Prigionieri palestinesi scioperano nelle carceri israeliane
3 ottobre 2011 - Nelle prigioni israeliane, contravvenendo alle leggi internazionali, sono stati incarcerati circa seimila palestinesi. Dietro le sbarre, secondo la legge Tamir, si può finire anche solo se qualcuno, sotto tortura, ha pronunciato il tuo nome. Contro gli abusi e le condizioni pessime nelle quali versano, i prigionieri palestinesi da due giorni portano avanti lo sciopero della fame.
Stanno scioperando già da due giorni, i prigionieri palestinesi che chiedono ad Israele la fine di condizioni di vita al limite dell'umano. Torturati, tenuti in isolamento o in carceri sovraffollate, senza poter ricevere alcun tipo di cura e, alle volte, perfino uccisi: i palestinesi presenti nelle carceri israeliane - che in tutto sono seimila - si ribellano pacificamente alle ingiustizie subite.
Tra i prigionieri, anche minori. Tutti, indistintamente, possono essere sottoposti a detenzione
amministrativa e, quindi, rimanere in carcere fino a diversi anni, senza un'accusa formale. Non gli è neanche concesso di parlare con le proprie famiglie e spesso, all'interno delle mura della prigione, questi uomini conoscono torture inaudite. A nulla sono valse fino ad ora le proteste di madri e mogli dei prigionieri palestinesi che, di fronte alla Croce rossa, cercano di attirare l'interesse e l'attenzione su questo dramma.
Oggi, alcune di queste donne porteranno avanti, in solidarietà con i prigionieri, lo sciopero della fame.
"Vengono imprigionati i nostri leader, come Sa'adat e Bargouti, vengono tenuti in isolamento, viene loro impedito di comunicare con la famiglia o con chiunque", sostiene Abu Hamzi, uno degli organizzatori del presidio. "Il loro scopo, è quello di tagliare i ponti dei contatti politici dei detenuti con chi resta fuori. Khaleel Abu Khandeeja, Ishaq Haraga, Ali El Jaafri, Ibrahim Elraiy, sono morti in carcere, per le torture subite durante l'investigazione, o per la mancanza di medicine o durante uno sciopero della fame".
Tante le storie di ingiustizia che potrebbero essere raccontate dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Tra queste, quella di Mohammed Abu Uda, arrestato perchè qualcuno, durante una tortura, aveva fatto il suo nome, accusandolo di fare parte della resistenza.
Per la legge Tamir, le accuse ricevute passivamente da un uomo equivalgono ad una confessione personale. Si tratta di casi sempre più frequenti, quanto almeno lo sono le torture alle quali i prigionieri vengono sottoposti al fine di estorcergli notizie su altri possibili conniventi.
Nella prigione di Askelon, sottoposto a 68 giorni di investigazione, l'uomo è stato tenuto per almeno trenta ore in isolamento. "Uscivo solo per l'interrogatorio. Questi interrogatori duravano dalle 8 alle 24 ore, periodi nei quali non potevo mangiare, nè bere, nè dormire. Una volta mi hanno interrogato per 64 ore di seguito", ha affermato. "Mi avevano condannato a 5 anni e 6 mesi, ma alla fine sono rimasto dentro 6 anni e 6 mesi. Sai, in prigione si imparano tante cose, che poi non si dimenticano più per tutta la vita. Per questo noi chiamiamo la prigione università".
"Le cose che si imparano in prigione sono solo alcune delle cose che l'occupazione israeliana sta lasciando come eredità alle generazioni palestinesi".
di Angela Zurzolo
