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Questioni essenziali per il Libano e non solo


di Rami G. Khouri*
Agence Global, 18 maggio 2008

Probabilmente i colloqui fra i leader politici libanesi a Doha, in Qatar, sono destinati a portare la pace e la calma in Libano per qualche tempo.

Tuttavia, lo scetticismo abbonda, insieme ad alcuni segni di speranza e di maturità. Una complessa rete di questioni interconnesse caratterizza l’attuale situazione. I rapporti fra forze locali, regionali, ed internazionali devono essere riorganizzati – e questi tre livelli sono strettamente collegati fra loro. Personalmente, vedo due questioni essenziali in gioco a questo proposito, rispetto alle quali ogni altra cosa è secondaria:

1) Se lo Stato centrale non va incontro ai bisogni dei propri cittadini, come può mettere a punto un credibile equilibrio di forze con gruppi locali e con potenti organizzazioni armate come Hizbollah, che rispondono alle necessità dei cittadini in maniera più efficiente?

2) Il Libano è principalmente una società arabo-islamica mediorientale che è parte integrante degli interessi siriani ed iraniani, o è una società liberale maggiormente orientata verso l’Occidente, che si situa più confortevolmente nell’orbita americana e francese?

In entrambi i casi, la questione centrale è il rapporto fra Hizbollah e lo Stato. I combattimenti della scorsa settimana e la crisi politica, in Libano, hanno ruotato intorno ad un punto chiave: la decisione del governo di limitare alcuni aspetti del sistema di sicurezza di Hizbollah, alla quale il movimento sciita ha risposto con una rapida e decisa dimostrazione di forza che ha sopraffatto il fronte di Hariri e delle altre forze “del 14 Marzo” che sostengono il governo.

Due tabù, precedentemente considerati sacri, sono stati violati: il primo, quando il governo ha cercato di interferire con il sistema telefonico di Hezbollah, che è vitale per il sistema di sicurezza del gruppo; il secondo, quando Hezbollah ed i suoi alleati hanno fatto uso della forza contro altri libanesi. Questi due nuovi episodi hanno chiarito quali sono le questioni principali che devono essere discusse e risolte – con i colloqui di Doha, e con quelli che avranno luogo in futuro. Tuttavia, sui colloqui di Doha grava lo stesso problema che aleggia su tutte le questioni in Libano, al giorno d’oggi: la sensazione, fra molti libanesi filo-governativi, che Hizbollah venga usato dalla Siria e dall’Iran per i loro scopi.

Costoro sostengono che la Siria vuole riprendere il controllo del Libano e bloccare il tribunale internazionale che dovrebbe assicurare alla giustizia coloro che hanno ucciso l’ex primo ministro Rafiq Hariri e una decina di altre personalità politiche. Dal canto suo, l’Iran vuole poter usare Hizbollah e la sua formidabile capacità militare e logistica in un eventuale confronto con Israele o con gli Stati Uniti.

Queste sono accuse molto serie, alle quali Hizbollah resta vulnerabile poiché insiste nel fare uso dell’ambiguità come arma strategica nel trattare con i suoi nemici e con coloro che lo criticano. Il fatto è che molti libanesi semplicemente non nutrono fiducia in Hizbollah, e questo sentimento si è accresciuto dopo gli scontri della scorsa settimana.

L’emergere di Hizbollah come il più potente gruppo politico-militare in Libano è ulteriormente rafforzato dalla sua alleanza con l’importante leader cristiano Michel Aoun. L’alleanza guidata da Hezbollah, comprendente questo ed altri gruppi più piccoli, chiede di avere più voce in capitolo nel governo ed in parlamento, che sono modellati per riflettere gli equilibri di forza fra i principali gruppi religiosi e confessionali del paese. Dunque, una significativa ridefinizione del tradizionale sistema di spartizione del potere deve essere intrapresa.

Probabilmente ciò può essere fatto in una maniera che risulti accettabile per tutti i libanesi. Ma, rimangono di difficile soluzione i problemi collegati alla questione principale: quello delle armi di Hizbollah, e quello dell’influenza dell’Iran, della Siria e degli Stati Uniti. Perciò, affinché prevalga una pace a lungo termine, i colloqui di Doha dovranno rappresentare l’avvio di una essenziale riforma strutturale del sistema di governo libanese e dei valori ideologici che definiscono il paese.

Un effettivo spostamento degli equilibri di forza tra i principali gruppi confessionali del paese significa che i cristiani e i sunniti, in particolare, dovranno cedere una quota di potere in favore dello sciita Hizbollah e dei suoi alleati. Essi sono riluttanti a compiere un passo del genere senza qualche garanzia sullo status e sull’utilizzo delle armi di Hizbollah. Ciò a sua volta richiede che Hizbollah chiarisca la sua posizione futura riguardo al suo potenziale militare, al suo rapporto con Israele, e ad altre importanti questioni.

Quando una delle due parti decide di affidarsi maggiormente ai suoi appoggi esterni per vincere le pressioni interne, l’altra parte diventa maggiormente polemica ed assume un atteggiamento di maggior sfida. Il risultato è il Libano che abbiamo oggi, che continua a doversi rivolgere all’assistenza esterna per risolvere contese politiche che sono già pesantemente provocate – in buona parte – da precedenti episodi di “assistenza” esterna.

A questo punto diventa più chiaro anche il problema reale che sta alla base di tutto questo: l’autosufficienza, la credibilità, e la legittimità del concetto arabo di Stato-nazione. Il Libano, essendo uno Stato debole, ha portato alla nascita di gruppi come Hezbollah, il quale fornisce servizi che uno Stato debole non può offrire ai suoi cittadini. Hizbollah, ora, è uno Stato parallelo. Come possono coesistere lo Stato e Hizbollah? Questa è la questione centrale attorno alla quale ruotano tutte le altre. È una questione che affligge anche molti altri governi arabi, come gli anni a venire probabilmente dimostreranno.

(Traduzione a cura di Arabnews)

L’articolo in lingua originale

* Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese Daily Star


Area tematica: Conflitti
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