Marocco: quando l'alta tecnologia francese fa la felicità dei tiranni
Nei giorni scorsi i lettori marocchini hanno dovuto fare a meno del giornale satirico Le Canard enchainé. Il numero pubblicato mercoledì 7 dicembre non è mai stato distribuito nelle edicole del regno alawita a causa, probabilmente, di una vignetta irriverente che raffigurava il sovrano. Nel nuovo Marocco di Mohammed VI le "linee rosse" continuano ad imbavagliare la libertà di stampa e la caricatura resta uno dei soggetti privilegiati dalla censura di palazzo.
di Jacopo Granci da Rabat
L'articolo incriminato pubblicato dal Canard rende noto che l'impresa francese Amesys, specialista in tecnologia per lo spionaggio informatico, ha venduto materiale a Siria, Qatar e Marocco per permettere a questi paesi un più efficace controllo dei cyber-dissidenti.
Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che "nel pezzo sono citati fatti di pubblico dominio che, per quanto scomodi, da soli non sarebbero bastati a giustificare la censura".
Ancora una volta, secondo il giornalista e collaboratore di Reporters sans frontières Aziz El Yaakoubi, "è la caricatura del re che accompagnava l'articolo, oltre al titolo [L'alta tecnologia francese fa la felicità dei tiranni], ad aver motivato un provvedimento a cui negli ultimi anni siamo fin troppo abituati".
Secondo l'articolo 29 del Codice della stampa, infatti, "l'ingresso in Marocco dei giornali stranieri può essere vietato con decisione motivata dal ministro della Comunicazione o dal primo ministro, se questi costituiscono un attacco alla religione islamica, al regime monarchico, all’integrità territoriale, al rispetto dovuto al re o un pericolo per l’ordine pubblico".
In altre parole, se infrangono le "linee rosse" a cui gli stessi giornalisti marocchini sono obbligati ad attenersi, pena l'arresto - come nel caso di Rachid Nini, ex direttore di Al Massae, condannato lo scorso aprile ad un anno di reclusione per aver attaccato l'entourage reale in alcuni dei suoi editoriali - o la chiusura del giornale, come accaduto negli ultimi due anni alle pubblicazioni indipendenti Le journal hebdomadaire, Al-Jarida al-oula e Nichane, vittime del boicottaggio pubblicitario orchestrato dal regime.
Tuttavia, nonostante l'articolo 29 preveda una "decisione motivata", mentre il governo di Rabat non ha diramato nessuna dichiarazione ufficiale in merito alla censura del Canard, al contrario di quanto era accaduto pochi mesi prima, quando la sanzione di Rabat aveva colpito un altro noto settimanale francese, Le Courrier international.
In seguito all'approvazione, nel luglio scorso, della nuova Costituzione "democratica" voluta dal monarca, il Courrier aveva proposto un disegno satirico del caricaturista algerino Dilem.
"Il re Mohammed VI è pronto a spartire il potere con il suo primo ministro", era il titolo della caricatura. In primo piano il sovrano, mentre fuma uno spinello, accanto all'ex premier Abbas Al Fassi che incalza: “Fallo girare!”.
In quell'occasione il ministro della Comunicazione e portavoce del governo Khalid Naciri, non certo celebre per il suo senso dell’umorismo quanto piuttosto per la sua strenua fedeltà al palazzo, aveva ufficialmente precisato che il provvedimento di censura da lui ordinato era dovuto “alla mancanza di rispetto dovuta al re” insita nella vignetta.
Proprio il settimanale francese aveva già subito un primo 'stop' nel luglio del 2009, in circostanze molto simili.
L’inchiesta pubblicata dal Journal hebdomadaire sull’impero economico di Mohammed VI era stata riproposta dal Courrier international con un contributo del caricaturista marocchino Khalid Gueddar, che aveva raffigurato il monarca ai comandi di una moto d’acqua (lo sport preferito da sua maestà) mentre cavalca un’onda di monete d’oro alla zio Paperone.
Anche in quella circostanza un comunicato del ministero chiariva che proprio la presenza del disegno aveva motivato la censura della rivista.
Infine, una vignetta dello stesso Khalid Gueddar apparsa nel settembre 2009 sul quotidiano marocchino Akhbar al-Youm, aveva innescato la ritorsione del regime nei confronti del giornale indipendente, già nel mirino delle autorità per una linea editoriale ritenuta eccessivamente critica.
Così la caricatura del principe Moulay Ismail, colpevole di "mancato rispetto alla famiglia reale e oltraggio alla bandiera nazionale" secondo il tribunale, era servita per mettere fine alla pubblicazione e per condannare Gueddar e il direttore Bouachrine a 4 anni di carcere (con il beneficio della condizionale).
Da quel momento il disegnatore è stato "tacitamente" bandito dalla stampa nazionale.
Flashback: storia della caricatura in Marocco
La caricatura ha fatto la sua comparsa nelle colonne della stampa marocchina fin dal primo periodo post-indipendenza (1956).
Negli anni Sessanta sono nati i primi giornali satirici, Akhbar Dounia e Joha. Poco più tardi, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, uno dei pionieri del disegno marocchino, Hamid Bouhali, ha lanciato in rapida successione tre riviste umoristiche: Satirix in francese, poi Akhbar Souk e Attakchab in arabo.
Il riscontro in edicola fu subito strepitoso.
Akhbar Souk raggiunse dei picchi di vendite di 180 mila esemplari a settimana, prima di stabilizzarsi sulle 50 mila copie.
Tutto sembrava procedere bene, fino a quando un disegno del caricaturista Hamouda suscitò la collera di Driss Basri, allora ministro dell’Interno: Bouhali, direttore della pubblicazione, venne incarcerato e riacquistò la libertà solo dopo aver firmato una dichiarazione in cui si impegnava a non pubblicare più giornali.
Per la caricatura marocchina era la fine della prima grande avventura.
In quegli anni tuttavia anche il quotidiano L’Opinion aveva proposto un supplemento satirico di quattro pagine, Sandwich, che non tardò a subire la stessa sorte dei suoi predecessori.
Le sue caricature, come ricorda Khalid Jamai all’epoca caporedattore del giornale, facevano infuriare il regime: “Avevamo pubblicato una caricatura di Ronald Reagan con in braccio una scimmia. L’ambasciatore americano andò a protestare dal sovrano. Allora ricevetti una chiamata da Driss Basri, che pronunciò queste parole: 'Il re è arrabbiato con te. D'ora in poi non avete più il diritto di pubblicare caricature. Non è un problema di libertà di espressione, ma di rispetto verso la religione. Dio ha creato l’essere umano in una certa maniera e voi, con i vostri disegni, deformate questa sua creazione'. Minacciò di chiudere L’Opinion se avessimo proposto nuove caricature. Sandwich è scomparso così da un giorno all’altro”.
Da quel momento è come se una fatwa abbia colpito i disegni satirici, vietandone la divulgazione.
E in effetti nel 1989 il sovrano Hassan II, ospite del programma francese L’Heure de verité, dichiarava: “Non tollererò mai dei giornali come Le Canard enchainé. Da noi la caricatura è vietata per consenso nazionale”.
Quest’ultima dovrà infatti aspettare fino al 2000, un anno dopo la morte del vecchio re, prima di ritrovare il suo posto in edicola, grazie ad Ali Lmrabet, fondatore del giornale satirico Demain Magazine (poi Doumane, in arabo marocchino).
Ma, anche in questo caso, l'esperienza non fu di lunga durata.
Nel 2003, infatti, la pubblicazione delle due riviste è stata vietata dal tribunale e Ali Lmrabet si è visto condannare a quattro anni di carcere (ne ha scontato uno e poi è stato graziato) per “oltraggio al re e attacco ai valori sacri del regno e alla sua integrità territoriale”.
I giornali di Lmrabet, che ospitavano i contributi di un giovanissimo Khalid Gueddar, avevano infranto in un colpo solo tutte le "linee rosse" con cui il codice della stampa - approvato in quello stesso anno - era riuscito ad imbavagliare, anziché tutelare, la libertà di stampa nel paese.
Come spiegare quindi l’atteggiamento del regime marocchino nei confronti della caricatura?
Il disegno umoristico, soprattutto se accompagnato dalla rappresentazione dei membri della famiglia reale, continua a rimanere un tabù nel Marocco "democratico" e ancora oggi deve confrontarsi regolarmente con le ire del palazzo e la dura reazione delle autorità, come dimostrano i recenti episodi occorsi al Canard enchainé e al Courrier international.
Disegnatori, giornali e direttori continuano a farne le spese e il diktat di Hassan II contro la caricatura sembra essere quanto mai di attualità. Per quale motivo?
Da una parte le immagini fanno più paura delle parole, dal momento che hanno un impatto più forte e immediato sul pubblico, dall’altra i codici legislativi (come quello della stampa) hanno conservato la sacralità della monarchia, a dispetto dei principi sanciti dalla nuova Carta costituzionale.
“La lettura di una caricatura è più facile rispetto alle pagine di un testo. E’ il primo elemento che ci colpisce quando si sfoglia un giornale, ed è ciò che immancabilmente ci diverte. I bersagli sono chiari, diretti e il suo messaggio arriva a tutti, perfino agli analfabeti”, è il commento del caricaturista Lahsen Bakhti, che non può nemmeno immaginare un'edizione di Le Monde senza la vignetta di Plantu in prima pagina.
In allegato altre vignette.
24 dicembre 2011
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