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 In Iraq, prigioni segrete Usa, detenuti eccellenti, e accordi speciali
di Ornella Sangiovanni Osservatorio Iraq, 7 settembre 2009
A nord di Baghdad c’è una prigione segreta gestita dagli americani, sotto il controllo non dell’esercito ma dei servizi segreti.
Non è una delle (tante) denunce che arrivano da Amnesty International, Human Rights Watch, o altri gruppi per la difesa dei diritti umani, ma quanto afferma nientemeno che l’ex Direttore della “Commissione Suprema di de-ba’athificazione”, l’organo che in Iraq dal maggio 2003 ha epurato migliaia e migliaia di funzionari statali per il solo fatto di essere stati membri del partito Ba’ath – sciolto, e messo fuori legge in seguito all’occupazione a guida statunitense.
Ali al Lami, questo il nome del funzionario iracheno, è stato appena liberato, dopo quasi un anno esatto trascorso da detenuto, inizialmente proprio in quella prigione – dice.
Braccio destro di Ahmed Chalabi, l’ex beniamino del Pentagono, noto per essere stato uno dei più strenui sostenitori dell’invasione per rovesciare il regime di Saddam Hussein, Lami era stato arrestato il 28 agosto 2008, all’aeroporto di Baghdad, mentre rientrava dal Libano.
Le accuse erano pesanti: essere stato la mente dietro un attentato nel quartiere di Sadr City, a Baghdad, in cui a fine giugno furono uccise dieci persone – fra cui due dipendenti dell’ambasciata Usa e due militari americani. E poi: legami con gruppi sciiti estremisti – non il movimento di Muqtada al Sadr, ma molto, molto peggio: quelli che gli americani definivano “gruppi speciali”, legati, e manovrati dall’Iran.
Lami adesso è libero, e si sfoga, raccontando [in arabo] la sua versione dei fatti: al quotidiano arabo al Hayat.
E accusa il generale David Petraeus: l’ex comandante in capo della cosiddetta “Forza multinazionale” in Iraq, l’eroe della “surge” [la strategia irachena dell’ex presidente George W. Bush, basata sull’aumento delle truppe NdR], oggi a capo del CENTCOM, il comando Usa la cui area di responsabilità comprende il Medio Oriente e l’Asia Centrale.
Petraeus - dice Lami – voleva che collaborassi con i servizi segreti americani per fornire informazioni che incastrassero Ahmed Chalabi (il suo mentore), accusandolo di legami con l’Iran.
Il direttore della Commissione di de-ba’athificazione (sì, ora è tornato al suo posto) afferma di aver trascorso il primo periodo della sua prigionia, poco più di un mese, non in custodia dell’esercito Usa ma in una struttura di detenzione sotto il controllo dell’intelligence americana: una struttura segreta, di cui dà una descrizione [in arabo] piuttosto dettagliata, comprese le celle in cui venivano tenuti i prigionieri. Prigionieri che – sostiene - venivano sottoposti a torture psicologiche.
Che anche a lui non sono state risparmiate. Il tutto perché collaborasse. Se l’ avesse fatto, gli dicevano chiaramente, sarebbe stato liberato.
Ma lasciamogli la parola.
Un’operazione dei servizi segreti
Lami racconta [in arabo] ad al Hayat le circostanze del suo arresto all’aeroporto di Baghdad, a fine agosto dello scorso anno: un’operazione, sostiene, eseguita da membri dei servizi segreti statunitensi.
“Stavo tornando da Beirut assieme alla mia famiglia, e dopo il visto di reingresso un uomo della sicurezza irachena che lavora in aeroporto mi ha chiesto di controllare il mio passaporto e mi ha portato in uno dei corridoi vicini. Qui sono stato circondato da quattro civili americani armati fino ai denti che mi hanno portato in una base militare nei pressi dell’aeroporto, e qualche ora dopo mi hanno trasportato in aereo in una prigione segreta, dove ho trascorso 38 giorni”.
Lami aggiunge di essere in seguito venuto a sapere che il carcere si trovava a Balad, a nord di Baghdad, dove c’è una delle più grandi basi Usa in Iraq – nota come Camp Anaconda.
La struttura – dice – era di dimensioni modeste: una sala chiusa, divisa in tre parti, con quella centrale che ospitava la direzione e i bagni. Ai lati, due gruppi di celle: in tutto 25, ognuna delle quali aveva posto per un detenuto.
Detenuti in condizioni miserabili: nelle celle non c’erano mobili; niente letti né coperte, con temperature intorno allo zero. Alcuni non avevano vestiti, venivano privati del sonno. E’ qui che a Lami sarebbe stato chiesto di collaborare (contro Chalabi) dallo stesso Petraeus: che gli avrebbe parlato in teleconferenza.
Petraeus: ‘La tua posizione è difficile’
“Diciotto giorni dopo che ero stato arrestato”, racconta [in arabo] l’uomo al giornale arabo, “quelli che conducevano gli interrogatori mi informarono che Petraeus chiedeva di parlare con me”.
Mi hanno spostato quattro volte – dice - e mi hanno gettato in un posto sporco, pieno di zanzare e immondizia, dove sono rimasto sette giorni. “Quindi”, continua il racconto, “ho parlato con Petraeus in un ufficio privato nei pressi del luogo in cui mi trovavo, con televisione a circuito chiuso”.
La conversazione è iniziata in arabo, ricorda Lami. Petraeus mi ha detto: ‘Ali Faisal Hamid Karim al Lami, Assalamu alaikum wa Rahmatullah wa Barakatuhu’. ‘Sei detenuto presso le Forze multinazionali con l’accordo delle Nazioni Unite e del governo iracheno’, avrebbe proseguito il generale statunitense, ‘e sei accusato di aver commesso azioni contrarie alla legge, e di legami con gruppi terroristi, e sostegno a gruppi terroristi, e di rapporti con partiti e Stati terroristi come gli Hezbollah libanesi e l’Iran’.
Quindi, continua il racconto, ha aggiunto: ‘Sei accusato di sostenere e finanziare i gruppi terroristi all’interno dell’Iraq, come i gruppi speciali legati all’Iran, di avere legami con personalità terroriste (di cui non ha voluto fare i nomi), e di avere pianificato l’attentato contro il consiglio municipale di Sadr City’.
‘La tua posizione è difficile’ – mi ha detto – ‘e devi collaborare con quelli che conducono gli interrogatori, fornendo loro informazioni su personalità politiche irachene’.
Fin qui il colloquio con Petraeus – secondo quanto afferma Lami.
Obiettivo: demolire Chalabi
Dopodiché - continua a raccontare [in arabo] l’uomo ad al Hayat, “per 18 giorni quelli che conducevano gli interrogatori mi hanno chiesto di scrivere una confessione autografa, che consisteva in una deposizione in cui si diceva che Chalabi aveva legami con l’Iran”.
Cosa che Lami si è rifiutato di fare, nonostante, stando alle sue affermazioni, gli leggessero ripetutamente una sorta di equazione scritta su una lavagna: “Ali al Lami + collaborazione = liberazione”.
Lami però la dichiarazione in cui affermava che “Chalabi era coinvolto in azioni di violenza e sostegno ai gruppi armati legati all’Iran” non ha mai voluto firmarla.
Quelle di Petraeus tuttavia erano “accuse formali” – sottolinea - “e l’obiettivo di tutte le indagini era demolire Chalabi”. E così l’uomo racconta di essere stato sottoposto per dieci volte di seguito alla cosiddetta “macchina della verità”.
Alla fine, visto che non c’era nulla da fare, gli hanno comunicato che lo avrebbero consegnato all’esercito americano. E così, il 3 ottobre 2008, Lami è stato trasferito a Camp Cropper, la struttura di detenzione Usa che si trova nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Dove è rimasto fino alla sua liberazione – il 14 agosto.
Lì, sottolinea, c’erano i militari americani, mentre a Balad “tutti quelli che ho avuto occasione di vedere, sia carcerieri che personale dell’amministrazione della struttura carceraria , erano civili”.
A Camp Cropper, dice Lami al giornale arabo, “ho chiesto spiegazioni sui motivi del mio arresto, e alla direzione del carcere mi hanno risposto: ‘Sei detenuto presso di noi dal 3 ottobre, e prima di questo non sappiamo niente’”.
Fin qui il racconto dell’ormai ex detenuto.
Ma il contesto nel quale è avvenuta la sua liberazione presenta elementi di notevole interesse.
La “Lega dei virtuosi”
Lami è infatti uscito dal carcere come parte di un “pacchetto” negoziato ai primi di agosto dal governo di Baghdad nel quadro di una iniziativa di “riconciliazione” – tutta in casa sciita.
Il direttore della “Commissione Suprema di de-ba’athificazione” infatti è vicino ad Asaib Ahl al Haqq (ovvero: la “Lega dei virtuosi”) – uno dei cosiddetti “gruppi speciali”, che secondo gli americani sarebbero legati all’Iran, e che fino a poco tempo fa erano la loro bestia nera: peggio, molto peggio dei miliziani di Muqtada al Sadr (dal cui movimento tali gruppi hanno origine), che ormai da tempo se ne stanno buoni buoni.
A loro viene attribuita una delle operazioni più spettacolari contro le forze Usa in Iraq: quella in cui – a Karbala, nel gennaio 2007 - vennero uccisi 5 soldati americani e un altro rimase ferito. E per la quale in seguito furono arrestati tre leader del gruppo.
Uno di loro, Laith al Khazali, è stato liberato in giugno. E a fine giugno è uscito dal carcere anche lo sceicco Abdel Hadi al Daraji, ex portavoce del movimento di Sadr, passato con i “virtuosi”, di cui oggi è un esponente di primo piano. Daraji adesso parla di “riconciliazione”, e di sostegno al governo Maliki: la nostra lotta – dice - era contro gli occupanti americani.
In seguito a trattative con le autorità di Baghdad, mediate dall’ex ministro dei Trasporti Salam al Maliki (non è parente del premier), del giro “sadrista”, Asaib Ahl al Haqq si sarebbe impegnato a rinunciare alla violenza, e a entrare nel "processo politico": in cambio della libertà per alcuni dei suoi membri e simpatizzanti.
Gli americani hanno dovuto adeguarsi: del resto lo prevedono le disposizioni del cosiddetto SOFA, l’accordo firmato da Washington e Baghdad a fine 2008.
Fra i simpatizzanti del gruppo “riconciliato” c’è anche Lami. Che adesso, libero, continua a difendere il suo mentore Chalabi: “E’ un patriota come non ce ne sono altri”, ha detto al Washington Times.
Resta in carcere il pezzo da novanta: Qais al Khazali, fratello di Laith, detenuto a Camp Cropper.
Ma questa è un’altra storia.
Fonti: al Hayat, al Sharq al Awsat, Washington Times
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