Palestina: le due anime di Hamas mettono a rischio l’accordo di Doha, e non solo
Quasi c’era da aspettarselo: Hamas e Fatah non riescono proprio a mettersi d’accordo. Basta infatti aspettare qualche giorno e quelle certezze così chiaramente (e a volte pomposamente) espresse dai rappresentanti dei due partiti diventano meno solide di un castello di carta.
di Marco Di Donato (CISIP)
Normalmente ci si accusa l’un l’altro di aver mandato a monte l’accordo, c’è confusione, caos. Ma questa volta sembra essere diverso.
Questa volta infatti sappiamo che è stato il movimento di resistenza islamico di Hamas a rendere instabile, se non praticamente nullo, l’accordo di Doha siglato agli inizi di febbraio da Abu Mazen e Khaled Meshaal grazie alla mediazione del Qatar.
Forse però a traballare, più che l’accordo, potrebbe essere Hamas, che sta dimostrando in questi giorni una profonda spaccatura interna.
Khaled Meshaal contro Ismail Hanieh, il politburo di Hamas contro la leadership interna di Gaza.
Sembra che tra le fila di Hamas si stia consumando un acceso dibattito in merito alla posizione da assumere riguardo i nuovi equilibri geopolitici regionali.
Abbandonare la Siria di Assad significa infatti allontanarsi - seppur indirettamente - anche dall’Iran, per (ri)entrare nella sfera di influenza 'sunnita' (leggasi Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Qatar).
Questo rappresenterebbe un duro colpo alle strategie di resistenza del movimento, in quanto le politiche del Cairo e di Riad come quelle di Ankara e del piccolo emirato qatariano, sono decisamente meno inclini allo scontro con Israele rispetto a Teheran.
E per questo il recente viaggio di Ismail Hanieh alla corte di Ahmadinejad assume un significato quantomeno particolare: come riporta al-Arabiya, sembra che l’ufficio di Damasco abbia chiesto ad Hanieh di non presentarsi. Non solo.
Secondo Haaretz, incontrando la guida suprema Ali Khamenei, Hanieh avrebbe affermato che “la pistola è l’unica risposta al regime sionista”.
Il nuovo governo che dovrebbe formarsi a seguito dell’accordo di Doha e che avrebbe come premier Abu Mazen faticherebbe non poco ad adottare questa stessa linea politica, fosse anche solo di facciata.
Il malcontento fra i leader di Gaza è evidente come forse non lo è mai stato in tutta la storia di Hamas.
Mahmoud al-Zahar ha criticato apertamente Khaled Meshaal per non essersi consultato con i rappresentanti che vivono nella Striscia, prima di ratificare il trattato di Doha.
Altri ufficiali del partito a Gaza hanno fatto presente che la nomina di Abu Mazen a primo ministro violerebbe alcuni articoli della Palestinian Basic Law.
C’è chi come Izzat al-Rishq prova in questi giorni a minimizzare i dissensi interni, ma è evidente che vi siano delle frizioni fra la leadership interna e quella esterna.
La controversa leadership bicefala fu creata per sostenere i continui arresti da parte di Israele, ponendo l’ufficio politico centrale a Damasco, all'ombra del regime degli Assad. Ma ora che Bashar traballa pericolosamente la situazione sembra essere cambiata.
Meshaal ed Hanieh sono la perfetta immagine di un movimento diviso: spaccato in due.
Il leader massimo, il quale vive ormai da anni fuori dai Territori Palestinesi, sta cercando una soluzione politica. Meshaal sta provando a cavalcare l’onda creata dall’Intifada tunisina ed egiziana, provando a presentare Hamas come uno dei tanti partiti afferenti al network dei Fratelli Musulmani.
In altre parole Meshaal sembra lavorare a una 'normalizzazione' definitiva di Hamas, consapevole che il primo passo in questa direzione è rappresentato dalla definizione di un accordo con Fatah.
L’infelice esperienza del 2006 ha insegnato qualcosa. Se l’Occidente sta accettando i successi di Ennahda (in Tunisia) e degli Ikhwan (in Egitto), perché dovrebbe rifiutare di riconoscere un’eventuale vittoria di Hamas alle prossime elezioni?
Peccato che senza l’appoggio della leadership interna, fondamentale per preparare il terreno per la prossima tornata elettorale, la strategia di Meshaal rischia di fallire miseramente.
Ismail Hanieh e Mahmod al-Zahar la pensano infatti diversamente. Fautori di una linea maggiormente intransigente nei confronti di Fatah, e si badi bene non nei confronti di una “normalizzazione” del partito, i due leader non riescono ad accettare alcuna forma di compromesso con Abu Mazen.
La battaglia per Gaza del 2007 e gli anni di lotta interna hanno evidentemente lasciato un segno indelebile nella memoria dei leader politici che hanno vissuto in prima persona quegli anni particolarmente difficili.
In altre parole la leadership interna preferirebbe non scendere a patti con Fatah e soprattutto non concedere, così come prevedrebbero le clausole di Doha, un anno di trattative ad Israele.
Forse nemmeno Meshaal vorrebbe, ma la velocità con la quale si è concluso l’accordo con Abu Mazen deve far riflettere.
La riconciliazione con Fatah e la rinuncia alla lotta armata potrebbe esser stato il prezzo che Hamas ha dovuto pagare per poter spostare il suo ufficio politico da Damasco a un altro paese dell’asse sunnita.
Del resto, secondo l’agenzia turca Anadolu, Hamas avrebbe già definitivamente lasciato Damasco per trasferire la propria sede altrove.
Nessuno dei paesi citati potrebbe però permettersi di accogliere il capo di un movimento politico coinvolto a pieno titolo nella lotta armata contro Israele e per questo iscritto nelle liste terroristiche di Usa ed Unione Europea. Nemmeno l’Iran, che in un momento così delicato fornirebbe un fin troppo invitante causus belli a Tel Aviv.
E allora in quest’ottica non possono che far riflettere le parole del ministro degli Esteri francese Bernard Valero, che per conto del suo paese e dei suoi partner europei si è dichiarato pronto a collaborare con un nuovo governo di unità nazionale.
L’Occidente sta dunque scegliendo con quale dei 'due Hamas' parlare e dialogare, mentre Israele osserva l’evolversi della situazione per ora senza rilasciare alcuna dichiarazione.
14 febbraio 2012
