La nuova costituzione marocchina: "un sovrano che regna e governa"

La nuova costituzione del Regno del Marocco, approvata il 1° luglio scorso tramite referendum, viene definita dal regime di Rabat come "la grande svolta democratica" del paese. Attraverso un’intervista al giurista marocchino Mohamed Larbi Ben Othmane - direttore dell’Ecole de Gouvernance et Economie (EGE) di Rabat - ripercorreremo le tappe che hanno portato alla sua approvazione e cercheremo di offrire una lettura critica del testo che, proclami a parte, non comporta il passaggio ad una monarchia parlamentare e non assicura la piena acquisizione degli standard democratici.
di Jacopo Granci[1] 

 

1. Il referendum come strumento di legittimazione monarchica

 
Con il discorso alla nazione del 17 giugno 2011 il sovrano Mohammed VI ha presentato ufficialmente il testo della nuova costituzione, redatto in tre mesi da una commissione ad hoc nominata dallo stesso re, ed ha celebrato la "svolta storica nel processo di consolidamento democratico e nell’affermazione dello Stato di diritto"[2]. Il progetto è stato ratificato il 1° luglio tramite referendum, dopo una campagna elettorale segnata dalla propaganda a senso unico dei media e dei partiti dell’intero arco parlamentare (ad eccezione di tre formazioni minori della sinistra radicale)[3] "per un sì cieco e ostinato"[4], dove non sono mancati gli episodi di violenza commessi dai presunti sostenitori del re (definiti baltajia, “delinquenti”) all’indirizzo degli attivisti del Movimento 20 febbraio[5], sceso in strada per chiamare al boicottaggio della consultazione.

 

La campagna elettorale

Allo sbocciare della "primavera marocchina" nel febbraio 2011, il sovrano aveva risposto con la nomina (9 marzo 2011) di una commissione reale composta da specialisti, tecnici e burocrati di comprovata fedeltà al regime, come il suo presidente Abdellatif Menouni, già membro del Consiglio costituzionale. Incaricata della revisione della carta fondamentale, la commissione  Menouni[6] ha lavorato per tre mesi a porte chiuse - affiancata dal Mécanisme politique pour la suivie de la réforme constitutionnelle, guidato dal consigliere reale Mohamed Moatassim - mentre alle formazioni politiche ed alle organizzazioni della società civile, che hanno presentato i propri contributi, è stato riservato un ruolo consultivo e non vincolante. "Il Palazzo ha scelto di ignorare le proteste di coloro che l’avevano spinto alla riforma e ha deciso di appoggiarsi su una classe politica atrofizzata e infeudata, che per di più era ben lontana dal domandare il cambiamento", fa notare il costituzionalista Mohammed Larbi Ben Othmane.

 

La presentazione della nuova costituzione non è bastata a placare le proteste del Movimento 20 febbraio. I giovani dissidenti e le organizzazioni del CNAM[7], che invocano il passaggio ad una monarchia parlamentare dove il sovrano "regna ma non governa", hanno subito opposto il loro rifiuto alla nouvelle constitution octroyée.[8] Un rifiuto del suo contenuto - "una riforma cosmetica per una costituzione assolutista", come l’ha definita anche l’ex direttore del settimanale Tel Quel Ahmed Benchemsi[9] - e un rifiuto del processo di confezionamento "anti-democratico" che l’ha partorita (una delle prime rivendicazioni avanzate dal movimento è stata la convocazione di una assemblea costituente)[10].

 

Queste le premesse ad una campagna elettorale che si è rivelata violenta non solo nei toni (numerose le aggressioni ai membri del "20 febbraio" e dell’Association marocaine des droits humains), dove la macchina di regime è riuscita a trasformare il referendum sulla proposta costituzionale in un sondaggio di gradimento della figura del sovrano. "Il voto non ha sancito soltanto l’approvazione del nuovo testo, ma è servito a rinsaldare una legittimazione monarchica che era stata messa in discussione per la prima volta nella storia del Marocco indipendente", ricorda il professor Ben Othmane.

 

Del resto lo stesso Mohammed VI, durante il discorso alla nazione del 17 giugno, aveva impartito chiare consegne ad un popolo che fatica, specie le classi più umili, a scrollarsi di dosso lo status di "suddito" per acquisire quello di "cittadino". "Voterò sì al progetto della nuova costituzione, adempiendo al mio dovere nazionale”, aveva dichiarato in quell’occasione il sovrano, prima di chiudere il suo intervento con la citazione coranica “ecco la mia via, invito le genti di Dio a seguirla"[11].

 

Da allora, le strade e i quartieri delle città sono state tappezzati di striscioni inneggianti alla riforma del re, tutti i mezzi di trasporto (autobus, taxi e perfino il tram della capitale) hanno esposto la foto del sovrano affiancata dalla scritta naam ("sì"), mentre i tipografi si sono visti recapitare il divieto di stampare manifesti e cartelloni del movimento, pena l'arresto[12]. Per quindici giorni i quotidiani nazionali, oltre alle radio ed alle televisioni, hanno diffuso appelli ininterrotti ed entusiastici a sostegno del plebiscito referendario. Nessuno spazio o quasi è stato lasciato alle ragioni del dissenso. Né sui media - una circolare emessa dall’Alta autorità per le comunicazioni e l’audiovisivo (HACA) ha proibito la diffusione di trasmissioni o messaggi di sostegno al boicottaggio, ritenendo responsabili in caso di violazione, gli stessi mezzi d’informazione[13] - né per le strade, dove le contro-manifestazioni dei baltajia hanno sostituito i poliziotti e le forces auxiliaires nel reprimere le contestazioni (un manifestante era morto il 2 giugno nella cittadina di Safi a seguito dei colpi inferti dagli agenti, nda).

 

Quanto agli attori del panorama politico, la quasi totalità dei partiti e delle organizzazioni sindacali, incluse le storiche formazioni di opposizione, integrate al governo dalla fine degli anni novanta, ha subito avviato la campagna per il "sì", rifiutando il dibattito interno sulla nuova carta, richiesto dalla stessa base del partito, come nel caso dell’Union socialiste des forces populaires (USFP) e del Parti de la justice et du développement (PJD). I 70 milioni di dirham (circa 7 milioni di euro) incassati per l’occasione dalle forze politiche hanno di certo contribuito a rinsaldare la loro fedeltà al regime.[14]

 

Ma la propaganda messa in atto dalle autorità non ha coinvolto solo i responsabili di governo o gli eletti all’assemblea nazionale. Ha varcato i confini del sacro (d’altronde il sovrano è Capo dei credenti e suprema guida religiosa) mettendo la fede al servizio della nuova costituzione e facendo dell’adesione al referendum una vera e propria "crociata". A pochi giorni dall’appuntamento con le urne la confraternita sufi Boutchichiyya, di cui alcuni membri occupano posti di riguardo nelle alte sfere del regno (ad esempio il ministro degli Affari Islamici Ahmed Taoufik), aveva radunato adepti e simpatizzanti a Casablanca per sostenere il "sì" alla consultazione. La tariqa, che è riuscita a promuovere la più imponente manifestazione pro-regime (circa 30 mila persone) di tutta la campagna elettorale, ha disconosciuto in questo modo la dimensione mistica e contemplativa propria del sufismo per vestire i panni della lobby politica.[15]

 

Un’ingerenza analoga a quella vissuta nelle moschee di tutto il paese, dove gli imam si sono visti recapitare un comunicato ufficiale del Ministero degli affari islamici da cui sono stipendiati. "Votare sì è un dovere religioso e nazionale", ribadiva il testo, facendo eco al discorso di Mohammed VI. Per chi si è rifiutato di leggerlo, è scattato il licenziamento.[16] "In queste condizioni, l’approvazione del nuovo testo era un dato già acquisito in partenza, l’unico timore per il regime era il dato di affluenza alle urne", è il commento del giurista dell’EGE.

 

Un plebiscito tra perplessità e contestazioni

Dopo un primo comunicato diffuso dal Ministero dell’interno la sera del 1° luglio, i risultati ufficiali del voto sono stati resi noti due settimane più tardi dal Consiglio costituzionale, che ha confermato la vittoria schiacciante del "sì" (oltre il 98,49%) ed una consistente affluenza alle urne (73,46%). Per le autorità la consultazione si è svolta in modo sereno e regolare, e il suo esito "ha sancito la piena adesione del popolo all’iniziativa del monarca"[17]. Gli appelli al boicottaggio non sembrano aver inciso in modo determinante sul tasso di partecipazione, né sull’esito di un plebiscito annunciato.

 

Ma, secondo gli attivisti del Movimento 20 febbraio, le cifre "bulgare" fornite prima dal ministero e poi dal consiglio sarebbero state opportunamente riviste, un’insinuazione curiosamente ribadita da Abdelilah Benkirane,  segretario del PJD,  formazione islamica moderata, schierata a favore della nuova costituzione, in un’intervista al Financial Times.[18] Anche Aziz Masudi, membro dell’ong Transparency Maroc, ha espresso forti dubbi sui risultati ufficiali, dal momento che "le urne sono rimaste praticamente vuote per tutto l’arco della giornata"[19]. Perplessità avvalorate dai pochi giornalisti che hanno avuto accesso alle zone di voto (in molti casi la polizia ha allontanato i corrispondenti stranieri giunti sul posto).[20]

 

In effetti, sebbene il dato relativo alla partecipazione costituisca in sé una novità rispetto alle ultime consultazioni referendarie (per esempio le riforme costituzionali del 1992 e del 1996, con rispettivamente il 97,4% e l’82,9% di affluenza)[21], la percentuale del 98,5% a favore del nuovo testo appare poco plausibile, anche alla luce delle irregolarità rilevate nei seggi, dove per i votanti non c’era nemmeno l’obbligo di firma delle liste elettorali. Il sito Mamsawtinch ("non voteremo"), creato dai dissidenti per monitorare la regolarità della consultazione, ha riportato alcune testimonianze che parlano esplicitamente di pressioni esercitate dalle autorità, mancanza delle schede per il no, sedi elettorali sprovviste di cabine a garantire un voto realmente segreto e sostituzione delle schede all’interno delle urne. "Ho presentato la tessera elettorale ed ho chiesto se era necessario verificare la mia identità. No. Trovato il mio nome sulla lista, è stato barrato con una croce. Dopo aver votato, ho chiesto se dovevo firmare. No. Sono amareggiato, in questo modo si può far votare chiunque, basta mettere una x sull’elenco!", ha riferito per esempio Ali Bouabid, responsabile dell’USFP, tra le formazioni schierate a sostegno della nuova costituzione.[22]

 

Per assicurare la validità delle operazioni, Rabat aveva fatto appello al Conseil national pour les droits humains (CNDH, organo governativo di nomina reale), che ha dispiegato 136 osservatori in tutto il territorio (oltre 40 mila seggi in Marocco, più 520 nelle rappresentanze consolari all’estero, dove si è votato anche nei porti e nelle moschee, in aperta violazione del codice elettorale), senza registrare anomalie o irregolarità.[23] Quanto alla composizione dei collegi per lo scrutinio, l’incombenza elettorale è stata affidata agli iscritti ai partiti (schierati in maniera pressoché unitaria per il "sì") ed ai funzionari delle autorità locali, moqaddem-caid-shaykh (alle dirette dipendenze del Ministero dell’interno), gli stessi che, secondo il collettivo di blogger Mamfakinch (“non molleremo”), nei contesti rurali hanno partecipato alla "caccia al voto", offrendo doni ad una popolazione in gran parte analfabeta e marginalizzata o preoccupandosi personalmente di accompagnare intere famiglie alle urne.[24]

 

Secondo le analisi tempestive di alcuni giornalisti locali, il dato emerso dallo scrutinio del 1° luglio sarebbe "inequivocabile" e basterebbe, da solo, a sancire la fine delle contestazioni. "20 febbraio the game is over ", ha scritto il quotidiano L’opinion (organo dell’Istiqlal, il partito del Primo ministro) l’indomani della consultazione, spiegando che il Marocco "ha rifiutato gli appelli dei destabilizzatori per seguire il re nella nuova era democratica"[25]. In realtà le manifestazioni, seppur con minore intensità, continuano ancora oggi. Il professor Ben Othmane, infatti, invita a leggere i risultati del referendum sotto una luce diversa. "Anche tenendo conto delle cifre ufficiali, su cui esprimo tutta la mia perplessità, ci troviamo ben lontani dal sostegno unanime alla nuova carta che qualcuno vorrebbe farci credere. Il 98,5% dei sì fa riferimento agli iscritti nelle liste elettorali - circa 13 milioni di persone - mentre i marocchini che hanno compiuto il diciottesimo anno di età sono all’incirca 21 milioni. Questo significa che il 56% degli aventi diritto non ha approvato la costituzione, dunque la lotta del Movimento 20 febbraio resta assolutamente legittima"[26].

 

 

2. Il nuovo testo: la “transizione democratica” si iscrive nella continuità

 

Quella del luglio 2011 è la quinta revisione costituzionale, dopo la prima elaborazione del testo nel 1962 (su iniziativa di Hassan II), registrata nella storia del Marocco post-indipendenza.[27] La prima del regno di Mohammed VI, il giovane monarca salito al trono nel luglio del 1999 che ha saputo offrire all’opinione pubblica l’immagine di un "re moderno e riformatore"[28].

 

Ad una lettura sommaria, la nuova carta sembra apportare alcuni innegabili avanzamenti rispetto alle formulazioni precedenti. Vi si riconosce, per esempio, la lingua amazigh come idioma ufficiale del regno (oltre all’arabo, art. 5); il diritto di voto dei marocchini all’estero (art. 17) e "la volontà di raggiungere la parità tra uomo e donna" (come recita l’art. 19). La dissoluzione dei partiti politici potrà avvenire solo per via giudiziaria (art. 9) e non più su iniziativa dell’esecutivo; il potere legislativo del sovrano, che lo esercita tramite dahir (decreto reale), viene limitato ad alcuni ambiti circoscritti (art. 42).

 

Inoltre il re non è più "persona sacra" ma resta inviolabile (art. 46) ed è vietata la transumanza politica dei parlamentari (art. 61), un fenomeno ricorrente soprattutto negli ultimi anni, quando parte dei deputati ha abbandonato i propri schieramenti politici per passare tra le fila del PAM (Partito dell’autenticità e della modernità, l’ultima formazione "di regime" creata nel 2008). Tuttavia, nonostante gli apporti positivi sul piano del riconoscimento dei diritti e delle libertà, restano vaste le prerogative decisionali attribuite al sovrano e centrale il suo potere di controllo nell’impianto istituzionale.

 

Le due settimane concesse alla popolazione per conoscere il testo sono sembrate insufficienti e gli organi di stampa nazionali ed europei non hanno offerto studi o letture approfondite sull’argomento, fatta eccezione, nel caso marocchino, per il settimanale Tel Quel. Nell’introduzione al dossier dedicato alla nuova carta, i giornalisti Driss Bennani e Fahd Iraqi osservano: "alcuni uomini politici la considerano una «costituzione di transizione». Dicevano la stessa cosa dopo la riforma del 1996, durante il governo di alternanza e perfino al momento dell’ascesa al trono di Mohammed VI […]. Gli appuntamenti mancati con la storia cominciano a farsi numerosi. Il Marocco è per caso condannato a vivere in uno stato di «eterna transizione»?"[29].

 

Per il costituzionalista Mohammed Larbi Ben Othmane, "la transizione politica, fino ad oggi gelosamente custodita nelle mani del Palazzo, può considerarsi conclusa. E il risultato non è il compimento della democrazia, ma la consacrazione costituzionale della « monarchia esecutiva », dove il sovrano regna e governa". Secondo il professore, per un esame attento del progetto è necessario scindere il nuovo testo in due parti, a cui corrispondono due differenti valutazioni. La prima si focalizzata sui "Principi generali" (Titolo I) e sulle "Libertà e diritti fondamentali" (Titolo II, una novità rispetto al testo in vigore), mentre la seconda è incentrata sull’architettura istituzionale dello Stato e la ripartizione dei poteri (Titolo III – Titolo XIII).[30]

 

La "professione di fede"

Secondo Larbi Ben Othmane, la prima parte del testo può essere definita una "professione di fede", o meglio una dichiarazione d’intenti che propone un elenco “esaustivo” di principi, diritti e libertà. Ma, come ricorda il professore, "nella storia del Marocco post-indipendenza la professione di fede è una diretta e corrente espressione della volontà del monarca, un atto privo di garanzie sulla futura applicazione".

 

In effetti, gran parte delle libertà e dei diritti riconosciuti (ad esempio la tutela dei diritti fondamentali, della libertà di espressione, riunione e di associazione) erano già presenti nel testo del 1996[31], ma nulla ha impedito la loro violazione nella generale impunità. Negli ultimi quindici anni il paese ha vissuto attacchi ripetuti alla libertà di espressione (l’arresto e la condanna dei giornalisti Ali Lmrabet e Rachid Nini, la chiusura dei settimanali Demain, Nichane, Le Journal Hebdomadaire e del quotidiano Al Jarida Al Oula)[32], la repressione e i processi sommari contro gli islamisti sospettati di terrorismo dopo gli attentati del 2003[33], la negazione dell’accesso pluralistico ai media, specie alla luce dell’ultima campagna referendaria dove televisioni, radio e giornali non hanno dato spazio a chi ha rifiutato le concessioni monarchiche (invitando al boicottaggio)[34], e infine gli interventi violenti delle forze dell’ordine contro le manifestazioni pacifiche (lontano dall’essere garantite)[35].

 

Sotto questo aspetto, lo sforzo necessario ed imprescindibile secondo Ben Othmane è la "mise à niveau dell'ordinamento legislativo corrente". Da una parte l'attuazione delle promesse, della "professione di fede", attraverso l'approvazione di leggi organiche ad hoc per provvedere all’attuazione dei principi stabiliti (come il carattere ufficiale della lingua amazigh ed il funzionamento delle collettività locali), dall'altra la rielaborazione del corpus dei codici che non sono in linea con le libertà ed i diritti sanciti dalla carta costituzionale. Ad esempio il codice penale ed il codice della stampa.

 

"Prendiamo il caso della sacralità del re. Il sovrano non è più riconosciuto come persona sacra (al contrario dell’art. 23 della costituzione in vigore), ma finora tutte le condanne per «attacco o offesa ad un membro della famiglia reale» non sono mai state emesse per inosservanza dell'articolo 23, bensì per le disposizioni contenute nel codice penale (artt. 163-180) e in quello della stampa (art. 41). E’ lì che permane immutata la sacralità del monarca e, ancor più grave, di tutti i membri della famiglia reale", afferma il giurista, ricordando quanto accaduto al caricaturista Khalid Gueddar e al direttore del quotidiano Akhbar al-Youm Taoufik Bouachrine nell’ottobre del 2009, condannati a quattro anni di carcere (con il beneficio della condizionale) per aver ritratto, in modo irriverente, il principe Moulay Ismail.[36]

 

La "prodezza"

"Presentare il testo come una svolta radicale rispetto al passato, quando il monarca non ha ceduto nessuna delle sue prerogative, ma addirittura vede i suoi poteri rafforzati e meglio delineati, è quella che io definisco una prodezza", commenta con malcelata ironia il professor Ben Othmane, prima di addentrarsi nell’analisi della complessa architettura istituzionale modellata dalla nuova carta. "In effetti l'impressione è che l'organizzazione e la distribuzione dei poteri sia mutata, ma a conti fatti il sovrano continua ad dirigere la vita politica, economica e religiosa del paese".

 

Mohammed VI, "Capo dello Stato e suo Rappresentante supremo, Simbolo dell’unità della nazione, Garante della perennità e della continuità dello Stato, Arbitro supremo delle sue istituzioni" (art. 42), mantiene la presidenza del Consiglio dei ministri (art. 48), ha la facoltà di approvare le leggi (art. 50) e di emanare dahir (decreti reali). Nomina i ministri e può mettere fine alle loro funzioni (art. 47). Allo stesso modo, può sciogliere entrambe le camere del parlamento (art. 51) e dichiarare lo stato d’emergenza (art. 59). Il monarca resta al vertice degli apparati militari (art. 53) e referente di tutte le forze di sicurezza – polizia, polizia politica e servizi segreti – che operano nel regno (in quanto Presidente del Consiglio superiore di sicurezza, come stabilisce l’art. 54).

 

La nuova costituzione, inoltre, conserva intatto il ruolo di "suprema guida religiosa" attribuito al monarca alawita (riconosciuto come discendente del profeta Mohammed) per volere del defunto re Hassan II. In base all’art. 41, il sovrano è amir al-mu’minin (capo dei credenti) e presiede il Consiglio degli ‘ulama’. Sopravvive in questo modo il vecchio art. 19, nel mirino delle contestazioni cominciate a febbraio, di cui negli anni passati è stato fatto un uso prettamente politico per imporre il volere reale e mettere a tacere le opposizioni (per esempio con la minaccia dell’allontanamento dalla Umma islamica)[37]. Del resto, la stessa Corte suprema (ora Corte costituzionale, di cui il re nomina la metà dei membri ed il presidente, art. 130) aveva stabilito in passato che "tutte le decisioni del re, in quanto amir al-mu’minin, non possono essere oggetto di nessun ricorso"[38].

 

Il professor Larbi Ben Othmane puntualizza quello che ritiene uno dei passaggi fondamentali nell’analisi del progetto. "Dalla sua ascesa al trono Mohammed VI ha fatto un uso dell’art. 19 ancor più considerevole rispetto ad Hassan II, come nella creazione dell'HACA (l’Alta autorità per le comunicazioni e l’audiovisivo) - avvenuta tramite dahir reale, senza alcun coinvolgimento del governo e del parlamento - e nella fase propositiva della mudawwana (la modifica del codice di famiglia, poi ratificata dall'assemblea nel 2004). Con il nuovo testo, l’art. 19 è stato scorporato in due articoli: il 41, tramite il quale il sovrano esercita in maniera diretta ed esclusiva tutte le prerogative religiose, ed il 42 che lo definisce Capo dello Stato e gli conferisce esplicitamente facoltà legislative. Quella che prima era una formulazione vaga ed interpretabile, ora è stata formalizzata in modo chiaro e ben definito".

 

Il governo: "una macchina senza motore"

Altro punto su cui vale la pena soffermarsi. Secondo l'interpretazione data dai mezzi d'informazione, nelle elezioni legislative - fissate per il prossimo novembre - sarà nominato Primo ministro il segretario del partito che uscirà vincitore dalle urne.

 

Tuttavia, la lettura dell’articolo 47 (riguardo alla nomina del Primo ministro, che assumerà il titolo di Capo del governo) data dal giurista Ben Othmane sottolinea la presenza di non poche ambiguità. Il re può scegliere e nominare il Capo del governo all'interno del partito vincente, ma questi non sarà obbligatoriamente il suo segretario. Inoltre, il sovrano farà la sua scelta in funzione "del risultato globale delle elezioni" (secondo la formulazione dello stesso articolo). Con ogni probabilità, spetterà ancora una volta a Mohammed VI mettere insieme una maggioranza parlamentare, di proprio gradimento, che potrebbe escludere il partito con più seggi alla camera bassa. La composizione del governo resta quindi nelle sue mani, lasciando immutata quella discrezionalità reale che il nuovo testo si era proposto di abolire.

 

"Se ad esempio vincesse il PJD (Partito della giustizia e dello sviluppo), non è automatico che Benkirane (il segretario del partito) venga nominato a dirigere il governo, e se il PJD non può formare un'alleanza perché gli altri partiti rifiutano di partecipare ad una coalizione con a capo una forza islamica, il re può sceglierne una che lasci al margine il partito maggioritario proprio alla luce del risultato globale delle elezioni", fa notare il costituzionalista. "Da qui si comprende l'importanza di questa piccola nota all’apparenza accessoria".

 

In base all’articolo 92, poi, il Primo ministro guida il Consiglio di governo, ma non il Consiglio dei ministri - presieduto dal re (art. 48) - a cui vengono assegnate le competenze esecutive più importanti, come l’orientamento della strategia politica dello Stato (art. 49). "Chiamare il Primo ministro Capo del governo e poi privarlo delle funzioni esecutive primarie, di cui resta, nel migliore dei casi, semplice delegatario del Palazzo, è una truffa. Anche a questo mi riferisco quando parlo di «prodezza»", è il commento inappellabile del nostro esperto.

 

Un ulteriore segno della debolezza governativa lo troviamo nel titolo XII della nuova carta, dedicato alla "Bonne gouvernance". In questa parte sono elencate alcune istituzioni, definite "indipendenti", che dovrebbero contribuire ad assicurare lo standard democratico del paese. L'articolo 159 le suddivide in tre categorie: protezione dei diritti e delle libertà, come nel caso del CNDH (Consiglio nazionale dei diritti umani) e dell'HACA; sviluppo umano, per esempio il Consiglio consultivo per la famiglia e l'infanzia; democrazia partecipativa, come nel caso del Consiglio della gioventù e delle azioni associative. I vertici di tali istituzioni, di carattere consultivo, vengono nominati direttamente dal re tramite dahir.

 

Le loro competenze sfuggono all'esecutivo (comunicano i risultati delle loro azioni una volta all'anno in Parlamento) pur essendo a carico del budget governativo. Ben Othmane si chiede dunque "quali competenze abbia il governo ed in particolare il Primo ministro, dal momento che le funzioni nevralgiche, così come la supervisione delle istanze appena elencate, restano appannaggio del Capo dello Stato. Il Primo ministro, nel migliore dei casi, potrà uscire dalle urne, ma si vedrà privato dei suoi pieni poteri, proprio come un’auto sprovvista di motore".

 

La giustizia: "un potere indipendente"?

Quanto all’amministrazione della giustizia, il testo in vigore trasforma "l'autorità giudiziaria" (termine usato nella precedente formulazione) in un "potere indipendente" (art. 56), sotto il controllo del Consiglio superiore del potere giudiziario. L’istanza, presieduta dal sovrano, oltre alla permanenza dei giudici eletti e dei supremi rappresentanti della magistratura, vede l'ingresso del presidente della CNDH, del Presidente della Camera dei rappresentanti, e di cinque esperti scelti dal re.

 

Secondo Larbi Ben Othmane l'apertura del Consiglio segna un passo in avanti rispetto al passato, un passaggio positivo ma incapace di garantire l’indipendenza della giustizia. "Prima considerazione: la metà dei membri del Consiglio è nominata dal monarca, che per di più lo presiede. Lo stesso re designa poi i magistrati e ne determina le carriere. La seconda considerazione esula invece dall’analisi del testo. Nei tribunali del regno, infatti, colui che detiene la maggiore autorità è il procuratore, funzionario nominato direttamente dal ministro della Giustizia, come recita il codice penale. Occorre ora ricordare che il Ministero della Giustizia è uno dei cinque dicasteri detti «di sovranità», vale a dire alle dirette dipendenze del monarca".

 

La nuova carta non menziona esplicitamente i "ministeri di sovranità"[39], come del resto era accaduto con i testi precedenti. Tuttavia, nella prassi politica del regno alawita, il monarca ha sempre avuto il diritto di nomina (e di revoca), indipendentemente dal mandato governativo, dei cinque ministri chiave (Interno, Difesa, Esteri, Giustizia e Affari Islamici) del suo gabinetto. Ad esempio Mohammed VI, nei suoi dodici anni di regno - in cui si sono susseguite tre diverse legislature - ha sostituito sei ministri dell’Interno (da uno zelante Driss Basri, fedele servitore di Hassan II durante gli "anni di piombo", all’attuale Taieb Cherkaoui, considerato un tecnocrate), mentre Ahmed Toufiq, ministro degli Habous e degli Affari Islamici, è in carica dal novembre 2002 (succeduto al ventennale Alaoui M’deghri). "Nemmeno in questo caso c’è da aspettarsi qualcosa di nuovo - rilancia il costituzionalista - del resto i ministri di sovranità, invenzione tipicamente marocchina, si possono ancora leggere tra le righe del testo. Come dicevamo, l’articolo 41 assegna in maniera esclusiva il potere religioso al monarca.

 

Dunque spetta a lui scegliere il ministro degli Habous che più gli piace. Stessa considerazione per l’articolo 54, in base al quale il re presiede il Consiglio superiore di sicurezza, al quale partecipano, oltre ai vertici degli apparati di polizia e dei servizi, i ministri dell’Interno, degli Esteri, della Giustizia e della Difesa. Queste persone dovranno godere della massima fiducia del sovrano, e non del popolo, per poter accedere ad un organismo di fondamentale importanza strategica".

 

Conclusioni

Il costituzionalista Bernard Cubertafond, esperto di politica e diritto marocchino, ricordava nel suo testo La vie politique au Maroc come la carta fondamentale del regno abbia sempre sancito la predominanza di una "sovra-costituzione, […] nocciolo duro su cui poggia la base autoritaria del regime, al fianco di una costituzione subordinata che regola il funzionamento delle istituzioni democratiche"[40].

 

La "sovra-costituzione" menzionata dal giurista francese faceva riferimento agli articoli 19 e 106 ("la forma monarchica dello Stato, così come le disposizioni relative alla religione musulmana, non possono essere fatte oggetto di una revisione costituzionale") del testo in vigore fino al luglio 2011, che assicurava il primato del sovrano, ponendolo al di sopra del dibattito politico e degli stessi organismi a carattere democratico (ad esempio la Camera dei rappresentanti, eletta a suffragio universale, o un governo conforme al risultato delle urne).

 

"Condivido l’analisi di Cubertafond - asserisce il professor Ben Othmane - e sottolineo la continuità tra i testi precedenti e quello ratificato il 1° luglio, anche se più che di sovra-costituzione io parlerei di extra-costituzione. A margine della nuova carta c'è, ancora una volta, uno spazio decisionale e di controllo politico i cui attori - ovvero il sovrano - e le cui prerogative sfuggono alla costituzione per sua stessa ammissione, come dimostrano gli articoli 41/42 (ex art. 19) e 175 (ex art. 106). In altre parole, colui che detiene la sovranità e accentra su di sé tutti i poteri non deve rendere conto del suo operato né alle istanze elette né tantomeno al popolo".

 

La nuova carta, in definitiva, sembra sprovvista dei tratti "rivoluzionari" ampiamente celebrati da Rabat e da parte dell’opinione pubblica internazionale[41]. La costituzione di Mohammed VI non rappresenta una novità nella storia costituzionale del paese e sembra iscriversi, piuttosto, in una logica di conservazione del sistema in atto. Pur definendo quella marocchina una "monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale, […] fondata sulla separazione, l’equilibrio e la collaborazione dei poteri" (art. 1), non garantisce il rispetto delle prerogative enunciate. In attesa del "vero cambiamento"[42] rivendicato a gran voce dai giovani dissidenti del Movimento 20 febbraio, il Marocco continuerà a reggersi su una monarchia costituzionale che, in base a quanto stabilito dalla stessa carta fondamentale, sembra gelosamente conservare i tratti di una monarchia assoluta.
 
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[1] Il presente articolo è una versione riveduta e aggiornata del testo pubblicato nel luglio 2011 sulla rivista Equilibri. Cfr. J. GRANCI e F. LA PIA, "Marocco: la rivoluzione non è nella costituzione", Equilibri, 4 luglio 2011.
[2] « SM le Roi adresse un discours à la Nation (Texte intégral du discours royal) », Maghreb Arabe Presse (MAP), 17 juin 2011.
[3] Il Parti socialiste unifié (PSU), il Parti de l’avant-garde démocratique socialiste (PADS) e il Congrès national ittihadi (CNI), oltre al partito La voie démocratique (Annahj) non rappresentato in assemblea (ha boicottato tutti gli appuntamenti elettorali dalla sua fondazione nel 1995).
[4] La definizione è del professor Mohamed Larbi Ben Othmane. Intervista dell’autore realizzata a Rabat il 2 luglio 2011.
[5] Movimento di protesta lanciato da giovani dissidenti attraverso internet che racchiude al suo interno attivisti indipendenti, militanti della sinistra radicale, islamici e amazigh. Dal 20 febbraio 2011 il movimento promuove manifestazioni in tutto il territorio nazionale in favore della democrazia e dell’equa ripartizione delle risorse del paese.
[6] La denominazione ufficiale è Commission consultative pour la réforme de la constitution. Cfr. N. MARMIE, « Maroc: Abdeltif Menouni, le fqih de la Constitution », Jeune Afrique, 5 avril 2011.
[7] Del Conseil national d’appui au Mouvement 20 février (CNAM) fanno parte circa ottanta organizzazioni, tra cui quattro partiti della sinistra radicale (PSU, PADS, CNI, Annahj), alcune sezioni locali della Confédération démocratique des travailleurs (CDT, il secondo sindacato per numero di iscritti), l’Association marocaine des droits humains (AMDH) e altre organizzazioni per i diritti umani, Attac Maroc, l’associazione islamica Justice et bienfaisance (al-‘Adl) e una parte del tessuto associativo di cui si compone il Movimento amazigh (berbero).
[8] « La nouvelle constitution octroyée va-t-elle mettre fin à la prosternation perpétuelle ? », Demain on-line, 19 juin 2011.
[9] A. BENCHEMSI, « La monarchie marocaine cherche à imposer une Constitution absolutiste », Le Monde, 28 juin 2011.
[10] Per consultare l’elenco completo delle rivendicazioni del Movimento 20 febbraio vai al sito http://24.mamfakinch.com/.
[11] « SM le Roi adresse un discours à la Nation (Texte intégral du discours royal) », Maghreb Arabe Presse (MAP), 17 juin 2011.
[12] B. SOUNDOUSS, « Interdit d’imprimer des pancartes pour le 20 février », Demain on-line, 11 juin 2011.
[13] L’articolo 90 del Codice elettorale (legge n. 9-90) condanna a tre mesi di carcere e una multa da 120 a 500 euro "ogni persona che utilizzi informazioni false per condizionare il voto o per dissuadere gli elettori dall’esercitare il loro diritto di voto". Cfr. « Référendum. L’Etat interdit le boycott et le 20 février maintient ses marches », Lakome.com, 19 juin 2011.
[14] M. BOUDARHAM, Référendum. Des sous et de la propagande, Tel Quel, n. 479, 25 juin – 1° juillet 2011.
[15] B. BASSIROU, « À l'approche du référendum constitutionnel. La surenchère s'amplifie dans la rue », Aufait Maroc, 27 juin 2011.
[16] B. SOUNDOUSS, « Les mosquées et les imams à la rescousse du référendum », Demain on-line, 27 juin 2011.
[17] « Le Conseil constitutionnel annonce officiellement l'approbation du projet de Constitution », Aufait Maroc, 17 juillet 2011.
[18] E. BYRNE, « Moroccans take stock of new constitution », Financial Times, 3 July 2011. Nelle dichiarazioni rilasciate al Financial Times, Benkirane ha affermato che il tasso di partecipazione reale sarebbe attorno al 50%. Il segretario del PJD ha smentito pochi giorni dopo, giustificandosi con "l’errata interpretazione delle sue parole". M. Jaabouk, « Benkirane dépassé par ses déclarations », Le Soir Echos, 6 juillet 2011.
[19] « Activistas marroquíes denuncian supuestas irregularidades en el referéndum », Agencia EFE, 2 julio 2011.
[20] Il Ministero della comunicazione ha affermato di aver concesso 340 permessi per la copertura mediatica del voto, ma la gran parte dei giornalisti nazionali e internazionali non hanno avuto la possibilità di accedere ai seggi (dichiarazioni raccolte dall’autore).
[21] Cfr. M. OLIVIERO, Le Costituzioni dei Paesi Arabi – Il Maghreb, Università degli Studi di Perugia, Perugia, 2003.
[22] La testimonianza diffusa sul sito Mamsawtinch il 1° luglio 2011, non più disponibile in rete, è stata ripresa da B. SOUNDOUSS, « Un dirigeant de l’USFP (en faveur du « oui ») raconte l’arnaque du vote », Demain on-line, 1° juillet 2011.
[23] Dopo le prime dichiarazioni sulla regolarità dello scrutinio rilasciate dai suoi responsabili l’indomani del voto, il CNDH ha pubblicato il 17 ottobre 2011 un rapporto dettagliato sulla consultazione referendaria dove ha reso note "alcune piccole irregolarità" riscontrate durante la campagna elettorale. A. HARMACH, « Le CNDH publie son rapport sur l’observation : Les petites imperfections du référendum », Aujourd’hui le Maroc, 17 octobre 2011.
[24] Per maggiori dettagli si consiglia la consultazione della pagina « [LiveBlog] Referendum Constitutionnel au Maroc », disponibile sul sito http://24.mamfakinch.com/.
[25] A. NAJI, « Le vaisseau Maroc prend le grand large », L’opinion, 4 juillet 2011.
[26] Secondo le stime dell’Haut commissariat au plan marocchino (luglio 2011), i cittadini con più di 18 anni rappresentano il 68% della popolazione totale (32.344.000 abitanti).
[27] M. OLIVIERO, Le Costituzioni dei Paesi Arabi - Il Maghreb, Op. cit.
[28] S. MACLEOD, « The King of Cool », Time, 26 June 2001.
[29] D. BENNANI, F. IRAQI, « Plus roi que jamais », Tel Quel, n. 479, 25 juin - 1° juillet 2011.
[30] Il testo integrale della costituzione approvata il 1° luglio 2011 è disponibile nel sito del Secrétariat Général du gouvernement, URL: http://www.sgg.gov.ma/sgg.aspx.
[31] Il testo integrale della costituzione approvata nel 1996 è disponibile nel sito del Secrétariat Général du gouvernement, URL: http://www.sgg.gov.ma/sgg.aspx.
[32] Si vedano in proposito i seguenti rapporti pubblicati da Reporters sans frontières : « Confirmation en appel de la condamnation de Rachid Nini à un an de prison ferme » (25 octobre 2011), « Bilan controversé de la liberté de la presse après 10 ans de règne de Mohammed VI » (22 juillet 2009), « Liquidation du Journal hebdomadaire : résultat d’une politique d’asphyxie financière sophistiquée » (29 janvier 2010), « Victime d’un étouffement financier orchestré par le pouvoir, Nichane contraint de mettre la clé sous la porte » (1° octobre 2010).