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 L'Iraq si prepara alle elezioni tentando di controllare i media
di Ornella Sangiovanni Osservatorio Iraq, 6 novembre 2009
Tempi duri in vista per i media in Iraq, dove il governo tenta di controllare l'informazione mentre si va verso le elezioni politiche previste per metà gennaio.
Il gito di vite è agli inizi, con una licenza dal costo di 5.000 dollari introdotta dal ministro delle Comunicazioni, Faruq Abd Al-Qadir, per radio e televisioni, mentre lo stesso ha ordinato allo staff di 58 testate che operano nel Paese (Tv comprese) di chiedere appositi permessi per poter lavorare.
Sembra che all'origine dei provvedimenti ci sia la preoccupazione da parte delle autorità irachene per la copertura data dai media agli attentati che il 25 ottobre hanno provocato oltre 100 morti e 500 feriti a Baghdad: attacchi che non hanno certo messo in buona luce l'operato del governo Maliki.
Il premier, in particolare, punta sulla sicurezza come una delle carte principali da giocare in campagna elettorale.
Ufficialmente, i nuovi provvedimenti vengono presentati in tutt'altra maniera: ossia come l'inizio di una nuova regolamentazione che garantisca un giornalismo equilibrato e professionale, ma in molti temono che siano solo il primo passo di un controllo da parte del potere sulla libertà di stampa e di espressione.
Le testimonianze che arrivano in questo senso non sono rassicuranti.
Questa settimana tre giornalisti hanno riferito di essere stati picchiati dai militari, mentre stavano seguendo eventi del tutto ordinari – per un Paese come l'Iraq.
Mohammed Jabar, è uno di loro, e lavora per la National Iraqi News Agency (NINA), l'agenzia di stampa ufficiale irachena. Il 23enne reporter due giorni fa era andato a Mahmudiya, a sud della capitale, dove si era verificata una esplosione non particolamente grave.
"Appena sono arrivato sulla scena, mi hanno aggredito con i calci dei fucili", ha raccontato dal suo letto di ospedale, riferendosi ai soldati. "Hanno visto che avevo tutti gli accrediti giusti, e sapevano che ero autorizzato a essere lì. Mi hanno picchiato fino a farmi perdere conoscenza. Sono sicuro che non lo hanno fatto di loro iniziativa. E' evidente che avevano ordini di bloccare qualunque servizio sulle esplosioni".
Qualcosa di simile è successo a Kamal Ayash, che lavora per la TV irachena al-Sumeria: è stato minacciato da alcuni soldati, mentre stava seguendo un attentato avvenuto a Ramadi, provincia di al Anbar, a ovest di Baghdad.
E sempre questa settimana, dal ministero degli Interni è arrivato l'ordine a tutti i ministeri e i dipartimenti governativi di boicottare permanentemente al-Sharqiya: una TV satellitare privata che è molto critica nei confronti dell'operato del governo, e che in passato era già stata oggetto di provvedimenti restrittivi.
Anche al-Baghdadia, la televisione per la quale lavorava Muntazer al Zaidi, meglio noto come "il lanciatore di scarpe", dice di avere problemi per quanto riguarda l'accesso alle attività dell'esecutivo.
Negli ambienti governativi sostengono che le nuove leggi non hanno finalità repressive.
"Se le testate vogliono protestare, possono farlo con le autorità competenti per le comunicazioni", ha detto il portavoce, Ali al-Dabbagh.
Fonte: The Guardian
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