Primavere arabe: le “nuove” elite politiche si incontrano a Roma

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Esponenti di spicco della Fratellanza islamica tunisina, egiziana, libica, dei diversi fronti d’opposizione siriana, ma anche intellettuali e rappresentanti delle minoranze religiose sparse in tutto il Medio Oriente. Un parterre d’eccezione che si è riunito ieri a Roma per un convegno promosso dalla Comunità di S. Egidio. Ma oltre al cauto ottimismo che emerge dagli interventi, rimangono molti silenzi per questioni ancora aperte.

 

di Anthony Santilli

 

Tante, forse troppe, le iniziative che negli ultimi tempi in Italia hanno avuto al centro le primavere arabe. Con toni tanto celebrativi quanto approssimativi, spesso hanno contribuito a deformare la visione che il 'mondo occidentale' ha maturato rispetto alle rivolte susseguitesi negli ultimi mesi.

Ma l’iniziativa promossa ieri dalla Comunità di S. Egidio, dal titolo “Primavera araba, verso un nuovo patto nazionale”, non deve essere inclusa tra queste.

Scorrendo la lista degli invitati, è subito evidente una coerenza programmatica che raramente si riscontra in Italia per iniziative di questo tipo. Esponenti dei principali attori politici emergenti nella sponda sud del Mediterraneo si alternano a rappresentanti del mondo religioso mediorientale (cristiano e musulmano) e ad opinionisti arabi di fama internazionale.

Lo scopo è chiaro. Ascoltare dalla loro viva voce, quali sono le prospettive future per la costruzione di un nuovo “patto nazionale” in quelle realtà ancora oggi in divenire.

Molte riflessioni si possono trarre dalla giornata di ieri. Sia per quello che è stato detto, ma, in maniera altrettanto importante, anche per quello che non è stato detto.

 

 

Il “detto”…

 

Non poteva essere altrimenti. Obiettivo privilegiato dell’incontro è stato quello di valorizzare l’elaborazione di un nuovo concetto di cittadinanza, capace di garantire la costruzione nei paesi arabi “in transizione” di uno Stato di diritto volto a proteggere anche le minoranze confessionali.

Da questo punto di vista il coro è stato unanime.

Per l’Egitto ad esempio, Abdul Rahman al-Barr, esponente della Fratellanza musulmana egiziana, ha ricordato gli episodi di solidarietà tra copti e musulmani nei turbolenti giorni della rivolta, a simbolo della “necessaria interdipendenza” tra le comunità anche nei prossimi anni.

Il copto Sameh Fawzy, del Forum di dialogo “Biblioteca Alexandrina” ha fatto un passo ulteriore, evocando la necessità di costruire per l’Egitto un modello locale di “tolleranza interreligiosa” fondato sull’esperienza plurisecolare che il suo paese ha vissuto, e non su modelli allogeni.

Un dialogo interreligioso che, a detta dei conferenzieri, deve smarcarsi dalle frange più radicali. Il rischio del fondamentalismo è ancora presente, come avverte in maniera piuttosto netta il noto giornalista di al-Jazeera, M’hammed Krichen.

Critico nei confronti soprattutto di quanto sta avvenendo in Tunisia, Krichen denuncia l’emergenza di una netta separazione, in questa fase post-Ben Ali, tra credenti e non-credenti. Una criminalizzazione del Kâfir (“infedele”) che sta portando le neo-elette istituzioni a non occuparsi dei veri problemi del paese.

Un messaggio che si estende al fondamentalismo religioso tout court nell’intervento di Cyril Salim Bustros, arcivescovo greco-cattolico di Beirut e Byblos, che parla anche del fondamentalismo ebraico. Un “estensione” selettiva, visto che non viene citato in alcun modo il fenomeno del fondamentalismo cristiano che ha avuto un ruolo storico non indifferente.

 

 

…il “non detto”

Sappiamo oramai che le tanto celebrate “primavere arabe” non sono così lineari come si potrebbe pensare.

I processi di transizione in corso sono spesso contraddittori, frutto di compromessi al ribasso che una gran parte degli attori politici protagonisti sta facendo con quel che resta dei vecchi regimi, nonché con alcune potenze internazionali.

Ambiguità che sono emerse proprio da ciò che alcuni protagonisti “non hanno detto”.

Di fronte alle domande di un giornalista, che incalzava Abdul Rahman al-Barr sulle ambiguità dei Fratelli musulmani rispetto all’autoritarismo delle forze armate egiziane, il silenzio è stato quantomai eloquente.

Ad indicare che il profondo ottimismo che si respirava durante tutta la giornata era tale solo perché alcuni problemi non sono stati (volutamente) affrontati.

Per il caso siriano, l’assenza imprevista di Burhan Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale siriano, pesa come un macigno.

Il confronto pubblico con Haytham Manna, esponente del Comitato Nazionale di Coordinamento per il cambiamento democratico in Siria, non è avvenuto.

Le due fazioni sono in disaccordo sulle modalità da adottare per far uscire la Siria dall’impasse nella quale è sprofondata. Profonde divergenze che si erano già manifestate la settimana scorsa, quando il Comitato Nazionale non aveva partecipato alla conferenza degli “Amici della Siria” tenutasi a Tunisi. In questo caso, la ricerca di un “patto nazionale” sembra ancora lunga.

 

 

Un bilancio

Quali conclusioni si possono tirare da questa importante iniziativa? Da una parte, la scelta degli attori che hanno parlato di queste “primavere” sembra indicare, almeno da parte degli organizzatori, la volontà di una normalizzazione dei rapporti con l’Islam politico.

Sentir parlare vari esponenti della Fratellanza islamica egiziana, tunisina e libica delle sorti dei loro rispettivi paesi è indicativo della volontà di intraprendere un percorso comune con organizzazioni e partiti fino a poco tempo fa considerati nemici acerrimi dell’Occidente, ed oggi protagonisti della nuova stagione politica.

Da sottolineare tuttavia l’assenza di quella variegata galassia di gruppi e movimenti che in maniera forse anche più determinante rispetto a quanto fatto da alcuni movimenti islamisti, ha contribuito alla cacciata dei diversi dittatori.

Un’assenza 'giustificata', forse, dal fatto di voler costruire un incontro di approfondimento non sulle cause che hanno prodotto le “primavere”, ma piuttosto sulle prospettive future, in particolare politiche e istituzionali. 

E si può affermare senza paura di essere smentiti che gli esponenti presenti ieri detengono attualmente, nei rispettivi paesi, un enorme potere politico.

Se questo era lo scopo, la Comunità di Sant Egidio può dirsi soddisfatta per la riuscita dell’iniziativa. Nella sua ibrida posizione di movimento di ispirazione cattolica, con un fondatore che è oggi anche ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, la Comunità sta potenziando sempre più il suo ruolo di mediazione nel mondo arabo.

Importante esempio di diplomazia culturale, che non ha pari in Italia. L’immobilismo mostrato dalla Farnesina negli ultimi mesi, da questo punto di vista, dovrebbe far riflettere.

Clicca qui per vedere il programma dell’iniziativa.

 

1 marzo 2012