Passato, presente e futuro delle negoziazioni israelo-palestinesi
La Palestinian academic society for the study of international affairs di Gerusalemme, ha redatto un report dal titolo: “Palestinian – Israeli negotiations and the issues at stake”. Il fine è quello di presentare una soluzione valida ed efficace per mettere fine ad un conflitto che ha messo radici apparentemente inestricabili nella regione mediorientale da troppo tempo.
Negli ultimi sei decenni, le proposte di negoziazione si sono succedute senza ottenere alcun successo. “L'impasse nelle negoziazioni rivela quanto poco, se non del tutto, permanga l'idea di base che le parti in conflitto abbiano qualcosa da offrire all'altro nello scambio. Sembra che Israele si sia abituata alle cose così come stanno e non abbia voglia di cambiare lo status quo: ha il controllo di tutte le questioni in gioco, compresi i terreni, le risorse naturali e la gente, mentre la sua economia
rifiorisce”, recita il rapporto.
Poi denuncia: “Nessuno, all'interno della comunità internazionale, si è dimostrato disponibile a prendere seri provvedimenti contro le azioni illegali di Israele o a tentare di mettere fine all'occupazione”.
Il report ripercorre quindi tutte le tappe fondamentali dei negoziati, partendo dai tentativi avviati nel gennaio del 1993, grazie alla mediazione della Norvegia, che hanno portato alla "Declaration of principles on interim self-government arrangements', base fondamentale dei principali accordi sorti successivamente.
Nonostante gli innumerevoli sforzi, comprensivi di quelli attivati durante il Processo di Oslo, la diplomazia internazionale ha fallito.
Nel 2000, la riunione dei vertici a Camp David, richiesta dagli Stati Uniti, rimane infruttuosa. Il presidente Arafat è stato rimproverato da Clinton “di aver rifiutato la generosa offerta di Ehud Barak: uno Stato palestinese i cui confini, lo spazio aereo e le risorse idriche, sarebbero state controllate da Israele e sul cui territorio sarebbero dovute coesistere quattro zone separate, completamente circondate da Israele”.
Camp David ha segnato un momento di impasse molto forte tra i due paesi. Per ovviare a questa situazione, gli Usa hanno proposto il ritiro degli israeliani dal 90% della Cisgiordania, “per lasciare spazio ad uno Stato palestinese e per trovare soluzioni ai problemi degli insediamenti e dei rifugiati a Gerusalemme”.
“Sulla base di queste idee, israeliani e palestinesi hanno avviato il dialogo nel gennaio 2001 a Taba, ma a causa delle circostanze e del tempo limitato, non sono riusciti a raggiungere un accordo. L'elezione di Ariel Sharon, a febbraio, ha effettivamente messo fine al processo”.
A proporre delle soluzioni, nel 2002, anche il principe ereditario saudita Abdullah che ha chiesto “normali relazioni” con Israele, basate sul ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, uno Stato palestinese e il ritorno dei rifugiati.
Una proposta adottata anche dalla Lega araba al summit di Beirut, nel 2002, caduta ugualmente nel vuoto. Nel 2003, l'Accordo di Ginevra volto a trovare una soluzione pacifica, inaugura una serie di road maps, di negoziati e di proposte rimaste senza alcuna efficacia.
Il rapporto Passia termina affermando: “Quasi 20 anni dopo il suo lancio, il processo di pace non è assolutamente riuscito a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Le ragioni di ciò sono molteplici, tra le quali vi sono l'incompatibilità degli obiettivi nazionale delle due parti e i loro obiettivi interamente differenti (mettere fine all'occupazione contro il mantenimento di uno status differente), il predominio delle necessità di sicurezza di Israele sui diritti inalienabili dei palestinesi, e l'assenza di un mediatore onesto e imparziale. La perdita massiccia di quasi 1.700 documenti relativi al processo di pace dalla tv Al-Jazeera all'inizio di quest'anno hanno mostrato la complicità degli Stati Uniti negli obiettivi di Israele”.
Poi, cita il professore della Columbia University Edward Said, che ha affermato: “Il grado in cui gli israeliani non hanno voluto accettare concessioni mette in seria discussione l'idea che Israele sarebbe stata disposta ad accettare una soluzione diversa che non fosse la capitolazione
completa da parte dei palestinesi su tutti i fronti”.
16 novembre 2011
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