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di Muammar Gheddafi*



Un unico Stato nel Medio Oriente è la soluzione


di Muammar Gheddafi

Lo scioccante livello dell’ultima ondata di violenza israelo-palestinese, terminata con il cessate il fuoco dello scorso weekend, ci ricorda perché una soluzione della cosiddetta crisi in Medio Oriente sia così importante. E’ vitale non solo per interrompere questo ciclo di distruzione e ingiustizia, ma anche per negare agli estremisti religiosi della regione, che si nutrono di tale conflitto, una scusa per avanzare le proprie ragioni. Ma dovunque uno getti lo sguardo, tra i discorsi e la disperata diplomazia, non trova nessuna reale soluzione. Una giusta e durevole pace tra israeliani e palestinesi è possibile, però si trova nella storia delle persone abitanti questa terra di conflitto, non nella stanca retorica di divisione e nella costituzione di due Stati.

Nonostante sia duro rendersene conto dopo gli orrori di cui siamo stati testimoni, lo stato di guerra tra ebrei e palestinesi non esiste da sempre. Infatti, molte delle divisioni tra ebrei e palestinesi sono recenti. Il nome ‘Palestina’ veniva utilizzato comunemente per descrivere l’intera area, perfino dagli ebrei che vi risiedevano, fino al 1948, quando si iniziò a usare il nome ‘Israele’. Ebrei e musulmani sono parenti, discendenti di Abramo. Entrambi hanno affrontato persecuzioni nel corso dei secoli e spesso hanno trovato rifugio gli uni presso gli altri. Gli arabi diedero asilo agli ebrei e li protessero dopo che i Romani li ebbero maltrattati e in seguito alla loro espulsione dalla Spagna nel Medioevo.

La storia di Israele/Palestina non è nota per avere avuto delle tradizioni, dei costumi tipici – uno stato abitato da persone differenti, con regole tramandate tra molte tribù, nazioni e gruppi etnici; uno stato che ha resistito a molte guerre e a ondate di popolazioni provenienti da tutte le direzioni. Per questo motivo la situazione si complica quando membri delle due parti reclamano il diritto di affermare che quella è la loro terra.

La base per il moderno stato di Israele è la persecuzione degli ebrei, che è innegabile. Gli ebrei sono stati imprigionati, massacrati, svantaggiati in tutti modi possibili da Egiziani, Romani, Inglesi, Russi, Babilonesi, Canaaniti e, più recentemente, tedeschi, ai tempi di Hitler. Gli ebrei vogliono e si meritano la loro terra. Tuttavia anche i palestinesi hanno una storia di persecuzioni alle spalle, e considerano le città costiere di Haifa, Acri, Jaffa, e altre ancora, le terre dei loro antenati, tramandate di generazione in generazione fino a poco tempo fa.

A causa di tale ragione, i palestinesi credono che ciò che ora viene chiamato Israele formi parte integrante della loro nazione, e perciò vogliono garantirsi la Cisgiordania e Gaza.

Gli ebrei, d’altro canto, credono che la Cisgiordania corrisponda alla Samaria e alla Giudea le quali, anche se uno stato palestinese fosse colà stabilito, vengono considerate parte della loro terra madre.

Ora, mentre Gaza fuma ancora, le grida per una soluzione a due stati, o una ripartizione, persistono. Ma non porteranno da nessuna parte.
Una soluzione a due Stati creerebbe un inaccettabile allarme sicurezza per Israele. Uno stato arabo armato, presumibilmente nella Cisgiordania, significherebbe per Israele avere meno di 10 miglia di profondità strategica nel suo punto più stretto.

Inoltre, uno Stato palestinese nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza risolverebbe ben poco il problema dei rifugiati. Qualunque situazione che mantenga la maggioranza dei palestinesi nei campi profughi e non offra una soluzione all’interno dei confini storici di Israele/Palestina non è una soluzione.

Per le stesse ragioni, la vecchia idea di una ripartizione della Cisgiordania in un’area ebrea e una palestinese, con zone cuscinetto tra di esse, non funzionerebbe. Le terre palestinesi non potrebbero ricevere tutti i profughi, e le zone cuscinetto sarebbero un simbolo di esclusione e tensione nascente.

Israeliani e palestinesi si sono intrecciati anche politicamente ed economicamente, in maniera crescente.

In termini assoluti, i due movimenti o rimangono in uno stato di guerra perpetua o un compromesso dovrà essere raggiunto. Il compromesso consiste in uno stato per tutti e due, una ‘Isratina’ che permetterebbe alle persone di entrambe le parti di sentirsi come viventi in tutta la terra ora disputata e non fossero privati di nessuna delle sue parti.

Un prerequisito chiave per la pace è il diritto per i profughi palestinesi di ritornare nelle case che i loro familiari abbandonarono nel 1948. E’ un’ingiustizia che ebrei che non sono abitanti originari della Palestina, così come non lo erano i loro antenati, possano entrarvi dall’estero mentre i Palestinesi che sono stati spostati relativamente poco tempo fa non abbiano tale permesso.

E’ un dato di fatto che i palestinesi abbiano abitato la terra e fossero proprietari delle fattorie e delle case fino a poco fa, fuggendo per paura della violenza israeliana dopo il 1948 – violenza che non accadde realmente, ma le cui avvisaglie portarono a un esodo di massa. E’ importante notare come gli Israeliani non espulsero forzatamente i palestinesi. Essi non furono mai i ‘non-benvenuti’. Solo i territori di ‘Isratina’ possono perciò accogliere tutti i rifugiati e portare la giustizia che è la chiave per la pace.

L’assimilazione è già un fatto reale in Israele. Ci sono più di un milione di arabi musulmani in Israele; hanno la nazionalità israeliana e prendono parte alla vita politica con gli ebrei, formano partiti politici. Dall’altro lato, ci sono insediamenti israeliani in Cisgiordania. Le industrie israeliane dipendono dal lavoro dei palestinesi e vengono scambiati beni e servizi. Questa assimilazione può essere un modello per l’Isratina.

Se l’attuale interdipendenza e il fatto storico della coesistenza tra ebrei e palestinesi guideranno i loro leaders, e se potessero guardare oltre l’orizzonte della recente violenza e della sete di vendetta verso una soluzione di lungo termine, allora queste due popolazioni potranno rendersi conto, spero presto, che vivere sotto un unico tetto è la sola opzione per una pace durevole.

(Traduzione di Mauro Saccol per Osservatorio Iraq)

L’articolo in lingua originale


** leader della Libia.

  



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