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 Negoziati Usa-Iraq, Addio SOFA, si lavora all’accordo “ponte”
di Ornella Sangiovanni Osservatorio Iraq, 14 luglio 2008
Adesso la notizia è sul Washington Post. Sia i negoziatori iracheni che quelli statunitensi avrebbero abbandonato le speranze di concludere un accordo globale – e a lungo termine – che definisca la presenza militare Usa in Iraq, non solo entro la scadenza del 31 luglio, ma prima del termine del mandato presidenziale di George W. Bush.
Dunque, addio Status of Forces Agreement (SOFA), almeno per ora. La palla passerà, eventualmente, al prossimo presidente – che sia il Repubblicano John McCain oppure il Democratico Barack Obama.
Le fonti del quotidiano statunitense, da sempre molto ben introdotto nell’establishment di Washington, sono “alti funzionari” Usa – rigorosamente, e ovviamente, coperti dall’anonimato, secondo i quali, al posto del SOFA, ora i due governi starebbero lavorando a un documento “ponte”, più limitato quanto a portata e arco temporale, che consentirebbe agli Stati Uniti di mantenere una presenza militare in Iraq dopo il 31 dicembre – quando scadrà il mandato Onu che autorizza la cosiddetta “Forza multinazionale”.
Nonostante il presidente Bush abbia più volte respinto al mittente tutte le richieste di stabilire un calendario per il ritiro delle truppe dall’Iraq, ora “stiamo parlando di date”, ammette “un funzionario vicino ai negoziati”.
Alla base ci sarebbero le pressioni dei leader iracheni, i quali “ci stanno dicendo tutti la stessa cosa”: ovvero che hanno bisogno che nell’accordo, patto, o memorandum di intesa come chiamar si voglia, ci sia qualcosa che assomigli a una scadenza – perché, dicono, “gli iracheni vogliono sapere che le truppe straniere non saranno qui per sempre”.
Fino al 2009
Quello che si sta discutendo è un accordo che probabilmente si limiterà al 2009, e dovrebbe includere un “orizzonte temporale” (secondo l’espressione utilizzata da alcuni leader iracheni, fra cui il vice premier Barham Salih), con obiettivi specifici per il ritiro delle forze Usa da Baghdad e da altre città, nonché da complessi come l’ex palazzo presidenziale di Saddam Hussein, all’interno di quella che ora è la cosiddetta Green Zone, e che attualmente ospita l’ambasciata statunitense.
A detta delle fonti Usa, il riferimento alle date sarà probabilmente accompagnato da avvertimenti sulla capacità delle forze irachene di operare indipendentemente, ma tutti concordano sul fatto che sarà inevitabile inserirlo: perché senza di esso è assai dubbio che la parte irachena firmi.
Il Primo Ministro Nuri al-Maliki e i suoi alleati di governo sono infatti sottoposti a forti pressioni nel Paese, non solo da parte delle forze di opposizione (né solo da parte di ambienti politici), e vogliono che l’accordo con Washington sia formulato in modo da sottolineare le condizioni in base alle quali gli americani se ne andranno dall’Iraq, piuttosto che quelle in base alle quali rimarranno – dice uno dei funzionari che ha parlato col Washington Post.
Salvare la faccia a Maliki?
L’idea – spiega - è quella di rendere la vita un po’ più facile al premier iracheno, e togliere argomenti ai suoi oppositori, trovando una nuova formulazione, che chiuda la bocca a tutti quelli che lo accusano di negoziare una presenza militare americana permanente in Iraq.
Ci sono comunque ostacoli seri.
Il principale oggetto di contenzioso tuttora irrisolto riguarda l’immunità nei confronti della legge irachena per i militari Usa e il personale del Dipartimento alla Difesa.
Qui la faccenda sarebbe veramente spinosa, e le posizioni inconciliabili, dice un altro funzionario statunitense “vicino ai negoziati”. Anche perché gli americani su questo non mollano.
E tuttavia, perfino qui una formulazione che parli di scadenze potrebbe aiutare, spiega il funzionario, perché “un conto è l’immunità se nella mente degli iracheni si tratta di un accordo che preveda le truppe Usa per sempre” - diverso invece, “se questi accordi relativi all’immunità sono temporanei perché le forze Usa sono temporanee”.
Che tradotto dal linguaggio diplomatico significa: stiamo cercando di salvare la faccia a Maliki e fregare gli iracheni.
Anche su altre questioni controverse sarebbero stati raggiunti compromessi “per lo più cosmetici”, scrive il quotidiano statunitense.
Fra questi, la formazione di commissioni miste Usa-Iraq per la supervisione di tutte le operazioni unilaterali Usa – sia quelle che riguardano operazioni di combattimento sia quelle relative all’arresto di cittadini iracheni.
Il tutto per dare “una vernice di controllo iracheno”: per questo, ad esempio, Washington avrebbe acconsentito a cedere, rinunciando all’immunità per i cosiddetti contractors.
Insomma, entrambe le parti riporrebbero le loro speranze nel nuovo accordo che si sta negoziando- che a Washington chiamano "protocollo operativo temporaneo", e a Baghdad "memorandum di intesa".
“Per non trasformarci in una zucca il 31 dicembre”
I negoziati per un accordo a lungo termine dovrebbero continuare – almeno così dicono i funzionari dell’Amministrazione Usa. Tuttavia, con la scadenza del mandato Onu che incombe, sottolinea uno di loro, “abbiamo bisogno di un ponte che ci consenta di avere una qualche autorità per continuare le operazioni”. “Per non trasformarci in una zucca il 31 dicembre”, dice il funzionario, utilizzando la similitudine della favola di Cenerentola.
Né Washington né Baghdad vorrebbero una proroga del mandato delle Nazioni Unite.
L’Iraq desidera soprattutto non essere più soggetto al Capitolo VII della Carta dell’Onu – che lo definisce una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, con tutta una serie di limiti alla sua sovranità.
Gli Stati Uniti ritengono che una proroga limitata di detto mandato non farebbe che rinviare la necessità di un accordo bilaterale con il governo di Baghdad, e potenzialmente lascerebbe le loro truppe in Iraq “con le spalle al muro”.
Ma un protocollo temporaneo, secondo i funzionari Usa, farebbe felice anche Maliki, in quanto gli permetterebbe di aggirare il Parlamento – dove una opposizione contro un accordo a lungo termine con Washington è forte, e dove è improbabile che riuscirebbe ad avere la maggioranza dei due terzi necessaria alla ratifica di un SOFA.
"Sta cercando di capire, proprio come abbiamo fatto noi, come si può configurare un accordo bilaterale e fare in modo che sia legalmente vincolante”, dice uno dei funzionari che hanno parlato con il Washington Post, “ma senza passare per l’organo legislativo".
La smentita di Baghdad
Per il premier – e per il governo – iracheno non è proprio un ritratto lusinghiero – e infatti da Baghdad è arrivata rapidamente una smentita.
Il consigliere per la sicurezza nazionale, Muwaffaq al Rubai’e – lo stesso che pochi giorni fa aveva detto: “Non accetteremo nessun accordo se non conterrà anche un calendario per il ritiro delle forze Usa” – ha liquidato l’articolo del Washington Post, dicendo che “non coglie la sostanza” dei negoziati in corso, e ha aggiunto che Iraq e Stati Uniti sperano ancora di arrivare a un accordo entro il 31 luglio.
"Stiamo lavorando sodo per arrivare a questa scadenza, e penso che ci sia ancora speranza”, ha detto ieri al Rubai’e ai microfoni della CNN, aggiungendo che le due parti stanno facendo buoni progressi.
Fonti: Washington Post, Agence France Presse
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