Palestina. I 'mattoni' della resistenza nonviolenta

C'è un nuovo mattone nella costruzione del percorso di resistenza dei comitati popolari in Palestina. Ed è stato deposto proprio sabato scorso, nel villaggio di Mufaqarah, a pochi chilometri da Hebron, dove palestinesi, israeliani e internazionali hanno inaugurato una nuova casa per la piccola comunità del luogo. 

 

 

di Paola Robino Rizet*

 

 

E’ stata lanciata così la nuova campagna "Mufaqarah project", che ha come obiettivo la costruzione di 15 piccoli edifici per affermare il diritto dei palestinesi a vivere sulla propria terra.

Come scelta non è affatto scontata: Mufaqarah negli ultimi decenni ha visto spuntare intorno a sé quattro colonie: Karmel, Maon, Susiya e Mezadot Yehuda sono note alla cronaca per le azioni violente di coloni che le abitano. 

Qui fioccano gli ordini di demolizione e gli stop working orders, vale a dire che le case vengono fatte crollare come castelli di carte e i contadini e i pastori non possono più lavorare la terra né portare al pascolo il proprio gregge. 

Il picco delle violenze subite dalla comunità locale risale al 1999, quando nel resto del mondo si parlava di pace sulla scia degli entusiasmi suscitati dagli accordi di Oslo.

Allora gli abitanti vennero trasferiti oltre la bypass road, le strada ad uso esclusivo dei coloni. Di fatto veniva tagliata qualunque possibilità di collegamento tra le dodici comunità diffuse fra le colline a sud di Hebron. 

Ma grazie a un ricorso presentato dalle famiglie, la Corte suprema israeliana stabilì il diritto degli abitanti di Mufaqarah a tornare nel villaggio.

Ma i buldozer sono tornati nel 2011.

Lo scorso novembre l’esercito israeliano ha abbattuto una moschea, l’unica del villaggio, così come due case, una stalla e una piccola rimessa dove era conservato il generatore per la luce.

E Mufaqarah è uno dei tanti villaggi della zona a non essere collegato né alla rete idrica né a quella elettrica.

Ora, dopo la distruzione dei tank, l'acqua la si prende da un piccolo pozzo che si affaccia su un paesaggio stupefacente: il deserto del Negev.

Nella stessa giornata due ragazze sono state arrestate e rilasciate soltanto dopo diverse ore. Ad una delle due è stato proibito di tornare nel suo villaggio per un anno. 

Dopo le demolizioni, l’Ocha (Office for the coordination of humanitarian affairs) ha dotato il villaggio di tre container per accogliere le famiglie, sebbene l’Amministrazione civile israeliana abbia subito spiccato un ordine di demolizione.

Siamo infatti nel feudo dei settlers più aggressivi dell’area C.

Siamo vicini ad al-Tuwani, dove l’esercito israeliano è obbligato a scortare quotidianamente i bambini palestinesi quando vanno e tornano da scuola, per evitare che vengano attaccati dai coloni lungo tragitto che percorrono a piedi.

E di attacchi ce ne sono stati talmente tanti - anche dopo il provvedimento di mettere una pattuglia dell’esercito a difesa dei bambini - che qui da anni è presente un presidio di Operazione Colomba, che con i suoi volontari monitora che la camionetta dei militari arrivi ogni giorno in orario per assicurare che arrivino a scuola entro il suono della campanella e che lo stesso facciano all’uscita.

Quando i militari ritardano i volontari chiamano.

E quando i coloni aggrediscono, loro filmano prepotenze e maltrattamenti, diventando a loro volta vittime di attacchi.

Ci sono giorni in cui piovono pietre anche per loro.

Ma in realtà è nel crocicchio di case di Mufaqarah, che si manifesta la più assurda delle contraddizioni: pur di proteggere le proprie terre, alcune famiglie sono tornate a vivere nelle caverne un tempo abitate dai propri antenati.

A poco valgono i documenti ufficiali che attestano la proprietà palestinese di quei campi.

Si tratta di piccoli ambienti, grotte naturali, che la presenza dell’uomo ha cercato di rendere “confortevoli”. 

Queste famiglie sono convinte che solo così potranno esercitare il loro diritto di proprietari e di cittadini.

Lo scorso sabato un centinaio di persone hanno raggiunto la comunità locale per il lancio della campagna: armati di secchi, mattoni e cemento hanno messo in piedi una piccola casa di due camere.

Poi il gruppo si è spostato nella piccola moschea in costruzione per festeggiare l’iniziativa. I rappresentanti dei Comitati popolari hanno ringraziato i partecipanti per la loro solidarietà e per il loro impegno.

L’esercito israeliano è giunto nel primo pomeriggio, ha scattato foto e ha perlustrato le colline che circondano al-Mufaqarah.

L’appuntamento è fissato per sabato prossimo, e l’obiettivo anche questa volta è semplice e chiaro: mettere in piedi la seconda casa.

“Non vogliamo che ci vengano fornite tende o container”, affermano gli abitanti: “Vogliamo case in cui vivere, su quella che è la nostra terra”.

 

 

*Un ponte per...

 

22 maggio 2012