Nahr el-Bared cinque anni dopo

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A Nahr el Bared si arriva dopo un viaggio tutto sommato breve da Beirut. Si va verso il Nord, in direzione di Tripoli. Si percorre una strada costiera che svela tutta la bellezza di un paese drammaticamente contraddittorio. Poi finalmente il campo, fatto di strade di terriccio e palazzi in rovina, con bambini che giocano a piedi nudi nel fango e continuano a sorridere nonostante la fame, la miseria e la povertà che strangolano la gente che vive qui.

 

 

di Marco Di Donato - CISIP

A Nahr el-Bared si arriva dopo aver attraversato Tripoli e i suoi poster raffiguranti il premier Najib Mikati che di questa città è originario.

Ma soprattutto a Nahr el-Bared si arriva dopo aver oltrepassato un chekpoint militare.

Il campo è chiuso: nessuno entra senza il consenso dell'esercito, o meglio senza il consenso dell'intelligence libanese.

Siamo costretti a scendere dalla macchina e mostrare il passaporto unito all'autorizzazione dei servizi segreti.

Aspettiamo. I militari sono cortesi e fumano una sigaretta dietro l'altra mentre si attende l'ok per il nostro passaggio direttamente da Beirut. Ho qualche minuto pe guardarmi intorno.

Il checkpoint è vicinissimo al mare. Troppo vicino per non notare il contrasto fra l'azzurro dell'acqua e le prime decadenti abitazioni che si intravedono poco distanti.

Il governo libanese proibisce l'ingresso di materiali edilizi che permettano ai palestinesi di costruire strutture permanenti.

Qui, dopo la durissima battaglia del 2007 fra esercito libanese ed i miliziani di Fatah al-Islam, a ricostruire ci ha pensato l'UNRWA, con oltre 330 milioni di dollari stanziati dalla Conferenza di Vienna del giugno del 2008.

Secondo i calcoli dell'agenzia Onu ne servono però ancora oltre 200 per completare l'opera di ricostruzione, ma soprattutto per dotare il campo di nuove strutture.

Un ospedale ad esempio. Il campo è stato diviso in 8 "packages", in modo da dividere il lavoro e facilitare l'opera di ricostruzione. Anche perché prima di costruire bisogna bonificare intere aree del campo che sono piene di unexploded ordnance (in acronimo UXO): migliaia di ordigni inesplosi ancora presenti nel campo profughi e che ogni giorno rappresentano un rischio enorme per la popolazione che vive a Nahr el-Bared.

L'ufficiale libanese si avvicina sorridente mentre ci riconsegna i passaporti. Possiamo entrare.

Superato un tank dell'esercito fermo all'ingresso siamo finalmente dentro. Ci sono molti piccoli negozi che vendono ciò che serve per sopravvivere nel campo. La piccola economia locale è stata duramente colpita dalle conseguenze del conflitto del 2007 in quanto prima dello scontro fra esercito e i miliziani di Fatah al-Islam, Nahr el-Bared rappresentava un punto di riferimento per la popolazione locale, per i libanesi quanto per i palestinesi.

Nel campo si era infatti sviluppato un redditizzio mercato nero che permetteva di vendere a prezzi più bassi rispetto alla vicina Tripoli. Prima del 2007 erano moltissimi anche i siriani che oltrepassavano il confine per venire ad acquistare prodotti nel campo. Oggi, evidentemente, non è più così.

So bene che la nostra visita durerà solo poche ore, un paio al massimo, per evidenti motivi di sicurezza. Cerco dunque di cogliere ogni minimo particolare, ogni dettaglio che mi possa far capire di più di quanto è accaduto qui quattro anni fa e di come sia vivere oggi nel campo.

Non presto molta attenzione alle parole del rappresentante dell'UNRWA che ci accoglie e ci fa da guida nel campo.

Tutto quello che racconta è scritto in un pacchetto informativo consegnatoci da lui stesso all'ingresso al campo. Preferisco osservare. Quando saliamo sul terrazzo di un palazzo dell'UNRWA vedo un campo profughi enorme.

Un campo fatto di strade di terriccio e palazzi in rovina con bambini che giocano a piedi nudi nel fango e continuano a sorridere nonostante la fame, la miseria e la povertà che strangolano la gente che vive qui.

Un ragazzo sul terrazzo vicino attira la mia attenzione. Agita una mazza di scopa ruotandola continuamente in cerchio. All'inizio non capisco cosa faccia, ma poi vedo alzarsi da una piccionaia vicina decine di colombi che iniziano a girare intorno al palazzo in ordinati e regolari cerchi. I colombi continuano instancabili i loro giri, continuamente incitati dal ragazzo che fischia ed urla sempre agitando la mazza. Poi d'improvviso tornano a posarsi sulla piccionaia interrompendo il loro spettacolo e lasciando a noi osservatori incuriositi solo la deprimente immagine di un campo disastrato.

Scendiamo dal terrazzo e ci dirigiamo verso una Ong locale per un breve incontro con la gente del campo che, fa bene ricordarlo, non è composta solo da palestinesi, ma anche da profughi iracheni e libanesi che non possono permettersi una casa in città.

Il personale ci fa sedere in una stanza mentre aspettiamo che arrivi anche il rappresentante dei comitati popolari locali per farci un quadro della situazione politica. Anche in questo caso non credo dirà qualcosa di diverso da ciò che si sente in merito al diritto del ritorno dei profughi palestinesi e delle loro volontà di tornare a vivere nelle loro case abbandonate del 1948 o nel 1967.

Preferisco ancora osservare. Quando però a prendere la parola è di nuovo il rappresentante dell'UNRWA ecco che accade qualcosa di diverso. La faccia di una donna si fa scura, qualcuno bisbiglia, altri alzano gli occhi al cielo. Non sono il solo a notarlo, anche se all'inizio non riesco a comprendere il perchè di questa contestazione.

Poi ricordo di alcuni articoli giornalistici scritti nel 2009, dove la popolazione locale attaccava il modus operandi dell'UNRWA denunciandone la corruzione ed il nepotismo durante il processo di ricostruzione del campo.

Forse c'è ancora qualche questione in sospeso. Del resto che qualcosa non vada per il verso giusto lo si percepisce quando osservo passare dalla finestra alcune macchine di grossa cilindrata il cui design mal si sposa con la distatrata pavimentazione stradale del campo.

Lasciamo l'Ong e ci dirgiamo verso l'uscita. Qualcuno fa foto con al collo una bandiera palestinese, altri parlano con i bambini ed io sono ancora lì, fermo, ad osservare. Mi si avvicina una donna. Avrà almeno una cinquantina di anni e parla con tono fermo e deciso.

Mi chiede se sia possibile vivere in queste condizioni indicando una casa il cui ingresso da direttamente sulla fangosa strada del campo. "I miei bambini si ammalano spesso a causa della forte umidità che c'è nel campo e per la scarse condizioni igieniche".

Essere ammalati a Nahr el-Bared è un grosso problema.

Non esiste un ospedale per gli abitanti del campo e ci sono solo due cliniche mobili dell'UNRWA che cercano di fornire un minimo servizio sanitario alle oltre 30 mila persone che qui vivono. Solo 5 mila persone hanno un accesso continuativo alle cure mediche e alcuni trattamenti specifici non possono essere erogati in loco: i malati di tumore che non hanno possibilità di essere curati al di fuori del campo, non hanno altra scelta che andare incontro al loro triste e dolorso destino.

A qualche giorno di distanza, oggi che scrivo questo articolo, cerco a tutti i costi una frase ad effetto per chiudere questo racconto. Cerco l'ispirazione riguardando le foto che ho scattato nel campo, ma più rivedo quelle immagini e rivivo le sensazioni di quei giorni, più il mio compito diventa difficile.

Vorrei trovare le parole giuste per dare al lettore un barlume di speranza, per immaginare insieme un futuro migliore per la gente che vive in quella che più o meno sembra una prigione a cielo aperto.

Putroppo però di speranza nel campo profughi di Nahr el Bared non sembra essercene molta.
 

 

20 gennaio 2012