Marocco e terrorismo: la testimonianza di un ex detenuto “salafita”

Rida Benotmane è uscito di prigione lo scorso gennaio, dopo aver scontato una condanna a quattro anni. Eppure Rida non era un terrorista pronto a commettere attentati e ad uccidere civili innocenti. Il suo crimine - secondo la polizia politica - era di “diffondere informazioni su internet atte a compromettere l’immagine del regime marocchino”.

 

 

 

 

di Jacopo Granci

 

La sua colpa? L’aver criticato la politica anti-terrorista del regno alawita su alcuni forum di discussione in rete. E quello di Rida non è affatto un caso isolato, in un paese che dall’11 settembre 2001 - e in particolar modo dopo gli attentati di Casablanca del 16 maggio 2003 - ha fatto della “caccia all’islamista” il perno della sua strategia di sicurezza.

Sono oltre duemila i detenuti islamici condannati in Marocco dopo l’approvazione della legge anti-terrorismo. Ma chi sono veramente queste persone? Fondamentalisti intransigenti, potenziali jihaddisti pronti a combattere la loro “guerra santa”? Oppure bersagli di una strategia mirata a sradicare il dissenso religioso, vittime delle violazioni e degli abusi operati dai servizi segreti e dalla polizia politica, desiderosa di fomentare una “minaccia terrorista” nel paese?

Dubbi e domande che tornano ad essere di attualità nel regno alawita, dopo che il 28 ottobre il tribunale di Salé ha condannato alla pena di morte Adil al-Atmani, presunto attentatore del café Argana di Marrakech (17 morti lo scorso 28 aprile), ed ha inflitto l’ergastolo al suo complice Hakim Dah (le altre sette persone coinvolte nell’inchiesta sconteranno una condanna da due a quattro anni di prigione).

L’indomani dell’attentato il governo marocchino non aveva esitato ad attribuire la responsabilità dei fatti ad al-Qaida, salvo poi ripiegare sugli “ambienti salafiti locali”, estranei alle reti del terrorismo internazionale. La stessa “galassia salafita” (M. Zeghal: 2007) a cui Rabat aveva già addossato la responsabilità degli attentati del 16 maggio 2003 a Casablanca.

Quanto successo in Marocco dopo quell’episodio resta una delle pagine più nere che il paese ha conosciuto dalla fine degli “anni di piombo” e dalla morte di Hassan II.

I rapporti dell'International federation for human rights, di Amnesty International e Human Rights Watch confermano i numerosi casi di sparizione, le centinaia di arresti arbitrari, trasformati rapidamente in condanne decennali, attraverso dei processi che ben poco hanno a che fare con il rispetto della legalità e con l’indipendenza del potere giudiziario (il lettore italiano ricorderà i casi di Kassim Britel e Youness Zarli, ndr).

In quell’occasione, approfittando di un’immediata approvazione della legge anti-terrorismo, le autorità avevano condotto un’esemplare “caccia all’islamista”, che ha portato alla condanna di circa duemila persone nel totale disprezzo delle norme detentive, delle convenzioni contro la tortura e del diritto al giusto processo (a tutt’oggi nessuna inchiesta ufficiale sui mandanti del 16 maggio e sui provvedimenti intrapresi nei mesi successivi è stata resa pubblica, nonostante le richieste avanzate al governo da alcuni parlamentari e gli appelli reiterati delle ong per i diritti umani).

Come è iniziata la storia dell’ex detenuto islamico Rida Benotmane?

Tutto è cominciato la notte del 19 gennaio 2007. Fino a quel momento ero un funzionario di un ente pubblico (Office du developpement de la cooperation), dove lavoravo da quattro anni. Ero allo stesso tempo un attivista, privo di alcuna affiliazione, anche se partecipavo alle manifestazioni e alle iniziative proposte dall’AMDH (Associazione marocchina per i diritti umani).

L’interesse della polizia e dei servizi marocchini nei miei confronti è iniziato il giorno in cui Rumsfeld è venuto in visita a Rabat (2007), accompagnato da una delegazione israeliana. In quell’occasione, vista la situazione in cui si trovavano e si trovano tuttora i nostri fratelli palestinesi, il popolo era sceso in strada per protestare contro l’accoglienza riservata a questo personaggio.

Al tempo avevo una barba folta e lunga. Le autorità mi hanno etichettato subito come estremista islamico. A volte scrivevo in alcuni forum di discussione, esprimendo il mio parere sulla politica adottata dal Marocco nella lotta contro il terrorismo, il mio disappunto sull’utilizzo del centro di detenzione segreta di Temara*, la mia avversità alla politica estera promossa dal governo, totalmente allineata alla posizione americana sulla strategia di intervento nell’area arabo-islamica. Controllavano i miei accessi internet: per loro ero un pericoloso islamista e, in virtù della strategia di prevenzione al terrorismo, sono stato arrestato e condannato.

In che condizioni si è svolto il suo “arresto”, se possiamo definirlo così?

Erano le dieci di sera, mi ricordo bene, quando una ventina di persone hanno fatto irruzione nel mio appartamento (situato guarda caso a Temara, poco distante dalla sede della DST). Mi hanno subito ammanettato e bendato, prima di caricarmi su una macchina. Alcuni di questi agenti sono rimasti nell’abitazione e l’hanno perquisita tutta, sequestrando poi computer, telefono, libri ed altri effetti personali. Mia moglie era incinta di sette mesi, quella sera ha avuto una crisi violenta e ha rischiato di perdere il bambino.

Una volta in macchina, il viaggio è durato appena una decina di minuti. Sentivo il rumore degli alberi che sbattevano sul veicolo, stavamo passando in mezzo ad una foresta. Capivo che mi stavano portando all’interno del centro di Temara, poiché tutto coincideva con le testimonianze dei malcapitati che mi avevano preceduto e che avevo letto nei rapporti di denuncia pubblicati dalle ong per i diritti umani.

Cominciati gli interrogatori, gli agenti hanno dato subito il via alle minacce e alle intimidazioni. “Mettetelo nella fossa dei serpenti”, sono state le prime parole che ho udito. Volevano spaventarmi, stavano testando la mia reazione. Io rimanevo seduto, bendato e ammanettato per tutto il tempo dell’interrogatorio.

Quando si stancavano, venivo rinchiuso in un’altra stanza, completamente spoglia, con solo un buco per i bisogni e una specie di lavandino lurido. In questi casi, mi toglievano la benda. Sulle pareti della cella c’erano numerose tracce di sangue. Non so dire se avessero appena sgozzato un montone o se si trattasse effettivamente di sangue umano, ma gli schizzi erano ben visibili su tutto il muro. E’ andata avanti così per tre giorni, senza mai dormire…

Mi parli di questi tre giorni di interrogatorio a Temara.

Con i miei interventi sui forum di discussione, con le mie critiche alla lotta la terrorismo e alla politica del governo, stavo gettando fango sul Marocco. Questo era il problema principale per le autorità. “Non faccio che esprimere le mie opinioni, se non siete d’accordo con me cercate di convincermi del contrario”, era la mia risposta.

Ai servizi marocchini non piace che qualcuno gli tenga testa con argomentazioni solide e concrete. Così hanno iniziato ad intimorirmi: “in questo modo ti prenderai trent’anni di prigione, vediamo se hai il coraggio di continuare su questo tono”. Allora hanno provato a collegarmi a presunte cellule e gruppi terroristi. Volevano che confessassi di avere relazioni con gli islamisti algerini e di aver fatto parte del GSPC (Groupe Salafiste pour la Predication et le Combat, attivo tra gli anni novanta e i primi anni duemila, ndt).

Stavo vivendo una situazione surreale. Non avevo alcun tipo di relazione con nessuno, ero un semplice funzionario che aveva espresso la sua posizione riguardo alla politica del proprio paese. Il peggio è arrivato quando hanno minacciato di coinvolgere mia moglie per costringermi a confessare il falso.

Mi hanno mostrato un pezzo di carta dove c’erano scritti degli insulti nei confronti della monarchia e della dinastia alawita. Non era la mia calligrafia. In più, in tutti i miei interventi, sono sempre stato attento a non scadere nell’insulto o negli attacchi personali. La mia era una critica ragionata sul piano politico e ideologico. Dunque, si trattava di una “prova” fabbricata ad hoc.

Quando ho risposto che non ero stato io a scrivere quella frase, i poliziotti hanno detto che il colpevole, allora, era mia moglie e che sarebbero andati subito a prenderla, dal momento che il pezzo di carta era stato ritrovato dentro alla mia agenda. La mia fu una reazione spontanea e, credo, naturale. Pur di non vederla immischiata in una situazione simile, mi sono assunto tutte le responsabilità.

Quali sono i capi di imputazione per cui è stato condannato?

Alla fine, sono stato condannato a due anni di carcere (diventati quattro al processo in appello) sulla base di due capi di imputazione.

Il primo, “apologia del terrorismo”. Quando durante gli interrogatori mi hanno chiesto cosa pensassi della resistenza in Iraq, Palestina e Afghanistan io ho risposto onestamente che ogni popolo colonizzato ha il diritto di difendersi.

Per loro, dunque, resistenza è solo sinonimo di Al Qaida e Zarkawi. Il secondo è l’“offesa alla persona del re”, secondo l’articolo 169 del Codice penale. Un’imputazione direttamente legata all’ammissione di colpevolezza strappatami sotto ricatto.

In merito alla sua vicenda si è parlato anche di alcune foto satellitari scattate sopra il noto centro di Temara, ma nulla in proposito è stato detto al processo. Perché?

Perché di Temara è vietato parlare. Comunque non ero stato io a scattare le fotografie satellitari sul centro di detenzione. L’immagine è stata diffusa attraverso un account utilizzato da più persone e, tra i vari nickname elencati sotto le immagini, c’era anche il mio.

E’ stata la polizia, durante gli interrogatori dei primi giorni, ad attribuirmi la responsabilità. Per loro, io avevo scattato quelle foto e dunque io volevo far esplodere il centro. Era la conferma delle mie intenzioni terroriste. Sinceramente, credevo di esser diventato il protagonista di un film di fantascienza o di uno squallido romanzo poliziesco. Di fatto ero impotente di fronte alle loro calunnie e alle loro insinuazioni ridicole e inconsistenti.

Dopo i tre giorni trascorsi a Temara, è stato trasferito nel commissariato di Maarif (Casablanca), dove è rimasto per nove giorni nelle stesse condizioni di isolamento. Durante queste due settimane lei era un desaparecido sottoposto ad interrogatori estenuanti e a violenze psicologiche. Cosa mi dice invece della sua esperienza in carcere?

E’ durante i quattro anni trascorsi in carcere che ho avuto l’occasione di conoscere più da vicino la storia dei detenuti islamici e il motivo per cui si sono ritrovati in carcere con accuse decennali dall’oggi al domani.

La mia conclusione è che lo Stato marocchino, attraverso l’appoggio dei servizi segreti, ha costruito dei dossier ad hoc, trasformando sospetti o timori preventivi in condanne per terrorismo. Decine e decine di miei compagni mi hanno raccontato le violenze e le torture subite sia a Temara sia al commissariato di Maarif.

Era come rivivere la mia stessa storia decine e decine di volte. Pur di mettere fine alle percosse e alle umiliazioni, queste persone hanno accettato di firmare false confessioni. Ecco da dove vengono le cellule terroriste smantellate negli ultimi anni in Marocco.

Ci hanno provato anche con me, ma poi si sono limitati alle due condanne che le ho esposto in precedenza. Al resto del lavoro ci pensa la stampa al servizio del regime. Pubblica le confessioni estorte sotto tortura, veicola la paura, ed ecco creato il “fenomeno terrorismo”. Altro che Al Qaida o fondamentalisti islamici.

Lei è uno dei fondatori, oltre che portavoce, della Coordination des ex detenus islamistes (CADI). Qual è lo scopo di questa coordinazione?

Appena tornato in libertà mi sono incontrato con altri ex-detenuti islamici. Non ci lasciavano in pace nemmeno fuori, eravamo continuamente seguiti e infastiditi. Così abbiamo deciso di creare una piccola coordinazione (CADI), per solidarizzare tra noi ex prigionieri e per divenire un punto di riferimento per i compagni ancora in carcere.

La CADI, formalmente costituitasi il 12 maggio scorso, si è prefissa cinque obiettivi: il primo è fare in modo che i detenuti islamici ancora in carcere escano di prigione, poiché dalle discussioni avute con i compagni di cella e gli altri prigionieri è emerso che la maggior parte dei detenuti della cosiddetta salafiyya jihadiyya sono stati condannati per le loro idee e le loro opinioni, e non per aver effettivamente compiuto crimini o reati (come confermato da numerosi rapporti delle ong internazionali, ndr).

Anche ai piani alti del regime si sono accorti della strategia miope – sequestri, torture e arresti di massa – intrapresa dopo l’11 settembre e ancor più dopo gli attentati del 16 maggio 2003 a Casablanca. Sanno che numerose ingiustizie sono state compiute e la grazia reale decisa lo scorso 14 aprile è un segno evidente di questa presa di coscienza.

Il secondo obiettivo è battersi affinché venga abolita la legge anti-terrorismo, votata in gran fretta l’indomani degli attentati di Casablanca. Su questo punto riceviamo il sostegno di numerose altre organizzazioni della società civile, che ritengono il provvedimento contrario al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Terzo, ottenere un indennizzo per le centinaia di persone condannate e incarcerate ingiustamente, che come me hanno perduto il lavoro in seguito all’arresto e si trovano a dover ricostruire una vita da zero, oltre a mantenere intere famiglie.

Quarto obiettivo, stiamo cercando di raccogliere e mettere insieme tutte le informazioni riguardo alle violazioni e ai soprusi subiti da quella parte di popolazione etichettata come salafiyya jihadiyya, in gran parte formata da giovani e gente con scarsa esperienza di attivismo militante, non in grado quindi di auto-tutelarsi o di diffondere le informazioni. Non esistono associazioni, lobby, media o partiti politici che difendano i nostri interessi e che facciano eco alle nostre vicende.

Ultimo punto, esigere che i responsabili delle violazioni commesse contro di noi, ad ogni livello, vengano puniti.

La CADI può contare sull’appoggio di qualche altra organizzazione o associazione, oltre al sostegno degli ex detenuti islamici e delle loro famiglie?

Per prima cosa, la CADI non è un’associazione ma una coordinazione nata per il raggiungimento di alcuni obiettivi precisi, cinque come le ho appena elencato. Perciò non ha bisogno del riconoscimento legale delle autorità.

Una volta raggiunti questi obiettivi potremo discutere se trasformarci in associazione, con uno statuto e una nuova strutturazione da sottomettere alla legislazione nazionale, oppure dissolverci semplicemente.

Alla creazione della CADI hanno contribuito organizzazioni già esistenti e sensibili al problema dei prigionieri islamici, alle loro condizioni di detenzione e al dramma vissuto dalle loro famiglie: il Forum marocchino per la dignità (Al Karama) e l’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo (AMDH).

La riunione fondatrice della CADI, per esempio, l’abbiamo tenuta nei locali dell’AMDH a Rabat ed era presente il vice-segretario Abdelilah Benabdesslam. E’ un appoggio morale e allo stesso tempo pratico, dal momento che possiamo inviare le nostre relazioni e i nostri comunicati attraverso le loro reti diffuse su tutto il territorio nazionale e anche all’estero.

Per quanto concerne il sostegno finanziario, invece, la CADI si regge esclusivamente sulle donazioni degli stessi membri. Non accettiamo donazioni che provengano dall’esterno del nostro circuito o addirittura dall’estero, per non offrire l’occasione ai servizi di sicurezza di attaccarci anche su questo piano. Sarebbe facile sentirsi dire da un momento all’altro “la CADI è finanziata dalle reti del terrorismo internazionale o dalle lobby pro-Polisario”. E questo non possiamo permettercelo.

Chi sono questi “salafiti” – o meglio membri della “salafiyya jihadiyya”, come vi ha definito il regime – di cui si parla sempre di più e con poca cognizione di causa, non soltanto in Marocco?

Per prima cosa il termine salafiyya jihadiyya identifica un movimento transnazionale, che si richiama ad una certa idea della “guerra santa”.

Chi aderisce al movimento, ambisce a raggiungere i focolai del jihad, come nel caso dell’Afghanistan al tempo dell’occupazione sovietica o del nuovo Afghanistan invaso dai contingenti Nato. Ad ogni modo l’obiettivo è raggiungere una zona di conflitto e schierarsi in difesa dell’islam.

I marocchini avevano partecipato numerosi al jihad afghano contro i comunisti, con il beneplacito di Washington e del regime alawita. Queste persone, che nella maggior parte dei casi ora si trovano in prigione, continuano a difendere la scelta fatta.

Per loro si è trattato di una vera guerra di liberazione: “era una buona causa”, ripetono incessantemente. Dopo quell’esperienza, difficilmente i salafiti marocchini sono riusciti a raggiungere i nuovi conflitti. Questo perché lo scenario internazionale era nel frattempo cambiato, gli equilibri geopolitici degli anni duemila non erano gli stessi degli anni ottanta.

Gli apparati di sicurezza del regime, dopo il 2001, hanno iniziato a mettere in cella chi, anche solo a parole, lasciava trasparire l’idea di voler raggiungere l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina e poi l’Iraq e la Somalia.

Per Rabat, alleato fedele degli Stati Uniti, quelle non erano più “guerre giuste”, ma minacce alla sicurezza dello Stato. Centinaia di persone sono finite in carcere per il solo fatto di aver intrattenuto una discussione come quella che stiamo avendo tu ed io adesso.

Ma di fatto, a parte i vecchi “afghani”, quasi nessuno delle nuove generazioni di salafiti ha preso parte ad un jihad, passando così all’azione.

Nel caso dei salafiti marocchini poi, non esiste l’esigenza di entrare in conflitto con l’autorità del proprio paese. Anche se le scelte non sono condivise, in politica estera come nell’ordinamento interno, queste persone sanno che una strategia armata dentro i confini nazionali non verrebbe recepita dalla popolazione e che quindi non gioverebbe alla causa finale della difesa stessa della nazione e dei valori islamici.

Lei si considera un “salafita”? Perché?

Non ho problemi ad essere definito salafita. Con l’aggettivo salafita si vuole indicare un individuo attaccato ai valori islamici primordiali, alle pratiche ancestrali delle prime comunità di fedeli, in termini di rapporti sociali e di organizzazione politica.

Un individuo che propone la riscoperta del bagaglio di esperienze offerto dagli antenati (salaf). Tuttavia, non ho nulla a che vedere con il termine jihadista. Sono contrario alla violenza, non ho mai abbracciato le armi e non ho mai ricevuto un addestramento militare per partire a combattere nei focolai del jihad.

Il problema è che non ho mai nascosto la mia simpatia per quei movimenti di resistenza che oggi difendono il proprio paese dalle invasioni straniere e dalle mire di conquista militare ed economica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Simpatizzare per questo tipo di resistenza è divenuto estremamente pericoloso. Tanto basta, all’evidenza dei fatti, per essere etichettato come terrorista.

Il Marocco del futuro, per il “salafita” Rida Benotmane, sarà uno Stato democratico o un’autocrazia religiosa?

In Marocco i salafiti sono un’esigua minoranza della popolazione. Questo è un dato di fatto. Di conseguenza non abbiamo mai pensato ad una forma di organizzazione politico-sociale. Non è nella nostra volontà e men che meno nelle nostre capacità. Per questo non ci siamo mai veramente posti il problema “democrazia sì/democrazia no”.

Tutto quello che chiediamo è di poter vivere in uno Stato che non ci perseguiti. Che non ci metta in prigione per le nostre idee. Ma che rispetti la nostra particolarità e ci accetti al suo interno. In ogni caso, non mi sognerei mai di prevaricare la volontà del popolo né di utilizzare la violenza per sostenere la mia causa.

 

* Nda: il complesso di Temara è un centro della DST (polizia politica), conosciuto anche come “Guantemara” o “l’Abu Ghraib marocchino”, situato nei sobborghi della capitale. Nonostante le autorità continuino a negarlo, è in questa struttura che transitano le vittime degli arresti illegali e delle “sparizioni”. Qui gli agenti della DST eseguono gli interrogatori per estorcere informazioni o per ottenere confessioni di colpevolezza. La permanenza può durare da pochi giorni a dei mesi. Poi la detenzione viene “ufficializzata” e i prigionieri trasferiti in un carcere regolare, in attesa dell’inizio del processo.

9 novembre 2011