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Tramonto arabo e ascesa turco-iraniana

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di Abd al-Bari Atwan*



Tramonto arabo e ascesa turco-iraniana

I grandi Paesi si guadagnano una posizione di spicco attraverso le loro azioni, non a parole; e attraverso successi concreti, leadership coraggiose, e popolazioni vitali e innovative. Diciamo queste parole mentre i leader arabi e mondiali si sono recati in Turchia, dopo il massacro israeliano ai danni della Flottiglia della Libertà avvenuto al largo della costa di Gaza.

Il presidente siriano Bashar al-Assad è giunto in territorio turco per esprimere il proprio cordoglio per le vittime e la propria solidarietà con la leadership turca. Lo stesso hanno fatto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il Primo Ministro russo Vladimir Putin. Prima di loro, il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva fatto tappa nella capitale turca mentre era diretto a Washington.

Questo nella geopolitica regionale ed internazionale significa due cose: la prima è l’ascesa turca ed il riconoscimento internazionale di tale ascesa; la seconda è il tramonto arabo, e l’erosione del prestigio e del ruolo dei leader arabi, a prescindere dall’estensione dei Paesi da essi governati.

Attualmente ci troviamo di fronte a due potenze emergenti nella regione, la potenza turca e quella iraniana. Ed è paradossale che entrambe competano per ottenere una legittimazione, e per estendere la propria influenza a livello regionale ed internazionale, sostenendo la questione araba dimenticata per eccellenza, ed opponendosi all’arroganza israeliana.

La regione araba attraversa una fase simile a quella che attraversò la Turchia ottomana poco prima della Prima Guerra Mondiale, quando era il grande ‘malato d’Europa’. I governanti arabi si dedicano a tutto tranne che alle questioni nazionali arabe e al futuro dei loro popoli. Essi hanno ormai raggiunto l’irrilevanza, e svolgono ruoli strumentali al servizio dei progetti occidentali, proprio come facevano i loro omologhi dell’epoca complottando ai danni dell’impero ottomano e alleandosi con potenze coloniali come la Gran Bretagna e la Francia contro di esso.

Non è un caso che, mentre i leader musulmani e mondiali si recavano in Turchia per coordinare le strategie regionali ed internazionali in particolare in Asia, il vicepresidente americano Joe Biden, che si vanta della sua intima amicizia con Israele e del proprio appoggio incondizionato nei suoi confronti, si è recato a Sharm el-Sheikh per incontrare il presidente Hosni Mubarak al fine di discutere il modo di rompere l’assedio internazionale attualmente imposto ad Israele alleggerendo l’assedio imposto da quest’ultima alla Striscia di Gaza.

Il Cairo agisce in maniera concertata con gli americani e gli israeliani (un inviato speciale del Mossad ha compiuto una visita segreta in Egitto, mentre una visita pubblica è stata compiuta dal sottosegretario del commercio israeliano), mentre Riyadh tace o è assente, e i Paesi del Golfo sono impegnati con la moneta unica o con qualche altro loro progetto congelato. Lo stesso si può dire per i paesi del Maghreb, dove il presidente libico Muammar Gheddafi si balocca con la sua nuova appartenenza africana, e con la sua “guerra” contro la Svizzera, e il re del Marocco Muhammad VI, presidente della commissione per Gerusalemme, ha deluso le nostre speranze non convocando la commissione al culmine delle operazioni di giudaizzazione di Gerusalemme. E non sappiamo cosa faccia il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, per il quale seguire la propria nazionale di calcio ai Mondiali sembra essere più importante di qualsiasi altra questione.

Il ruolo arabo si limita ormai ad esprimere la propria impotenza, ad emarginare i Paesi arabi, e a mettere in dubbio le intenzioni della Turchia e dell’Iran, tentando di diffamare questi due Paesi. Assistiamo attualmente a feroci campagne mediatiche contro la Turchia, simili a quelle che hanno preso di mira l’Iran. La differenza è che le campagne contro Ankara sono più impacciate, non hanno molte frecce al loro arco, poiché la Turchia non ha occupato alcuna isola araba, e poiché non è possibile usare l’elemento confessionale per fomentare l’odio contro di essa, come viene fatto con l’Iran, ma soprattutto perché in Turchia non c’è un’opposizione extraparlamentare che è possibile sostenere e a cui è possibile dedicare programmi televisivi di solidarietà, come avviene invece con la rivoluzione di velluto in Iran.

Queste campagne mediatiche non avranno effetto sulla Turchia così come non hanno avuto effetto sull’Iran, ma allo stesso tempo non riusciranno a nascondere le colpe di coloro che le promuovono, né il fatto che essi hanno abdicato ai loro obblighi nazionali ed islamici nei confronti delle questioni della nazione araba e dei Luoghi santi islamici.

Rimproverano la Turchia dicendo che non ha rotto i rapporti diplomatici con Israele, non ha annullato alcuni accordi nel settore commerciale e della difesa, e non ha annunciato la mobilitazione dell’esercito e della marina per liberare la moschea di al-Aqsa. Questo è vero senza dubbio, tuttavia gli Stati arabi – e l’Egitto in particolare – hanno rotto i loro rapporti con Israele? L’Egitto ha revocato gli accordi di Camp David? Ha interrotto ogni cooperazione nel settore della sicurezza? Ha forse congelato (e non diciamo definitivamente annullato) il famoso accordo QIZ ?

La Turchia fino a un anno fa era un alleato fidato di Israele, ed aveva promosso i negoziati indiretti fra Tel Aviv e Damasco. Ed ora Ankara apre i suoi porti alle navi che vogliono rompere l’assedio di Gaza, ed invia i propri deputati ed i propri cittadini a bordo delle navi dirette verso la Striscia. Il loro desiderio di martirio, il loro rifiuto di sottomettersi agli ordini dei pirati israeliani, la loro volontà di difendere se stessi e la nave con coraggio, sono i fattori che hanno portato all’isolamento di Israele e alla sua condanna proveniente da varie parti del mondo.

Il cambiamento che si registra nell’approccio turco alle questioni arabe sta avvenendo con grande rapidità, e trova conferma nella piazza turca e islamica, mentre la battaglia è ancora all’inizio. Il linguaggio utilizzato dal Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan di fronte all’arroganza israeliana, e per condannare l’assedio di Gaza, non è stato utilizzato neanche dallo stesso presidente palestinese Mahmoud Abbas, e da nessun altro leader arabo. Se non fosse stato per la coraggiosa posizione turca, a livello ufficiale e popolare, il Segretario Generale della Lega Araba Amr Moussa non avrebbe deciso di recarsi in visita a Gaza dopo tre anni di tentennamenti e di esitazioni, il governo egiziano non avrebbe osato aprire il valico di Rafah, l’Europa non si sarebbe mobilitata per trovare un modo per togliere l’assedio e mettere a punto un altro meccanismo per controllare i valichi, come avveniva in passato.

Il Primo Ministro Erdogan merita la nostra stima e il nostro sostegno, poiché egli rappresenta posizioni coraggiose derivanti da una profonda fede e da un rifiuto radicale delle continue umiliazioni israeliane. Ciò espone lui e il suo Paese a molti pericoli, poiché egli ha sfidato il sionismo mondiale e i suoi alleati, la feroce destra occidentale e capitalista, e i residui del kemalismo che si oppongono a qualsiasi orientamento islamico all’interno della Turchia stessa.

Chi segue le campagne diffamatorie di cui è stato vittima Erdogan sui giornali kemalisti scoprirà la portata delle difficoltà che egli deve affrontare e dei sacrifici che deve compiere. Ho avuto occasione personalmente – in un programma televisivo in inglese della BBC a cui avevo preso parte – di sentire uno di costoro criticare violentemente Erdogan e chiedersi perché egli portasse avanti simili politiche e appoggiasse gli assediati di Gaza esponendo la Turchia al pericolo di gravi crisi diplomatiche, in un momento in cui il Paese si trova di fronte a una crisi interna con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), a una crisi con la Grecia per la questione di Cipro, e ad una con l’Armenia a causa della questione legata ai massacri degli armeni.

Erdogan merita il nostro sostegno e il nostro aiuto. Siamo addolorati nel vedere Paesi arabi che invece complottano contro di lui, che ne infangano l’immagine, che ne mettono in dubbio le intenzioni, mentre non abbiamo sentito nessuno Stato arabo appoggiare il suo appello ad un’inchiesta internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite che accerti la dinamica del massacro a bordo della Mavi Marmara.

La Turchia ha compiuto un importante passo, e ha gettato un grosso sasso nel putrido stagno dell’impotenza araba. E’ nostro dovere come popoli arabi – e non dico come governi – costruire su questo successo, sfruttando la forza della spinta attuale per rafforzare l’isolamento di Israele, ad esempio organizzando convogli di aiuti per via aerea, terrestre, e marittima al fine di rompere l’assedio di Gaza e di proteggere i luoghi santi arabo-islamici.

Temiamo invece che gli arabi si faranno distrarre dalle partite dei Mondiali di calcio, tralasciando le loro questioni cruciali, e dimenticando i martiri e i feriti della Flottiglia della Libertà. Così come temiamo i complotti di alcuni cospiratori all’interno dei governi arabi, che cercheranno di far mancare la terra sotto i piedi alla Turchia, rinunciando così alla foglia di fico che copre le loro colpe (anche se dubitiamo che qualcosa abbia mai potuto coprirle).



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