Marocco: le promesse non bastano più (secondo HRW)
Nei numerosi bilanci che in questi giorni di inizio anno stanno rielaborando gli eventi della "Primavera Araba", si tende troppo spesso a dimenticare quei paesi della regione che continuano a dover fare i conti con la domanda di cambiamento, diritti e libertà che viene dalla popolazione. Un esempio su tutti è il Marocco.
di Maria Letizia Perugini
Nei primi giorni di gennaio Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato il suo rapporto annuale sullo stato dei diritti umani, un testo in cui i paesi MENA (Medioriente e Nordafrica) hanno beneficiato di un’attenzione particolare, così come nel rapporto di Reporters sans frontières (RSF) sulla situazione della libertà di stampa.
Tra questi, c’è un paese che sembra aver affrontato il proprio movimento di protesta in senso 'riformista', il Marocco. Ora però il governo di Rabat deve dimostrare di non aver fatto solo operazioni di maquillage.
Lo chiede HRW, che invita il nuovo esecutivo a mantenere le promesse fatte: perché l'annunciata "transizione democratica" e soprattutto la riforma costituzionale del 1° luglio scorso abbiano davvero un significato, le autorità marocchine devono infatti intervenire su vari fronti, in primis sulle leggi repressive contenute nel codice penale e nel codice della stampa, così come sui metodi violenti adottati dalla polizia e sull’indipendenza della giustizia.
“Nel corso del 2011 - sottolinea HRW - il governo marocchino ha messo in carcere molte persone per motivi politici, servendosi di leggi repressive e di processi iniqui”.
Le manifestazioni del movimento 20 febbraio e dei laureati-disoccupati, come pure i sit-in dei senza-lavoro nelle città dei fosfati (Safi, Youssoufia, Khouribga), sono state soffocate con la forza della violenza, mentre nella zona del Sahara occidentale è stata vietata ogni forma di dissenso.
Andando più nello specifico, l’ong americana ricorda il caso del giornalista Rachid Niny, arrestato lo scorso aprile e condannato a un anno di carcere per alcuni articoli di denuncia all'indirizzo di alti funzionari di sicurezza (in particolare la DST, la polizia politica).
Ma l'episodio di Niny è solo l'ultimo di una lunga serie di violazioni del diritto alla libertà d'espressione, che dal 2009 ad oggi ha portato alla chiusura dei principali giornali indipendenti (Le Journal Hebdomadaire, Nichane, Al-Jarida al-Oula), alla condanna di giornalisti e caricaturisti (Driss Chatane di al-Michaal, Taoufiq Bouachrine e Khalid Gueddar di Akhbar al-Youm) e alla cacciata di al-Jazeera dal regno alawita.
Proprio la libertà di stampa sembra essere ancora uno dei capitoli più spinosi nella "transizione democratica" del paese maghrebino.
Ne è un esempio il modo in cui il rapporto di Human Rights Watch è stato presentato e diffuso dalla MAP, l’agenzia di stampa ufficiale del paese.
Nel diffondere la notizia, la MAP ha dato una versione del rapporto quantomeno edulcorata, in cui sono stati riportati solo gli apprezzamenti che l’ong americana ha espresso rispetto alle riforme lanciate dal sovrano Mohammed VI: da quella costituzionale - con la lingua amazigh riconosciuta come idioma ufficiale - al divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti.
Dichiarazioni di principio che tuttavia attendono ancora di essere messe in atto, mentre nessuna inchiesta è stata aperta dalle autorità di Rabat sugli abusi e sulle violenze compiute sui prigionieri (soprattutto islamici), e denunciate dalla stessa ong nel 2010 con il rapporto "Stop looking for your son".
Per la MAP dunque, quello pubblicato da HRW, non sarebbe altro che un lungo elogio 'macchiato' appena da estemporanee osservazioni critiche, come nel caso della questione del ripudio: secondo il comunicato diffuso dall’agenzia marocchina, le sole perplessità avanzate dalla ong riguarderebbero infatti le disposizioni conservate nei nuovi testi in merito al diritto dei mariti di ripudiare le proprie mogli.
Nessun rifermento invece alle condanne e ai processi ingiusti, agli arresti politici arbitrari (vedi il caso del rapper L'haqed) e alla dura repressione dei manifestanti registrata nei mesi di marzo, maggio e ottobre 2011 (nella cittadina di Safi l'intervento della polizia a causato la morte di due manifestanti).
Episodi che secondo HRW "gettano discredito sull'intero processo di riforme".
Ma tornando alla libertà di stampa, le preoccupazioni espresse dall'organizzazione sembrano confermate dal rapporto pubblicato recentemente da RSF.
Nella classifica dei paesi stilata ogni anno, il Marocco ha perso ancora una volta dei 'punti' (tre), attestandosi alla 138esima posizione, su 179 paesi analizzati.
È la performance peggiore tra i paesi del Nord Africa (tolta la Libia ancora presa da una guerra civile in corso).
La Tunisia, dopo la fine del black out imposto dal regime Ben Ali, ha infatti migliorato il proprio classamento di 30 posizioni, così come l’Algeria ne ha guadagnate 11, grazie alla diminuzione dei processi intentati contro i giornalisti. Persino l’Egitto di questa lunga stagione di scontri e di arresti resta comunque 'sopra' al Marocco.
31 gennaio 2012
L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
Mouad Belghouat, alias L'haqed ("l'arrabbiato"), era stato condannato a quattro mesi di prigione per "aggressione" nei confronti di Mohamed Dali, membro dell'alleanza pro-monarchica. In arresto dal 10 settembre scorso, il giovane rapper ha lasciato ieri il carcere di Oukacha, avendo già scontato la pena, ed ha festeggiato la liberazione con un concerto in onore dei suoi sostenitori. "Continuerò a denunciare le ingiustizie del regime, non è questo il momento di tacere", ha ricordato l'attivista, divenuto un'icona del movimento di protesta nel regno alawita.
Domenica 25 dicembre è stato un giorno di mobilitazione nazionale per il Marocco del "20 febbraio". Nonostante l'associazione islamica Giustizia e Carità abbia deciso di abbandonare la contestazione, l'iniziativa del movimento dissidente ha richiamato nelle piazze del regno alawita migliaia di manifestanti per chiedere "democrazia e dignità".
In Marocco il movimento berbero prende atto degli avanzamenti offerti dalla nuova costituzione, tra cui il riconoscimento ufficiale della lingua tamazight, ma non abbandona il fronte delle contestazioni e rilancia gli appelli al boicottaggio delle prossime elezioni legislative del 25 novembre. Ne parliamo con il professor Ahmed Assid, ricercatore all'Institut royal pour la culture amazigh (IRCAM) e fondatore dell'Observatoire amazigh des droits et des libertés (OADL).
A due settimane dal voto per il rinnovo della Chambre des representants e la formazione del nuovo governo, sabato 12 novembre è iniziata in Marocco la campagna elettorale, che si protrarrà fino alla mezzanotte di giovedì 24, vigilia dell’appuntamento con le urne.
Rida Benotmane è uscito di prigione lo scorso gennaio, dopo aver scontato una condanna a quattro anni. Eppure Rida non era un terrorista pronto a commettere attentati e ad uccidere civili innocenti. Il suo crimine - secondo la polizia politica - era di “diffondere informazioni su internet atte a compromettere l’immagine del regime marocchino”.