Marocco, elezioni: bassa affluenza e successo in vista per il partito islamico
Dopo una campagna elettorale priva di entusiasmo e partecipazione, 13 milioni di marocchini sono stati chiamati al voto per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, a cui seguirà la nomina di un governo. Secondo dati del ministero dell'Interno, l'affluenza è stata attorno al 45%, mentre dai primi scrutini il Partito della giustizia e dello sviluppo (PJD) sembra proiettato verso la vittoria.
di Jacopo Granci da Rabat
Cala la notte sulle strade della capitale marocchina. Le urne sono chiuse e gli spazzini possono finalmente raccogliere le distese di volantini e manifesti di propaganda che hanno inondato la città nelle ultime ore della campagna elettorale.
I cumuli di carta ammassati agli angoli delle vie vengono bruciati uno dopo l'altro. Assieme al fumo dei falò, sembra svanire la speranza del regime di dare credibilità al "processo di riforme " avviato con la modifica costituzionale dello scorso luglio.
Le elezioni legislative (anticipate) avrebbero dovuto sancire, con una massiccia partecipazione al voto, l'adesione della popolazione alla "rivoluzione democratica" guidata dal sovrano Mohammed VI, in risposta alla contestazione scoppiata nel paese.
Tuttavia, secondo i dati provvisori comunicati in serata dal ministro dell'Interno Taieb Cherkaoui, il tasso di affluenza non dovrebbe superare il 45%, a dimostrazione dello scarso coinvolgimento dei cittadini in un appuntamento che poco andrà ad incidere nella gestione effettiva del potere (saldamente nelle mani del re, nonostante l'art. 1 della nuova carta descriva il Marocco come una monarchia parlamentare).
Le urne sono rimaste semi-vuote per gran parte della giornata, e l'immagine delle lunghe code tunisine di fronte ai seggi resta di fatto un miraggio lontano per la debole "primavera" del regno alawita.
Lo spettro dell'astensionismo registrato alle ultime legislative del 2007 (37% dei votanti) sembra così riproporsi, nonostante il dato di partecipazione sia (solo) in apparenza più elevato.
Rispetto al 2007 infatti, il numero di elettori è passato da 5,7 a 6,1 milioni, su un totale di potenziali votanti che si è ridotto da 15,5 a poco più di 13 milioni di iscritti nelle liste elettorali (mentre i cittadini con più di 18 anni sono almeno 20 milioni, stando al censimento del 2004).
Una differenza appena percepibile, ma tanto è bastato al portavoce del governo in carica per esprimere "grande soddisfazione" in merito ai dati sull'affluenza.
Per i dissidenti del Movimento 20 febbraio e delle altre organizzazioni che hanno invitato al boicottaggio "dell'ennesima farsa di regime", il risultato (ancora in attesa di conferma) rappresenta un successo e una notevole iniezione di fiducia, come ha ribadito il portavoce del comitato di Rabat Najib Chouki.
"La monarchia ha giocato oggi la sua ultima carta per dare legittimità al sistema autoritario in atto. Ma il popolo marocchino si aspetta un vero cambiamento e non una democrazia di facciata, per questo continueremo a manifestare già da domenica prossima, nella speranza di convincere tutti coloro che non sono andati a votare a integrare i ranghi della contestazione".
L'alto tasso di astensione non è solo il frutto della campagna per il boicottaggio, peraltro fortemente ostacolata dalle autorità e dai media nazionali, condotta dal "20 febbraio" assieme ai militanti della sinistra radicale (Annahj, PSU, PADS), agli attivisti amazigh (berberi) e ai membri dell'Associazione islamica giustizia e carità.
La diserzione delle urne testimonia soprattutto la mancanza di fiducia nei confronti dei partiti, percepiti nella maggioranza dei casi come attori figuranti privi di identità politica e corrosi dalle pratiche clientelari.
Nemmeno la strategia di svecchiamento dei candidati, l'aumento dei seggi riservati alle donne (60) e la creazione di una lista nazionale riservata agli under quaranta (30 seggi), sembra aver ridotto la distanza che separa la popolazione dai suoi rappresentanti.
Stando ai risultati delle prime sezioni filtrati in tarda serata, a uscire vincitrice dalla consultazione sarà la formazione islamica moderata del PJD (Partito della giustizia e dello sviluppo), l'unica tra le forze "legittimiste" a possedere una vera base sociale e ad essere stata risparmiata dagli scandali di corruzione che hanno coinvolto le principali forze dell'assemblea e gli eletti delle comunità locali.
Il partito del segretario Benkirane, che ha raccolto la maggior parte dei consensi nelle circoscrizioni urbane, è incalzato dal Raggruppamento nazionale degli indipendenti (RNI) e dal Partito dell'autenticità e della modernità (PAM), le due formazioni "di regime" capofila dell'Alleanza per la democrazia.
Quello del PJD è di fatto un successo annunciato. La sua affermazione, contenuta dal sistema elettorale (proporzionale con quoziente e i più alti resti) e dalla ripartizione territoriale dei seggi, non rappresenterà un problema per il Palazzo, nonostante Mohammed VI abbia confessato in privato la scarsa fiducia nei confronti della compagine islamica (come riferito dai cablogrammi di Wikileaks).
"Dal punto di vista del regime, questo è il momento migliore per lasciare che gli islamisti accedano al governo. La vittoria del PJD conferisce un minimo di credibilità all'appuntamento elettorale, in più - durante i nove mesi di contestazione - il partito di Benkirane si è dimostrato leale alla monarchia e ha cercato di frenare le proteste, nonostante la sua base giovanile e una parte delle sue istanze dirigenti premessero per integrare i ranghi del Movimento 20 febbraio o almeno per avallare le iniziative lanciate dai dissidenti. Ha rinunciato alle manifestazioni di piazza e ha contribuito attivamente alla campagna per la nuova Costituzione, una scelta che attendeva di essere ricompensata", commenta Maati Monjib, docente di Storia e politica dei paesi del Maghreb all’Università di Rabat e chairman al Saban Center for Middle East Policy (The Brookings Institution, Washington, D.C.).
Per Monjib, anche dal punto di vista ideologico il PJD non costituirà un'insidia per l'autorità monarchica, dal momento che tutte le decisioni in merito alla politica religiosa del regno restano saldamente nelle mani del sovrano, capo dei credenti (Amir al-mu'minin) e presidente del Consiglio supremo degli 'ulama'.
"Il partito islamico riconosce la carica di Amir al-mu'minin e sarà costretto a rispettare il monopolio reale della sfera religiosa. Del resto il PJD non ha fondato il suo ingresso nell'arena politica sull'applicazione della shari'a e sulla legittimità conferita dalla fede, ma sulla battaglia per il rispetto della legalità e delle regole di trasparenza".
26 novembre 2011
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