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Iraq, Bilal Hussein, una vicenda a lieto fine

(Foto AP/Petr David Josek)
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq, 16 aprile 2008

Bilal Hussein è libero. Dopo due anni esatti passati nelle carceri Usa in Iraq, senza accuse precise, il fotoreporter iracheno della Associated Press è stato rilasciato oggi dalle forze armate americane, e consegnato ai colleghi dell'agenzia di stampa a un checkpoint a Baghdad.

C'era arrivato a bordo di un autobus di quelli che trasportano i prigionieri, vestito con un abito tradizionale iracheno, lungo e marrone. Sorrideva, e sembrava in buona salute.
I suoi primi ringraziamenti sono stati per i suoi datori di lavoro, che hanno sempre creduto nella sua innocenza, e si sono spesi moltissimo per arrivare alla sua liberazione.

"Voglio ringraziare tutte le persone che lavorano alla AP", ha detto Bilal, "Ho passato due anni in carcere pur essendo innocente. Ringrazio tutti".

Il presidente della AP, Tom Curley, ha espresso il suo "grande sollievo", dicendo che il fotoreporter "è tornato sano e salvo dalla AP e dalla sua famiglia".

"I nostri sentiti ringraziamenti vanno a tutti voi che ci avete sostenuto durante questo periodo difficile e impegnativo", ha detto Curley. "Bilal", ha aggiunto, "adesso trascorrerà un po' di tempo tranquillo con la sua famiglia a riposarsi".

Vicenda a lieto fine

Si conclude così, con un lieto fine, la vicenda iniziata il 12 aprile 2006, quando Bilal Hussein, che all'epoca lavora da due anni per la AP, viene arrestato dalle forze Usa nella sua casa di Ramadi, nell'ovest dell'Iraq -  allora una roccaforte della guerriglia sunnita.

Le accuse, generiche, sono di legami con i "terroristi", ma per oltre un anno e mezzo non c'è nessun capo di imputazione specifico: una sorte che Bilal condivide con migliaia e migliaia di detenuti iracheni che si trovano nelle carceri americane in Iraq – da mesi, da anni.

Nel dicembre 2007, dopo che ormai la sua vicenda è diventata pubblica, ed è iniziata una campagna internazionale per la sua liberazione, gli americani decidono di trasferire il caso al sistema giudiziario iracheno. Saranno i magistrati di Baghdad a esaminare le "prove", e a stabilire se il reporter (che nel 2005 ha vinto un Premio Pulitzer) deve essere processato.

Era il 9 dicembre, e dopo quella prima udienza si apre un buco nero. Il giudice iracheno che ha in mano il procedimento decide immediatamente che tutto dovrà restare segreto – prove, udienze, etc. etc.

Anche il legale nominato dalla AP, Paul Gardephe, un ex procuratore federale, ha serie difficoltà nel preparare la difesa. Gli lasciano vedere le "prove", ma non può prendere copia dei documenti. I colloqui con il suo assistito si svolgono sempre alla presenza di guardie e di un traduttore militare statunitense.

E di Bilal non si può più parlare.

Il 7 aprile, la svolta. I magistrati iracheni che stanno esaminando il caso, emettono una sentenza che ordina il "rilascio immediato" del fotoreporter. Le accuse mosse contro di lui rientrano - è la motivazione - nella legge di amnistia approvata a febbraio dal Parlamento iracheno. Anche se Bilal non è mai stato processato.

Qualche giorno dopo, un'altra sentenza degli stessi giudici fa cadere anche l'ultima accusa: che il fotografo iracheno sia stato in qualche modo coinvolto con i sequestratori di Salvatore Santoro: un italiano rapito e ucciso presso Ramadi nel dicembre 2004, di cui Hussein aveva fotografato il corpo, dopo essere stato fermato a un checkpoint assieme ad altri due colleghi, e costretto a seguire i killer sotto la minaccia delle armi.

Gli americani, che hanno in custodia Bilal, e che si riservano la decisione finale, determinano che non costituisce più una "minaccia per la sicurezza", e firmano l'ordine di scarcerazione.


Una pratica deplorevole


Oggi ad aspettare il reporter liberato c'era tutta la sua famiglia in lacrime: la madre, il fratello, e tutti gli altri, che lo abbracciavano. Lo hanno sommerso di fiori e di dolci, mentre continuava a rispondere al cellulare a quelli che chiamavano per fargli gli auguri.

Com'è tradizione in Iraq, hanno sgozzato due montoni in suo onore.

"Non posso descrivere la mia felicità nel rivederlo", sono state le parole del fratello, Yassir Hussein, un professore universitario di Baghdad di 35 anni. "La famiglia ha passato un brutto periodo negli ultimi due anni, ma adesso ringraziamo Dio di poter riposare un po'".

Da New York, il direttore esecutivo del Committee to Protect Journalists, Joel Simon, dice che il suo gruppo è "eccitato" per il rilascio di Bilal Hussein..

"Lui adesso va ad aggiungersi a un elenco crescente di giornalisti detenuti in zone di conflitto dalle forze armate Usa per periodi prolungati, e alla fine rilasciati senza che nei loro confronti sia mai stata dimostrata alcuna accusa o alcun reato", sottolinea Simon in un comunicato. "Questa pratica deplorevole dovrebbe preoccupare tutti i giornalisti. Fondamentalmente essa permette alle forze armate Usa di eliminare i giornalisti dal campo, rinchiuderli, e non essere mai costretti a dire il perché".

Ma a essere vittime di questa pratica non sono solo i giornalisti. Nelle carceri statunitensi in Iraq, al dicembre 2007, c'erano quasi 25.000 detenuti. Moltissimi di loro sono lì da tanto tempo, senza sapere di cosa sono accusati. Ne' quando (e se) usciranno.


Fonte: Associated Press


Vedi anche
:

http://www.ap.org/bilalhussein


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