali gli Interni (Ali Larayedh), gli Esteri (Rafik Abdelssalem), la Giustizia (Noureddine Bhiri), l'Industria e il Commercio (Mohammed Lamine Chakhari), i Trasporti (Abdelkarim Harouni), la Salute (Abdellatif Mekki), l'Educazione superiore (Moncef Ben Salem). Ettakatol ottiene il Ministero delle Finanze - cosa su cui Ben Jaafar aveva lungamente insistito -, che sarà guidato da Husseini Dimassi; Abdellatif Abid e Elyes Fakhfakh saranno rispettivamente i ministri dell'Istruzione e del Turismo. Al CPR vanno i Ministeri della Riforma Amministrativa (Mohammed Abou), degli Affari Femminili (Siham Badi) e della Formazione e del Lavoro (Abdel Waheb Maatar) [35]. L'indipendente Noureddine Khadmi, imam della Moschea Al Fath di Tunisi, sarà il ministro degli Affari religiosi, sfilando così l'incarico alle ambizioni di Mourou, nominato con suo disappunto consigliere legale del governo [36].
Le polemiche più aspre riguardano la scelta di affidare a Rafik Abdessalem il Ministero degli Esteri. Abdessalem è un noto analista presso il Center for Studies di Al Jazeera, ma soprattutto il genero di Ghannouchi. Già quando le prime voci in merito hanno iniziato a circolare si è parlato di un atto di nepotismo sullo stile del regime di Ben Ali e del clan Trabelsi. Il leader di Ennahda non riveste alcuna carica all'interno del governo di coalizione, ma sono in diversi a credere che in futuro cercherà di affermarsi come "guida suprema" di un sistema islamico conservatore [37]. Ancora una volta, tuttavia, occorre considerare come previsioni di questo tipo non siano che ipotesi e solo gli eventi a venire potranno dire se siano fondate o meno.
L'opposizione continua intanto a fare sentire la propria voce. Oltre alle accese critiche all'interno dell'Assemblea Costituente [38], anche la società civile fa la sua parte, organizzando sit-in e manifestazioni. L'esempio più significativo è rappresentato dall'iniziativa OccupyBardo, promossa dall'organizzazione Doustourna ("la nostra Costituzione") [39]. Dal 30 novembre i manifestanti protestano davanti alla sede dell'Assemblea, invocando il rispetto degli obiettivi della rivoluzione e regole democratiche che impediscano il consolidarsi del potere nelle mani di forze giudicate lontane dallo spirito della thawra [40]. Tra luci e ombre il processo democratico continua.
