Marocco: ritrovarsi ad essere paese di immigrazione. Incontro con Vincent Sibout
Sebbene quella marocchina sia una delle comunità più grandi del Vecchio Continente, le politiche europee degli ultimi anni hanno trasformato il Marocco in un paese d'immigrazione. "Bruxelles sa essere molto convincente": ne parliamo con Vincent Sibout, direttore della Caritas di Rabat.
di Maria Letizia Perugini da Rabat
Nel 2005 il Marocco era rimbalzato sul circuito dei media internazionali per un grave fatto di cronaca legato all’immigrazione avvenuto nei pressi delle enclave di Ceuta e Melilla.
All’epoca avvenne che migliaia di immigrati subsahariani prendessero d’assalto con delle scale di legno artigianali le fortificazioni di queste città spagnole in terra di Marocco, per guadagnare la tanto agognata Europa.
La risposta fu fuoco su uomini inermi e rimpatri in pieno deserto.
In quel caso il Marocco non era protagonista della vicenda migratoria in quanto paese di provenienza dei migranti ma come luogo di transito.
Posto in una posizione strategica per le logiche migratorie, con una distanza dall’Europa di soli 14 chilometri di mare, il paese sembra il ponte perfetto per raggiungere il nord.
In più, la presenza sul suo territorio di due lembi di terra spagnola non fa che renderlo ancor più allettante. Per gli immigrati sicuramente ma anche per l’Unione Europea.
È proprio per questo che Bruxelles ha coinvolto il Marocco in una serie di accordi sull’esternalizzazione del controllo delle frontiere e gli ha dato soldi, armi e la missione di tenere gli immigrati il più possibile lontani dai confini europei.
Come è avvenuto per la Libia, anche in Marocco le 'esternalizzazioni' non ha però coinciso la fine dei flussi migratori. Gli immigrati africani continuano ad arrivare e ad “aspettare” il momento per poter passare.
Ma questa attesa può durare anni.
Gli immigrati diretti in Europa si ritrovano così ad essere di fatto immigrati in Marocco e il Marocco ad essere un paese di immigrazione, più che di transito.
Come venga gestita ora questa nuova realtà l’abbiamo chiesto a Vincent Sibout, direttore della Caritas di Rabat.
I fatti di Ceuta e Melilla del 2005 hanno portato a galla un fenomeno importante per il Marocco: l’immigrazione subsahariana. Quale è la situazione?
Si tratta di un dominio in continua evoluzione, iniziato 15-20 anni fa quando i migranti subsahariani sono iniziati ad arrivare dalla frontiera algerina, allora erano solo migranti di passaggio.
Arrivavano nel nord del Marocco abbastanza facilmente, all’altezza di Oujda, poi si spostavano verso ovest e cercavano dei barconi per attraversare il Mediterraneo e andare in Spagna. Si trattava di un transito molto veloce, dunque le presenze erano davvero poche in città come Casablanca e Rabat.
Ora le politiche dell’UE che pongono sempre più difficoltà a chi vuole arrivare in Europa e le pressioni fatte sui paesi del Maghreb, fanno si che le frontiere dalla parte sud del Mediterraneo siano molto controllate, di conseguenza gli immigrati che continuano ad arrivare nel nord del Marocco dalla frontiera algerina trovano la strada bloccata. Quindi il numero dei migranti in Marocco tende ad aumentare, ma per ora non è un’esplosione.
Quali sono le caratteristiche della comunità subsahariana marocchina?
È una popolazione che dovrebbe contare tra le 10 mila e le 15 mila persone, secondo le nostre stime. In realtà non abbiamo cifre ufficiali in quanto il 95% dei migranti è entrato in situazione irregolare, non ci sono statistiche, neanche al ministero degli Interni.
In ogni caso per un paese che ha 32 milioni di abitanti è una piccola popolazione. Ma con molte difficoltà.
Ormai è evoluta nella composizione: vent’anni fa gran parte erano uomini giovani. Poi la migrazione si è femminilizzata, e ora per il 15-20% sono donne, e con loro arrivano anche i bambini.
A volte infatti sono famiglie intere che si spostano, ma negli ultimi 3 o 4 anni si sta facendo largo un fenomeno molto preoccupante: quello dei minori non accompagnati.
Si tratta di ragazzi tra i 14 e i 17 anni che arrivano in Marocco senza più legami con la propria famiglia. Sono in difficoltà: se infatti già il migrante è un soggetto vulnerabile lo è ancora di più un minore, peggio se di sesso femminile.
C’è poi una nuova porzione di popolazione legata alla progressiva sedentarizzazione dei migranti, quella rappresentata dai bambini nati in Marocco, sia da coppie di immigrati che miste.
Sono neonati 'irregolari', dal momento che qui non esiste lo ius soli.
Nel caso della coppie miste, ora la moudawana (il codice familiare del 2004) prevede che se la mamma è marocchina e celibe il bambino può prendere la sua nazionalità.
Per quanto riguarda le provenienze, arrivano da tutte le principali zone africane in particolare però dalla Repubblica Democratica del Congo, e chi arriva da qui ha già una certa formazione, ha un po’ di soldi...mentre ad esempio chi arriva dal Sahel, dai senegalesi ai maliani, sono persone più povere con livelli di istruzione più bassi, spesso analfabeti. Nell’ultimo periodo c’è anche una grande comunità camerunense.
In Marocco alcuni restano al nord, ma ormai si tratta di una comunità piccola. La maggior parte scende verso Rabat e Casablanca, dove si trovano i due agglomerati più grandi.
Come è la vita di queste persone? Riescono a lavorare?
Qui ci sono gli stessi problemi di tutti i paesi coinvolti nella migrazione illegale. La maggior parte degli immigrati sono irregolari, perché passano clandestinamente la frontiera (anche se regolari, diventano successivamente clandestini, scaduto il visto turistico).
La legislazione sul lavoro in Marocco come in molti altri paesi anche europei è molto restrittiva, dà la precedenza ai cittadini dello Stato, quindi per assumere ufficialmente uno straniero è necessario provare che un marocchino non potrebbe fare il lavoro in questione.
È difficile, la disoccupazione in Marocco ufficialmente è bassa, ma la realtà è molto diversa.
Quindi la maggior parte dei migranti lavora nel sistema informale, con lavori precari, ma ce ne sono alcuni che aprono una piccola impresa, fanno del commercio, vendono vestiti o diventano parrucchieri…o altri ancora che creno aziende più grandi, come quelle di giardinaggio.
Una cosa interessante è che un sindacato marocchino ha appena aperto una sezione per i lavoratori stranieri, questo potrebbe aiutare le autorità a prendere coscienza del fenomeno.
Il Marocco è rinomato per avere un’ampia struttura a sostegno dei migranti (ministero dei Marocchini residenti all’estero, Fondation Hassan II…) ma per i propri cittadini emigrati all’estero. Ha anche una legislazione in materia di immigrazione?
In realtà non c’è praticamente niente, le leggi 02 03 votate nel 2003 avevano l’obbiettivo di lottare contro l’immigrazione clandestina quindi sono repressive, anche se sulla carta danno qualche concessione, prevedendo una certa protezione della donna e del bambino, ma non c’è niente di strutturato.
Diciamo che negli ultimi tempi stiamo registrando delle piccole aperture che dimostrano il fatto che le autorità stanno prendendo coscienza del fenomeno.
Ad esempio è stata votata un legge che permette ai migranti anche irregolari di godere dell’assistenza sanitaria. Questo significa che se un migrante clandestino si presenta in ospedale ha la possibilità di consultare un medico. Ma poi per le malattie più gravi non c’è l’ospedalizzazione, diciamo che c’è solo un’assistenza di base.
A livello dell’educazione, non ci sono testi, ma il Marocco ha firmato la convenzione universale per i diritti del bambino e ora l’accademia di Rabat accetta che i bambini anche in situazione irregolare possano andare alla scuola pubblica primaria a condizione che abbiano i rudimenti d'arabo, è per questo che noi abbiamo organizzato dei corsi prescolari per dare i primi insegnamenti in lingua araba.
Non si tratta ancora di una opportunità nazionale, ma nella regione di Rabat è possibile.
Sono piccole cose che mostrano che a poco a poco possono esserci delle evoluzioni positive.
Quale è la situazione la situazione alla frontiera?
Nel 2005, quel momento di violenza ha portato al rimpatrio di molti immigrati. Allora c’erano 4-5 mila al nord, dopo l’attacco alle frontiere si sono verificate della caccie nelle foreste e dei rimpatri forzati.
Una trentina di aerei speciali hanno rispedito indietro varie migliaia di immigrati subsahariani. Ora la comunità del nord è molto ridotta.
La conseguenza più visibile oggi è che le griglie che erano a 3 metri sono state alzate a 6 e sono state installate telecamere ovunque con le sovvenzioni dell’Ue, la sorveglianza è aumentata…
La cosa più preoccupante è che Bruxelles sta facendo pressione su Marocco affinché firmi l’accordo di riammissione: questo significa che tutti gli immigrati irregolari che entrano in Europa dalla frontiera marocchina, verrebbero rimpatriati in Marocco anche se sono originari di altri paesi.
Per ora il Marocco sta resistendo, ma Bruxelles sa essere molto convincente…
1 agosto 2012
