Nessuna resurrezione per l’Egitto. E la giustizia aspetta invano una seconda rivoluzione
Un generale giustifica l’attuazione forzata del test di verginità sulle donne incarcerate, e il medico che li aveva praticati viene assolto. In fondo "stavano con i maschi nelle tende di Piazza Tahrir, non sono donne come mia figlia". L'impunità dei militari e i processi farsa in un paese che attende una seconda rivoluzione.
di Angela Zurzolo
Si è crocifisso ad un palo in Piazza Tahrir per protestare contro il procuratore generale. La sua foto è rimbalzata su Twitter e Flickr.
Human Rights Watch torna a denunciare la totale mancanza di indipendenza del sistema giudiziario in Egitto, mentre lo scandalo dell’assoluzione dell’unico ufficiale incolpato di aver sottoposto a test di verginità le manifestanti di Piazza Tahrir fa il giro del mondo.
“Il verdetto del processo è solo un altro esempio del fallimento dell’esercito nel punire i gravi abusi commessi ai danni delle donne e costituisce un promemoria fondamentale della mancanza di indipendenza del sistema giudiziario nel porre rimedio alle violazioni dei diritti umani attuate dai militari”, ha detto Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente.
Il 9 marzo 2011, alcuni ufficiali avevano distrutto un accampamento dei manifestanti nel giardino di Tahrir Square, arrestando arbitrariamente 190 persone.
In seguito, un ufficiale militare si era introdotto in una cella nella quale erano detenute 17 donne e, dopo aver chiesto se fossero sposate, aveva dato il via ai ‘test di verginità’, eseguiti dal dott. Ahmed Abdel e, secondo i testimoni, alla presenza del capo del carcere militare, il maggiore Sayed Mohamed Ashraf, e di alcuni soldati.
Una delle vittime, Rasha Abdel Rahman, racconta: “C’era una guardia carceraria chiamata Azza, vestita di nero. Ero la quinta. Mi hanno presa e messa su un letto nel corridoio. C’erano il dottore, un soldato chiamato Ibrahim, la guardia Azza, e un uomo che stava in piedi nel lato opposto della stanza. Sono stata esaminata con le mani”.
Dopo esser stato rinviato più volte, il processo aveva visto come imputato unico il medico Ahmed Abdel, accusato di “pubblica indecenza” e di “incapacità ad obbedire agli ordini”.
Ma da chi è partito l’ordine?
Lo Scaf, il Consiglio supremo delle forze armate, ha ammesso di recente che i test di verginità sono praticati di routine nelle carceri.
Il generale Ismail Etman, Capo degli affari morali dell’esercito, ha dichiarato alla Cnn: “Le ragazze che sono state arrestate non sono come vostra figlia o la mia. Erano accampate in tenda con manifestanti di sesso maschile, in Piazza Tahrir. E abbiamo trovato molotov e droga. Non vogliamo che dicano che abbiamo violentato o abusato sessualmente di queste donne, volevamo solo provare, in primo luogo, che non erano vergini”.
Le testimonianze contraddittorie di due guardie carcerarie e la negazione dei fatti da parte del diretto interessato sono però bastate ad assicurare l'assoluzione dell’imputato, anche perché l’accusa di violenza sessuale era stata declassata a quella di “atto contro la pubblica decenza”.
Eppure, lo Scaf, nel marzo 2011, aveva modificato l’art. 268 del Codice penale, sugli abusi sessuali, aumentando la pena dal lavoro forzato alla reclusione fino a sette anni.
Tuttavia, fino ad ora il tribunale ha emesso una sola sentenza a favore dell’accusa: si tratta di una donna di 34 anni, inglese, che ha affermato di essere stata violentata in una stanza di un check point nel Sinai, il 15 maggio 2011.
“L’impunità dell’esercito continuerà fino a quando il sistema giudiziario militare sarà il solo soggetto al quale le vittime di abusi potranno fare reclamo”, ha ribadito Lea Whitson per Human rights watch.
13 aprile 2012

