Medio Oriente: "colpevole" di essere una lavoratrice migrante (in gravidanza)

Era appena arrivata ad Abu Dhabi. Avrebbe dovuto fare la cameriera presso una ricca famiglia degli Emirati Arabi Uniti. Poi le coliche addominali, fino alla corsa disperata in ospedale. La donna etiope non aveva una malattia, ma una gravidanza. Giunta ormai al nono mese, secondo i medici la futura mamma si era sentita male a causa del duro lavoro a cui la costringeva la famiglia che l'aveva assunta.

 

 

di Francesca Manfroni

 

Il problema - come denuncia una fonte interna all'ospedale dove è stata ricoverata - è che la donna non verrà liberata finché non pagherà il costo della sua degenza e del parto.

Ma questa non è che l'ennesima storia - e purtroppo neanche la più drammatica - di una tragedia che non trova lo spazio che meriterebbe sui mezzi di informazione, ma che riguarda tantissime persone, in particolare donne, che nel 2012 vivono in uno stato equiparabile alla schiavitù.

Il primo mese del nuovo anno si è infatti concluso con una nuova lunga serie di morti bianche. E sebbene il suicidio sia l'ultima spiaggia per gli immigrati sottoposti a condizioni di lavoro estreme, resta comunque l'unico modo per liberarsi dalla prigionia dei ricchi padroni del Golfo.

Solo in Libano negli ultimi sette giorni si contano almeno due casi di suicidio: come si legge sul blog dedicato, in entrambe le situazioni, le domestiche si sarebbero impiccate.

Stessa sorte per un'altra migrante etiope, trovata senza vita a casa del suo datore di lavoro in Arabia Saudita. E poi ancora il Kuwait, dove il disprezzo per la condizione dei lavoratori domestici fa ormai parte del costume di quella società.

Dopo lo schiavismo coloniale che univa l'Africa all'Europa, oggi il mercato delle donne si è definitivamente spostato da paesi come le Filippine, l'Indonesia e lo Sri Lanka verso il Libano, la Giordania e l'Egitto.

Quindi non solo sfruttamento, ma anche abusi, violenze e privazione totale della libertà, con tanto di furto di documenti e minaccie. C'è poi da sottolineare, che molto spesso le lavoratrici domestiche (specialmente in Egitto) non provengono da altri paesi, ma dalle zone povere e rurali.

Il problema resta la mancanza di una normativa che inquadri il lavoro domestico come parte integrante della legge sul lavoro. Le modalità attraverso le quali si realizza lo schiavismo, diverse a seconda dello Stato di provenienza, si basano infatti sul collegamento tra le agenzie locali e quelle di reclutamento nei paesi ospitanti.

Queste ultime, a differenza di ciò che succede in Italia o in Europa, in cui il traffico delle persone cade velocemente nelle mani della criminalità e si configurano totalmente al di fuori dello schema legale, sono ufficiali, vere.

Si tratta quindi di contratti 'legali', che non posso essere impugnati.

 

6 febbraio 2012