Palestina, la lotta di Khader Adnan: "Prima la dignità, poi il cibo"
Khader Adnan, detenuto palestinese e membro della Jihad Islamica, è entrato oggi nel 60esimo giorno di sciopero della fame. Una forma di protesta lanciata contro il trattamento disumano che ha subito in un interrogatorio, prima di essere condannato a 4 mesi di detenzione amministrativa. Le sue condizioni sono gravissime, e la moglie Randa lancia un appello alla comunità internazionale perché gli salvi la vita.
di Cecilia Dalla Negra
Khader Adnan ha 33 anni. È uno studente di economia presso la Birzeit University ed è attivo all’interno del movimento della Jihad Islamica.
È palestinese prima di tutto, e per questa ragione, insieme a migliaia di altri, può essere arrestato senza accuse specifiche, prelevato dalla sua abitazione nel cuore della notte, interrogato dai servizi di intelligence israeliani ed essere condannato e incarcerato per mesi in base al regime di detenzione amministrativa: niente capo d’accusa, niente processo, nessun diritto di difesa.
Sono le “ragioni di sicurezza” utilizzate dall’apparato di occupazione israeliana per giustificare qualsiasi misura, anche quella di una detenzione senza diritti per il detenuto e contro la quale oggi Khader Adnan si batte a rischio della vita.
Oggi, 14 febbraio, Adnan è entrato nel sessantesimo giorno di sciopero della fame. Lo ha fatto per denunciare le condizioni “disumane” e prive di dignità cui è stato costretto, durante l’interrogatorio condotto dagli uomini dello Shin Bet (l’agenzia di intelligence per gli affari interni israeliana) - che lo hanno legato, percosso e umiliato, minacciando di morte lui e i membri della sua famiglia – e nel corso del suo arresto senza imputazione.
Lo ha fatto per denunciare il regime di detenzione amministrativa cui sono costretti migliaia di prigionieri palestinesi, molti dei quali minorenni, e per il processo-farsa cui è stato sottoposto, basato su prove “secretate” dagli uomini dell’intelligence, che come ragione del suo arresto hanno avanzato la sua appartenenza alla Jihad Islamica. Che, secondo Israele, “con le sue attività sovversive mette in pericolo la sicurezza dell’area”.
È da sua moglie Randa, madre delle sue due figlie piccole, che giunge oggi un appello affinché la vita di Khader sia salvata: se non dalle forze di occupazione israeliane almeno dalla Comunità Internazionale che, dice, “forse avrà più misericordia”.
E che dovrebbe “esercitare pressioni sul governo israeliano per liberarlo, prima che sia troppo tardi”. Randa, attualmente in attesa del terzo figlio, ha aggiunto che “Israele ha trattato mio marito senza umanità o compassione, mentre le sue condizioni di salute peggioravano. Questo non è accettabile, perché non solo gli impediscono di ricevere trattamenti medici, ma attaccano anche la sua dignità come essere umano”.
È la notte del 17 dicembre 2011 quando i soldati dell’esercito israeliano fanno irruzione a casa di Adnan ad Arabeh, nei pressi di Jenin, nord della Cisgiordania.
Puntano le armi contro la sua famiglia quindi lo prelevano e, a bordo di una jeep militare, lo conducono prima nella colonia di Mevo Dotan, poi nel centro di detenzione di Kishon.
Khader racconta che nel corso dell’interrogatorio condotto dagli uomini dello Shin Bet ha subito umiliazioni, percosse, insulti e minacce di morte, rivolte anche ai suoi familiari. È in quel momento che avvia il suo sciopero della parola, rifiutandosi di rispondere a qualunque domanda. Il giorno seguente, con il motto “prima la dignità, poi il cibo”, dà inizio a uno sciopero della fame che dura ormai da due mesi.
Secondo i medici che lo hanno visitato, inviati dall’organizzazione non-governativa “Physician for Human Rights”, le sue condizioni di salute sono gravissime e rischia di morire, dal momento che rifiuta anche acqua e somministrazione di liquidi endovena.
Da parte sua, Khader Adnan ha scritto una lettera aperta dall’ospedale del carcere in cui si trova, in cui afferma: “Affronto e combatto gli occupanti non per me stesso come individuo, ma per il bene di migliaia di prigionieri che vengono privati dei fondamentali diritti umani, mentre il mondo e la Comunità Internazionale restano a guardare”.
Intanto, il tribunale militare il 13 febbraio ha rigettato il suo ricorso, confermando l’arresto amministrativo e la relativa condanna a 4 mesi di carcere.
Pubblichiamo di seguito alcuni stralci del rapporto realizzato dalla giornalista israeliana Amira Hass, presente in tribunale durante la richiesta di convalida dell’arresto amministrativo per Khader Adnan, pubblicato il 6 febbraio scorso sul quotidiano Ha’aretz.
Khader Adnan ha già battuto il record palestinese per il più lungo sciopero della fame. Ieri (il 6 febbraio, ndt) ha superato il suo cinquantesimo giorno di sciopero della fame, come forma di protesta per quelle che lui considera “pratiche umilianti” esercitate dai servizi di sicurezza dello Shin Bet durante gli interrogatori.
I manifesti realizzati in sostegno alla sua lotta, sopra la foto che lo ritrae, riportano la sua frase: “Dignità prima del cibo”, motto ripetuto anche nella pagina Facebook intitolata “Siamo tutti lo sceicco Khader Adnan”.
Lo scorso 8 gennaio, 22 giorni dopo il suo arresto in casa sua ad Arabeh, nord della Cisgiordania, è stato emesso contro di lui un ordine di arresto amministrativo della durata di 4 mesi per le sue “attività come membro della Jihad Islamica Palestinese, che minaccia la sicurezza della regione”.
Giovedì scorso, il Primo Ministro dell’ANP Salam Fayyad ha incontrato a Ramallah il padre di Adnan, e ha dichiarato che l’intero popolo palestinese esprime la propria solidarietà con lui. Un membro dell’organizzazione di Adnan ha avvertito delle possibili conseguenze della sua lotta, che potrebbero condurlo alla morte.
La notte del 17 dicembre, i soldati hanno rastrellato casa sua, puntando le armi contro i membri della sua famiglia, i parenti più stretti, la moglie incinta e due figlie. Di questo avvenimento è stato dato conto da un avvocato impegnato nella Ong dei Physicians for Human Rights.
Adnan ha raccontato che gli sono state legate le mani dietro la schiena, che è stato gettato in una jeep militare e che, durante il viaggio nel veicolo, i soldati lo hanno preso a calci e schiaffi. La jeep ha raggiunto la colonia di Mevo Dotan dove è stato trattenuto per diverse ore all’aperto, al freddo, con le mani ammanettate che si gonfiavano e il labbro inferiore tagliato e sanguinante.
Il giorno seguente è stato portato al centro di detenzione di Kishon, per un interrogatorio dello Shin Bet. In questa situazione, Adnan ha testimoniato di essere stato legato ad una sedia in modo atrocemente doloroso.
Durante l’interrogatorio dice di essere rimasto sempre legato con le mani dietro la schiena. Adnan ha detto che gli uomini dello Shin Bet lo hanno insultato ed hanno minacciato la sua famiglia. E’ stato in quel momento, quando ha sentito che sua moglie e le sue figlie venivano insultate e minacciate che ha deciso di lanciare il suo sciopero della fame? O è stato quando chi lo interrogava gli ha strappato prepotentemente la barba? O piuttosto è stato quando uno degli ufficiali ha strofinato il dito sotto la suola delle scarpe e glielo ha poi spalmato sui baffi? O quando gli hanno impedito di pregare?
Senza alcun preavviso ne’ premeditazione, ha deciso di lanciare il suo sciopero della fame ed è ha mantenuto il silenzio. Gli ufficiali gli hanno fatto domande, hanno fatto pressioni su di lui, ma è rimasto in silenzio. E’ stato interrogato più volte al giorno per diversi giorni. Gli ufficiali gli facevano domande, e lui restava zitto. Rifiutandosi di mangiare.
Più tardi, il 10 gennaio, ha saputo di essere in detenzione amministrativa, e questo ha aggiunto nuova motivazione al suo sciopero della fame. La sua protesta è anche indirizzata contro il fatto di essere stato posto in arresto senza un processo.
Lo scorso mercoledì una terza sessione del "processo" si è svolta presso la corte militare per le questioni amministrative riguardo l'ordine di arresto amministrativo. Come nella precedente sessione, è stato portato su una sedia a rotelle nella struttura dove si teneva la sessione. L’avvocato dell’accusa militare Tamar Lejlem ha chiesto al giudice militare Dalia Kaufmann di “autorizzare la detenzione amministrativa per l’intero periodo richiesto, sulla base di informazioni segrete presentate unilateralmente al tribunale. Si tratta di un membro anziano della Jihad Islamica Palestinese coinvolto in attività organizzative, incarcerato in passato per poi tornare alle sue attività sovversive”.
Cinque avvocati erano presenti per rappresentare Adnan: Jamil Khatib, Tamar Peleg, Mahmoud Halabi, Mahmoud Hassan, Jawad Boulos e Ninvin Hassan. Un numero tanto alto di avvocati dimostra le preoccupazioni per il deterioramento delle sue condizioni di salute a causa dello sciopero della fame.
Il processo per opporsi all’arresto amministrativo è diventato in breve una specie di indovinello, o un gioco a rincorrersi nel quale una parte ha gli occhi bendati mentre l’altra ha una visione chiara e completa sugli eventi. Non vi è stato alcun atto di accusa, ne’ esistono prove da poter contestare. Le domande poste dagli avvocati della difesa miravano ad ottenere una revisione della decisione da parte del giudice: non negare la libertà a un individuo senza permettergli di affrontare un processo. (…).
*L’articolo completo in lingua originale è consultabile qui ed è stato pubblicato dal quotidiano Ha’aretz.
14 febbraio 2012
Quasi c’era da aspettarselo: Hamas e Fatah non riescono proprio a mettersi d’accordo. Basta infatti aspettare qualche giorno e quelle certezze così chiaramente (e a volte pomposamente) espresse dai rappresentanti dei due partiti diventano meno solide di un castello di carta.
"Illustrissimo Presidente del Consiglio, sappiamo bene che il suo governo ha come primario obiettivo l’affrontare i problemi della grave crisi economica che ha colpito l’Italia e tutto il mondo, e che lei stesso e la maggior parte dei suoi collaboratori siete considerati esperti di economia e politiche economiche". Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviata al premier Mario Monti da parte del mondo associativo italiano.
Il Consiglio comunale di Napoli ha votato e approvato a maggioranza un ordine del giorno* in cui si "esprime condanna morale e politica nei confronti della ditta Pizzarotti & C. S.p.A. per la partecipazione ai lavori per la costruzione della A1 Gerusalemme-Tel Aviv". Pubblichiamo il comunicato stampa della Campagna "Libera Napoli dalla Pizzarotti!" sulla vicenda che veda un'azienda italiana coinvolta nella violazione dei diritti umani in Palestina.
Alla fine di gennaio, dopo cinque round di colloqui esplorativi che si sono svolti in Giordania, israeliani e palestinesi non hanno rispettato il termine per la ripresa dei negoziati diretti imposto dal Quartetto per il Medio Oriente. Usa, Ue, Russia e Onu hanno fallito nel loro intento, dimostrando di non avere più carte nella partita che si gioca in Terra Santa. Ma se non loro chi? Ecco l'analisi di Khaled Elgindy.
Il prossimo 18 febbraio nei Territori Palestinesi si celebrerà un anniversario denso di significati. Nel 2005, il villaggio di Bil’in iniziò ad essere teatro di una protesta popolare permanente. L’occupazione è violenza, sovente giustificata attraverso un uso “selettivo” della religione. Il movimento di Bil’in mirava ad esporla e a minarla attraverso una lotta partecipata all’insegna della non violenza. A distanza di sette anni ciò che sembrava un progetto velleitario è oggi una realtà ben presente.
Continuano le demolizioni di case palestinesi nei dintorni di Gerusalemme ad opera dell’esercito israeliano. Questa volta a essere colpito è il sobborgo di Anata, strategico per la sua posizione geografica. Prosegue quindi la strategia israeliana del “Price Tag”: far pagare alla popolazione palestinese il prezzo della sua presenza sul territorio, che nasconde il progetto israeliano di circondare Gerusalemme con un “anello” di colonie, strade e parchi naturali, per separarla definitivamente dal resto della West Bank ed impedirne, in futuro, la divisione Est/Ovest prevista dagli accordi internazionali.
Proprio a ridosso del 26 gennaio, termine fissato lo scorso settembre dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) per la fine dei colloqui preliminari tra Israele e Autorità palestinese, l’inviato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Isaac Molho, ha illustrato al suo omologo palestinese Saeb Erekat la posizione di Israele sui confini di un futuro Stato palestinese. Secondo fonti ufficiali (riportate dal quotidiano israeliano Haaretz), Molho ha presentato solo verbalmente alcuni principi generali, senza mostrare un documento o delle percentuali di territorio da 'scambiare'.
Siglato a Roma il 27 gennaio un accordo tra Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e Santuari internazionali) e El Al Israel Airlines, compagnia di bandiera israeliana, per sviluppare flussi di pellegrini disabili dall’Italia alla Terra Santa. Un accordo “commerciale ma anche etico” secondo i firmatari, per rendere i luoghi sacri alle tre religioni monoteiste “aperti e accessibili a tutti”. Con qualche distinguo.
"Mentre gli israeliani hanno 'rubato anche l'ultimo cielo', i palestinesi continuano a insegnare la vita, signori”. E mentre le risoluzioni rimangono condanne formali, i bambini nei campi profughi rischiano di ascoltare il rumore delle bombe per il resto dei loro giorni. La poetessa Rafeef Ziadah racconta la "verità" a chi ancora censura la parola "occupazione", e non vuole una scomoda “storia politica”.
“Un tentativo israeliano di ostacolare la riconciliazione palestinese” e “un’abuso senza alcuna giustificazione legale”. Così l’ufficio del presidente del Consiglio legislativo palestinese (Clp) ha commentato l’ordine di detenzione amministrativa della durata di sei mesi, emesso ieri dal tribunale militare israeliano di Ofer, ai danni del portavoce del Clp e membro di Hamas, Aziz Dweik.
Incidente diplomatico tra Francia e Israele per un rapporto redatto dal parlamentare socialista Jean Glavany, che afferma: “Israele sta portando avanti politiche di apartheid dell’acqua in Cisgiordania”. Pubblicato sul sito web del ministero degli Esteri francese, il dossier è sfuggito all’attento controllo delle lobby israeliane, che non hanno potuto lavorare affinché venisse reso più “morbido”.
Un rapporto dell'Unione Europea, visionato dal quotidiano britannico The Independent, rivela la preoccupazione per la continua colonizzazione della Cisgiordania da parte di Israele che, con le sue politiche, "sta chiudendo la porta alla speranza di una soluzione a due Stati". E mostra il pessimismo europeo sulla speranza che lo Stato palestinese sia finalmente riconosciuto.
"Ci sentiremo molto meglio quando non dovremo più spiegare a menti totalitarie perché la libertà è importante", afferma Carlo Strenger in un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano Haarezt. "La soluzione dei due-Stati è ormai storia, ed io sono stato sia triste che felice nel constatare che anche A. B. Yehoshua era giunto alla mia stessa conclusione".
All’età di 16 anni, varcando le porte d’acciaio delle prigioni militari israeliane, non avrei mai potuto ritornare alla mia vita precedente. L’avamposto di Levinger, la violenza dei suoi coloni, avevano cambiato in modo permanente la mia vita.
Il 3 gennaio ad Amman, in Giordania, si è svolto il primo incontro tra negoziatori israeliani e palestinesi dopo oltre 15 mesi di stallo nelle trattative. Una concessione del presidente Abbas alle pressioni del 'Quartetto', che però ha portato ad un nulla di fatto. Intanto, dal carcere, il leader Marwan Barghouti scrive una lettera aperta al suo popolo per spingerlo alla resistenza nonviolenta.
Gli attivisti di Stop Agrexco Italia invitano al boicottaggio dei prodotti della società israeliana Sodastream, che produce gasatori per l'acqua in un insediamento illegale nei Territori palestinesi occupati. Per questo Natale la ditta ha investito 500 mila euro di pubblicità in Italia.
Una striscia di colonie costruite sulla terra che era a nord di Betlemme minaccia di separare definitivamente la città dalla sua gemella storica, Gerusalemme.
Il portavoce dell’esercito aveva ragione: Mustafa è morto perché tirava pietre. È morto perché ha osato dire la verità, con le sue mani, in un posto dove la verità è vietata.
Amira Hass è l’unica giornalista ebrea israeliana che vive nei Territori Palestinesi. Dalla “prigione a cinque stelle” di Ramallah denuncia le contraddizioni del potere raccontando storie di tutti i giorni, per il quotidiano israeliano Haaretz e la rivista italiana Internazionale. Non vuole parlare del conflitto israelo-palestinese, ma “dell’occupazione israeliana, perché è di questo che si tratta”.
Il voto all'Onu va avanti nel silenzio e nell'apparente indifferenza dei media internazionali, fin troppo concentrati sugli sviluppi egiziani e siriani, mentre la nomina del premier Muhammad Mustafa è stata rinviata, facendo dubbi sulla volontà di concludere l'accordo tra Hamas e Fatah.
Uno studio, effettuato da un ricercatore palestinese della Al-Quds University, rivela che l’ammontare di investimenti palestinesi in Israele e nelle colonie israeliane, nel 2010, è stato pari a 2,5 miliardi di dollari. Un dato allarmante, che mostra anche tutte le inadeguatezze del mercato palestinese, schiacciato dall’occupazione israeliana e dall’aumento dei costi. 