Nella Valle di Khaled, in viaggio al confine tra Siria e Libano tra i rifugiati contrabbandieri

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Dalla fine di aprile il genere di traffico che attraversa le acque del Naher Kebir è cambiato radicalmente. Alle merci si sono sostituiti gli esseri umani, agli affari la paura, al contrabbando la fuga. Da quando la repressione del regime di Bashar el Assad sta violentando le comunità di Tell Khalak, regione multiconfessionale al di là della frontiera, centinaia di famiglie si sono rifugiate nel Wadi.

 

di Mussa Khan

 

Hamza mi tende la mano, aggrappandosi con l'altra all'armatura arrugginita del cemento. In bilico sul ciglio del muro, il ragazzo guarda l'agglomerato di case sulla collina antistante. "E' Al Musherfa, il primo villaggio oltre il confine".

Tra le chiome sempreverdi battute dal vento si fronteggiano le sagome di un campanile e di un minareto. "Ci abitano cristiani, sunniti e alawiti". Ai piedi del muro, a fondovalle, un guado segna il passaggio attraverso un torrente. "Questo è il Nahr Kebir, il Fiume Grande". Intorno, solo canneti ondeggianti e campi ingialliti dalle stoppie di grano. "Attraversandolo si entra in Siria".

Wadi Khaled, punta estrema del Libano settentrionale. Il massiccio ventoso dell'Hermel lascia lentamente posto alle colline dell'Akkar, fino a spianare nella calura del Sahel siriano. Abitata dai discendenti di antichissime tribù beduine, la Valle dei Khaled è un lembo di territorio libanese incuneato nella geografia siriana.

"Fu Khaled Bin Walid, discendente del Profeta, a stabilirsi qui con la sua gente". Hamza è il fratello più giovane del mukhtar di Karm Zibdine, uno dei ventisei villaggi che punteggiano la valle. "Da allora i clan si sono stabiliti in tutta la regione, fino a Homs e a Hama, in Siria. Per noi, gente del Wadi, la frontiera semplicemente non esiste". Solo dal 1994 gli abitanti di Wadi Khaled sono stati naturalizzati: prima di allora erano la più grande comunità apolide del Libano.

Ricco d'acqua e ben collegato ai porti siriani, il Wadi fu annesso alla Repubblica dei Cedri da un tratto di matita dei cartografi francesi, nei primi anni Venti. Separata dal suo naturale bacino economico, questa terra promessa fu così confinata alla periferia del nuovo Stato libanese. Tuttavia, col tempo, gli abitanti hanno saputo approfittare di questa marginalità, sviluppando l'attività più redditizia delle terre di frontiera: il contrabbando.

"Quella villa è di uno degli uomini più ricchi del Wadi". Omar racconta senza spegnere il motore del furgone, per non interrompere il getto di aria condizionata. "Per suo conto ho contrabbandato  televisori, computer, biciclette, ricambi per auto, alcolici. Il prezzo di queste merci in Siria ha avuto un'impennata dopo il 2005, a causa della sanzioni. E al ritorno - ammicca - caricavo benzina".

Il carburante viene venduto in distributori ricavati da vecchi garage, dentro taniche di latta: "I margini sono ottimi: in Libano costa più del doppio che in Siria".

Omar alza improvvisamente il volume della radio, e continua: "Ma sono comunque briciole, rispetto a quello che si guadagna con il traffico delle armi".

Seduti sulla riva del Nahr Kebir, fumando sigarette siriane, Hamza spiega quello che sfugge agli occhi di uno straniero. "La merce che attraversa il fiume moltiplica immediatamente il suo valore. Se per trasportare un carico viene usato un asino, per esempio, parte dell'affare è nella vendita della bestia. Qui un capo vale duecentocinquanta dollari, in Siria solo cinquanta".

I mezzi più usati dai contrabbandieri, però, sono motociclette Part di produzione cinese. "Economiche, agili e veloci: perfette per sfuggire ai controlli". Prive di targa, onnipresenti, le Part sfrecciano ai lati dei dossi di cemento posati sull'asfalto dalla polizia per rallentare le auto. "Qui tutto viene dalla Siria, ed è tutto di contrabbando: il cibo, le scarpe, i tessuti, i mobili, la manodopera. Anche i nostri cellulari sono collegati al network siriano". 

Da fine aprile, però, il genere di traffico che attraversa le acque del Naher Kebir è cambiato radicalmente. Alle merci si sono sostituiti gli esseri umani, agli affari la paura, al contrabbando la fuga.

Da quando la repressione del regime di Bashar el Assad sta violentando le comunità di Tell Khalak, regione multiconfessionale al di là della frontiera, centinaia di famiglie si sono rifugiate nel Wadi. E nella fuga hanno trascinato con sé l'esercito, che ormai è accampato a ridosso del confine. "Con i soldati è arrivata la fine del contrabbando. Ora è tutto fermo, ma fino a due mesi fa proprio in questo punto avresti visto un traffico più intenso che a Beirut".

Arìda sorge a cavallo del confine: metà in Siria e metà in Libano, il villaggio è diviso dal Nahr Kebir, che scorre tra due file di alberi. Muhammad, un capofamiglia del posto, fruga nel foro sbeccato d'un muro, cercando qualcosa con la punta delle dita.

"Dopo il tramonto non possiamo più uscire di casa. I tiratori siriani sparano nel buio, e spesso colpiscono le case". Gli abitanti di Arìda occidentale, come viene chiamato il settore libanese, ospitano in casa decine di famiglie siriane. "In tutto il Wadi ci sono circa duemila e cinquecento rifugiati, ma hanno trovato subito ospitalità. Da queste parti siamo abituati ad aiutarci, tra parenti e amici. Il problema più serio - conclude estraendo una pallottola dal muro - sono le intenzione di quelli lì".

Tra le tende grigioverdi dell'esercito di Damasco, distanti meno di duecento metri, si riconosce il profilo di un carro armato appena mimetizzato: "Sono entrati in casa poco prima dell'alba, separando noi uomini dal resto della famiglia. Per tre giorni sono rimasto prigioniero nel commissariato di Tall Kalakh".

Mahmud ha entrambi gli avanbracci spezzati e dei profondi tagli appena rimarginati sopra un orecchio. "Degli altri che erano con me non ho più notizia".

Lo stesso giorno in cui è uscito dalla cella, Mahmud è stato trasportato in motocicletta fino al Wadi da un membro del suo clan, attraverso uno dei passaggi che fino a pochi mesi fa servivano per il contrabbando. "Dovrò restare ingessato per sei mesi". Il cugino, libanese, accende una sigaretta e gliela appoggia affettuosamente tra le labbra.

Molti capifamiglia sfruttano le vie del contrabbando per evadere i blocchi delle forze di sicurezza e tornare a lavorare in Siria. Lasciate le mogli e i figli alle cure dei parenti, gli uomini trascorrono dei brevi periodi oltre il confine, per rifugiarsi nuovamente nel Wadi quando la situazione peggiora. "Ma si rischia tutto", dice Mahmud, scoraggiato.

"Il mukhabarat, i servizi segreti, ha molti informatori, e individua facilmente chi è fuggito". Mentre si guarda le mani tumefatte sputa via il mozzicone, dopo neanche tre tiri. "La vita a Tall Kalakh non vale più nulla".

E' venerdì. Mentre lascio il Wadi, risalendo i tornanti che delimitano a sud la valle, la voce meccanica dei muezzin irrompe nell'aria immobile, spezzando la stasi atona di mezzogiorno. Tall Kalakh, ben visibile sull'orizzonte opposto, si prepara al suo ennesimo venerdì di protesta e  repressione.

Nel ventre del Wadi, battuto dal sole allo zenith, i discendenti di Khaled Bin Walid aspettano puntale l'arrivo dei rifugiati contrabbandieri, costretti ancora una volta ad affidare il proprio destino alle acque torbide del Nahr Kebir.

 

photo by Mussa Khan

 
3 novembre 2011