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In Cisgiordania la violenza genera odio
di Aleem Maqbool Bbc News, 25 settembre 2008
Per un anno e mezzo, Ibrahim Makhlouf, un insegnante di scuola palestinese, ha registrato con la telecamera gli attacchi alle case nel suo villaggio in Cisgiordania, vicino ad alcuni insediamenti ebraici.
Dice che gli attacchi stanno diventando più frequenti e più violenti. “E' spaventoso. I miei bambini non possono dormire bene la notte. Si svegliano con incubi di israeliani che ci attaccano”, dichiara.
“Stanno facendo questo per farci andare via dalle nostre case,” aggiunge.
Nel suo computer, Makhlouf ci ha mostrato una ripresa dell'inizio di questo mese. Coloni vestiti di bianco corrono lungo i fianchi della collina verso le case dei palestinesi gridando. Entrano in parte nel villaggio e circondano le case colpendo le finestre con sassi e rocce.
Ma alcuni dei coloni sono anche armati. In certi momenti del video si sentono chiaramente dei colpi di arma da fuoco.
I dottori dicono che dieci palestinesi sono stati feriti in questa circostanza, di cui 4 hanno riportato ferite di proiettile. Nessuno dei coloni è stato indagato.
Legge e ordine
Makhlouf sullo schermo ci mostra delle figure che indossano uniformi verdi. Si vedono soldati israeliani che stanno per lunghi periodi fra i coloni, facendo ben poco per intervenire.
L'esercito israeliano ci ha fornito una dichiarazione che dice: “Le ferite dei civili palestinesi sono preoccupanti, e rafforzeremo la legge e l'ordine”. Makhlouf dice che i soldati non fanno abbastanza.
“E' stato così per anni ma nessuno ferma i coloni, I soldati stanno semplicemente a guardare e ci obbligano a restare nelle nostre case – dice - Ho deciso di iniziare a riprendere gli attacchi perché volevo che la gente sapesse cosa ci stessero facendo”.
Piegato e distrutto
Makhlouf vive nel villaggio di Asira al-Qabiliya, nel cuore della Cisgiordania. Guardando solo pochi metri verso la cima della collina, dal suo soggiorno, vediamo la cima di un insediamento ebraico, Yitzhar. Il resto è oltre la vista, in alto, oltre il crinale.
Attualmente centinaia di migliaia di coloni ebrei vivono in posti come Yitzhar, nella Palestina occupata, protetti dall'esercito israeliano. La loro presenza viene vista come uno dei maggiori ostacoli alla pace.
Abbiamo guidato fino ad Yitzhar, e lì la gente ci ha detto che erano loro le vittime, non i palestinesi. Dall'abitazione di Elan Ben-Shlomo nell'insediamento, abbiamo potuto guardare giù a Asira al-Qabaliya nella valle sottostante. Ma la sua casa è piegata e distrutta.
Ben Shlomo ci ha detto che mentre lui e la famiglia erano fuori, la casa è stata bruciata da un palestinese. Ha anche detto che lo stesso uomo ha poi aggredito con un coltello un bambino di 9 anni. “Odio e aggressione degli arabi verso di noi non sono una novità - dice - Ma abbiamo ricevuto molto sostegno dalla gente di tutto Israele e ricostruiremo la nostra casa”.
Un cocktail di molotov
Ben-Shlomo ha detto semplicemente che non era vero che i coloni attaccassero i palestinesi. Insisteva che qualsiasi video avessimo fosse un falso.
Quando gli ho detto che, a parte Israele, tutti i paesi del mondo considerano gli insediamenti costruiti sulla terra palestinese occupata come il suo illegali ha detto che non se ne sarebbe mai andato.
“Questa è la terra che Dio ci ha dato, se leggi la Bibbia lo saprai” ha detto “Gli arabi e tutti gli altri popoli non hanno diritto di vivere qui”
Dopo un paio di caseggiati, lungo il crinale, c'è una postazione dell'esercito, costruita per proteggere i coloni. Nonostante l'alto livello di sicurezza, ci sono comunque tentativi dei palestinesi di attaccare insediamenti come questo. Solo questa settimana, i soldati israeliani hanno ucciso un ragazzino di 14 anni, che dicono stesse cercando di lanciare una molotov contro Yitzhar.
La lamentela dei palestinesi è che per anni i coloni hanno attaccato i loro villaggi, bruciato le loro fattorie e ferito la loro gente. E dicono che per loro non c'è protezione e che gli attacchi contro di loro restano impuniti.
(Traduzione di Oriana Baldasso per Osservatorio Iraq)
L’articolo in lingua originale
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