Palestina: Abu Mazen e la "giostra del potere"

Nonostante la dichiarazione d'intesa firmata da Hamas e Fatah all’inizio di questo mese a Doha, sono ancora tanti i nodi da sciogliere per il raggiungimento di una piena riconciliazione tra le parti che costituisca le fondamenta di un governo ad interim solido e capace di portare i Territori a nuove elezioni.

 

 

 

 

di Nino Orto

 

Se da una parte Hamas è divisa al proprio interno dalla contrapposizione ideologico-strategica tra radicali e  moderati, dall’altra la dirigenza di Fatah è impegnata a trovare una propria identità con un rinnovamento politico che tarda ad arrivare ed una popolazione sempre più delusa e priva di fiducia nei propri leader.

La tragicommedia palestinese si arricchisce di nuovi elementi dopo la dubbia intesa tra il leader di Fatah, Mahmoud Abbas e il  capo di Hamas, Khaled Meshaal.

Firmato sotto gli auspici del Qatar, l’accordo designa l’attuale presidente dell’Autorità palestinese come primo ministro ad interim di un governo di unità nazionale il cui principale compito sarà quello di preparare il terreno a nuove elezioni presidenziali, organizzare le modalità con cui si dovrebbero incorporare gli elementi di Hamas all’interno delle varie fazioni che compongono l’OLP, ed integrare la leadership politica di Gaza con quella ufficiale palestinese della Cisgiordania.

Tuttavia non sono poche le contraddizioni.

Infatti, a pochi giorni dallo spiraglio aperto a Doha, le trattative sembrano nuovamente a rischio a causa dell’atteggiamento intransigente di Hamas che, per bocca del suo di leader di Gaza Isma’il  Hanyeh, ha annunciato pubblicamente che il gruppo non accetterà mai lo Stato di Israele.

Certo propaganda, che dopo la vittoria dei partiti islamisti nelle elezioni post-regimi mira ad una progressiva legittimazione di Hamas all’interno del mondo arabo e ad un graduale riposizionamento del partito in seno alle nazioni egemoni sunnite (Egitto, Arabia Saudita), ma anche ideologia politica in netto contrasto con quella  filo-occidentale della dirigenza di Fatah.

Ma è veramente solo di Hamas la responsabilità di questo stato di cose?

Sono passati sette anni da quando Abu Mazen è stato eletto per succedere al defunto Yasser Arafat nella carica di presidente dell’Autorità palestinese e, da allora, molti eventi si sono sovrapposti ma poco o nulla è cambiato nella quotidiana tragedia palestinese.

Eppure, quando nel 2006 la popolazione palestinese votava in massa per il partito islamico per protestare contro la corruzione e l’inedia di Fatah e di tutta l’Autorità palestinese, la dirigenza del partito non ha compreso o forse non ha voluto comprendere cosa pensassero realmente i palestinesi.

Da allora molto inchiostro è stato versato per discutere delle responsabilità del presidente dell’OLP: è stato accusato della sconfitta di Fatah alle elezioni del 2006, così come della responsabilità politica della debacle subita nella Striscia di Gaza nel 2007 e infine di tutte le divisioni all’interno della società palestinese.

Colpevole o meno, quello che sembra essere certo è il progressivo scollamento tra la popolazione della Cisgiordania e la sua leadership.

In realtà, a fare da detonatore non sono solo i fallimenti e le scarse capacità politiche di Abu Mazen nella gestione delle trattative con Israele, ma soprattutto la perdita di fiducia della popolazione nell’intera dirigenza di Fatah.

Negli anni Abu Mazen è riuscito a restare in equilibrio tra mille contraddizioni e pressioni esterne, con maestria ed indubbia abilità politica. Tuttavia questo ha portato ad un forte indebolimento della sua leadership a causa dell’assenza di una strategia chiara e netta nei confronti di Israele, di Hamas e della comunità internazionale. 

 
Il valzer palestinese

 

A differenza del predecessore, Yasser Arafat, l’attuale presidente dell’OLP è conosciuto per la scarsa inclinazione all’autorità e al ricorso dello scontro diretto con i suoi nemici, facendo in modo da costituire un facile bersaglio per gli insuccessi nelle trattative con Israele.

Tuttavia, a dispetto delle sue inclinazioni personali o convinzioni ideologiche, difficilmente nel mondo civile è possibile trovare un tale accentramento di potere politico come nel caso del presidente palestinese.

Egli è contemporaneamente presidente del comitato esecutivo dell’OLP, presidente dell’Autorità palestinese, comandante delle forze armate e di sicurezza palestinesi, primo ministro della Cisgiordania e nominalmente della Striscia di Gaza, ed infine segretario generale del movimento Fatah.  

Se all’estero la sua fama di uomo pragmatico e riflessivo gli ha permesso di ottenere la fiducia della comunità internazionale, in patria ha ormai confuso persino i suoi sostenitori più accaniti.

D’altronde gli equilibrismi diplomatici che lo hanno obbligato a smentirsi più volte nel corso degli  anni sono talvolta incomprensibili persino agli analisti più navigati.

Negli ultimi due anni ha più volte dichiarato di non voler riprendere nessun tipo di negoziato fino a quando il governo israeliano non congelerà qualsiasi attività edilizia negli insediamenti e a Gerusalemme Est. Adesso ha invece consentito alla ripresa dei contatti tra le parti.

Anche il suo atteggiamento remissivo con la controparte islamica non è da meno. Dapprima ha chiuso qualsiasi possibilità di dialogo con Hamas per via del controllo sulla Striscia e poi ha continuato a predicare la distruzione di Israele, mentre ora accetta lo status quo e chiede nuove elezioni con un governo di unità nazionale, ponendo in posizione di forza il politburo di Damasco.

Oltretutto in sede internazionale aveva promesso che, in caso di insuccesso della sua proposta alle Nazioni Unite, si sarebbe dimesso e che in qualsiasi caso non sarebbe stato tra i candidati delle prossime elezioni di unità nazionale.

I fatti però sembrano viaggiare in un altro senso di marcia.

Dunque assistiamo ad una nuova fase di riavvicinamento tra i due maggiori partiti palestinesi, come già avvenuto diverse volte a partire dalla morte dello storico leader dell’OLP. Ciononostante, la situazione attuale è molto differente da quelle precedenti.

Dai mutamenti avvenuti lo scorso anno nella scena internazionale con le rivolte delle popolazioni arabe, è stato proprio il partito islamico quello che più ha guadagnato con l’istituzionalizzazione e l’accettazione dell’Islam politico da parte delle potenze mondiali.

L’insolito attivismo della dirigenza di Hamas che, messa alle strette dagli eventi in Siria, cerca di conquistarsi una maggiore legittimità all’interno del mondo arabo sunnita non trova di riflesso nessun corrispettivo pratico da parte di Fatah, che continua a giocare la carta dell’internazionalizzazione del conflitto israelo-palestinese, alienandosi il consenso interno.

Nello stesso tempo, nonostante l’accordo di Doha sia un segnale importante di svolta nella strategia di Fatah per recuperare consensi e credibilità, stringendo alleanza con Hamas, Abu Mazen si allontana drasticamente da qualsiasi prospettiva di un'intesa con Tel Aviv.

In conclusione, se fino ad ora il ruolo di interlocutore privilegiato e inossidabile della rappresentanza palestinese in sede internazionale è spettato a Mahmoud Abbas e al movimento Fatah, le evoluzioni degli equilibri regionali e la progressiva legittimazione di Hamas come partito politico possono modificare radicalmente gli interlocutori con cui Israele e la comunità internazionale, volente o nolente, dovranno forse un giorno confrontarsi.

 

20 febbraio 2012