Marocco: “il futuro della stampa indipendente è on-line”
Nel regno alawita la libertà di informazione sta vivendo il suo peggior momento dalla fine degli anni Novanta, quando le aperture concesse da Hassan II avevano lasciato spazio al fiorire di nuove pubblicazioni, che ormai appertengono alla 'storia del giornalismo indipendente nel paese'. Ne parliamo con Ali Anouzla.
di Jacopo Granci da Rabat
Dopo l’ascesa al trono di Mohammed VI (1999) e contro ogni aspettativa, gli attacchi alla stampa si sono moltiplicati (il Marocco è al 127° posto nella classifica stilata da Reporters sans frontières) e le voci critiche sono state lentamente “addomesticate” o ridotte al silenzio (l’ultima è quella di Rachid Nini, direttore del popolare Al-Massae, in carcere dall’aprile scorso).
Tra le vittime più illustri della censura di regime c’è Ali Anouzla, ex direttore dei quotidiani Al-Jarida al-Okhra e Al-Jarida al-Oula, condannato a più riprese per la pubblicazione di inchieste e dossier non graditi al palazzo reale e tornato alla ribalta del panorama mediatico nazionale con la creazione del giornale elettronico Lakome (“A voi”).
Ali Anouzla, quando e come sono cominciati i suoi problemi con le autorità marocchine?
Per prima cosa tengo a precisare che non sono un attivista politico né, alla base, un militante per i diritti umani, sebbene la loro difesa mi stia profondamente a cuore. Non ho dunque il profilo dell’oppositore, sono un semplice giornalista che vuole esercitare la sua professione con impegno e professionalità.
Ed è qui che sono cominciati i miei problemi con le autorità marocchine. Dopo aver frequentato l’istituto di giornalismo a Rabat, ho lavorato come corrispondente dal Maghreb – poi caporedattore – del giornale saudita Asharq al-Awssat. Poi, nel 2004, ho deciso di fondare il settimanale indipendente Al-Jarida al-Okhra, di cui ero direttore e azionista di riferimento. Il giornale andava bene, anche se per due anni siamo andati avanti senza la sovvenzione dei grandi capitali e praticamente senza pubblicità.
Tuttavia il nostro lavoro, apprezzato anche fuori dai confini nazionali, non era troppo gradito alle alte sfere, che hanno iniziato a metterci i bastoni fra le ruote. Per il primo richiamo scelsero un pretesto ridicolo, ma abbastanza significativo del clima che aleggiava nel paese.
Avevamo mancato di rispetto alla principessa Lalla Salma per aver pubblicato un articolo sulle sue attività e una sua foto in copertina. Nel reportage non c’era nulla di irriverente, ma il semplice fatto di aver parlato della moglie di Mohammed VI ci costò una lettera di avvertimento redatta dal gabinetto reale: “Non potete toccare un soggetto tabù come la famiglia regnante – diceva in breve la lettera – senza aver prima ricevuto il via libera del palazzo”.
Si aspettavano delle scuse ufficiali ma io, in qualità di direttore, risposi con un comunicato, diffuso anche dalla stampa internazionale, in cui difendevo il mio diritto di giornalista a trattare liberamente tutti i temi ritenuti opportuni nel rispetto della vita privata di ciascun individuo. La famiglia reale non è sacra, nonostante qualcuno pensi il contrario, e per me non fa eccezione. La stampa di regime ci ha attaccato per più di un mese.
Dopo la sua lettera è stato costretto ad interrompere la pubblicazione?
No, Al-Jarida al-Okhra non è morto. Si è trasformato in Nichane nel 2007, dopo l’ingresso di nuovi azionisti. Io non condividevo la scelta di passare dall’arabo standard – quello utilizzato da Al-Jazeera per intendersi – al darija marocchino, così ho lasciato la pubblicazione pur conservando la mia quota di capitale. Nello stesso anno ho partecipato alla creazione del quotidiano Al-Massae, assieme ai Taoufik Bouachrine e Rachid Nini. Tuttavia, alcuni contrasti sorti all’interno della redazione mi hanno spinto a partire a pochi mesi dall’inizio della nuova avventura.
Che genere di contrasti l’hanno spinta a lasciare Al-Massae?
Rachid Nini, direttore del quotidiano, mi aveva censurato due articoli, per paura di un’eventuale ritorsione nei confronti del giornale. Il primo, intitolato “Il Marocco è un paese democratico?”, era in sostanza un’analisi critica della monarchia alawita, del suo controllo asfissiante esercitato su un sistema politico corrotto e servile. Il secondo si concentrava invece sul monopolio economico e finanziario del sovrano, che tuttora impedisce lo sviluppo industriale del Marocco e la genesi di una normale dialettica di mercato. Se nel primo caso avevo lasciato perdere, continuando il mio lavoro senza troppe polemiche, dopo il secondo stop ho deciso di chiamarmi fuori, geloso di conservare la mia indipendenza.
Neanche in questo caso ha deciso di fermarsi e di cambiare mestiere?
No, non ce l’avrei mai fatta. Nel maggio 2008, lasciato Al-Massae, ho creato un nuovo quotidiano arabofono, Al-Jarida al-Oula, con i pochi mezzi a disposizione. Ho riunito alcuni giornalisti, ex collaboratori e amici attorno ad un tavolo e ciascuno ha versato 100 mila dirham (circa 10 mila euro, il 5% del capitale) per far partire la pubblicazione.
Per quale motivo da oltre un anno Al-Jarida al-Oula è scomparso dalle edicole?
Grazie ad una fonte di cui proteggo ancora oggi l’anonimato, ero entrato in possesso di alcuni documenti dell’IER (l’Istanza Equità e Riconciliazione, incaricata di far luce sul lungo periodo di violazioni – arresti arbitrari, torture, liquidazione degli oppositori di Hassan II – conosciuto come gli “anni di piombo”) che non erano stati resi pubblici. Si trattava delle audizioni tenute dalla commissione a porte chiuse, dove i responsabili del regime (dal 1956 al 1999, alcuni ancora in carica) apportavano le loro testimonianze.
Al-Jarida al-Oula ha iniziato a pubblicare il dossier, di oltre cinquecento pagine, a puntate. Erano i racconti inediti dei protagonisti del capitolo più sanguinoso della nostra storia. Un’occasione irripetibile per diffondere una verità che ci hanno voluto tenere nascosta, una verità che l’intero paese deve conoscere. Un compito inderogabile per ogni giornalista che si rispetti.
Purtroppo ancora una volta le prime reazioni feroci contro il giornale sono arrivate dai “colleghi” della stampa di regime e dei partiti al governo (Aujourd’hui le Maroc, L’opinion, Al Alam, Al Ittihad Al Ichtiraki, la MAP…) che arrecano danno alla reputazione della nostra professione. Poi le autorità hanno fatto pressione sull’IER perché avviasse ufficialmente una causa contro Al-Jarida e il suo direttore. Sono stato interrogato per tre giorni consecutivi dalla polizia giudiziaria, che ha perquisito i locali della redazione e casa mia in cerca dei documenti senza trovare niente.
Alla fine il tribunale ci ha condannato ad interrompere la pubblicazione del dossier poiché costituiva, agli occhi del regime, “un attacco alla stabilità dello Stato ed un ostacolo al processo di democratizzazione avviato nel paese”. Per noi c’è stato comunque un risvolto positivo: tanta pubblicità per il nostro giornale che aveva solo tre mesi di vita.
Dopo il “dossier IER” siete comunque riusciti ad andare avanti?
Sì, ma il regime ce l’ha giurata e nell’estate 2009 ci sono piovute addosso altre due pesanti condanne. Il problema per il giornale non è stato il verdetto in sé (Ali Anouzla è stato condannato ad un anno di carcere, con il beneficio della condizionale, per aver “diffuso notizie false”, nda) quanto piuttosto le sue conseguenze.
Dopo l’ultimo processo, gli inserzionisti pubblicitari hanno iniziato ad annullare le loro commesse e noi siamo rimasti senza fondi. Il capitale non era sufficiente a coprire le spese per la tipografia e la distribuzione, così abbiamo resistito qualche mese dopodiché sono stato costretto a dichiarare fallimento all’inizio del maggio 2010.
Al Jarida al Oula è dunque l’ennesima vittima della strategia del boicottaggio pubblicitario?
Sì, Al Jarida è stata vittima della “censura soft” o censura indiretta, una strategia particolarmente privilegiata dal regime negli ultimi tempi per mettere a tacere le voci fuori controllo senza sporcarsi troppo le mani. Le autorità fanno pressione sugli inserzionisti pubblicitari affinché non sostengano le pubblicazioni ritenute scomode, lasciandole dall’oggi al domani senza più risorse economiche e costringendole alla chiusura.
Prima di Al-Jarida al-Oula c’era già stato l’esempio del Journal Hebdomadaire, e pochi mesi dopo quello di Nichane: il direttore Benchemsi, quando ha lasciato il paese e i suoi giornali, ha dichiarato che le sovvenzioni pubblicitarie erano crollate dell’80%.
Oltre al boicottaggio pubblicitario, quali altre forme di censura ha adottato il regime per mettere a tacere la stampa indipendente?
La più clamorosa è lo stesso Codice della stampa (approvato nel 2003, fino a quel momento la libertà di espressione era regolata da una vecchia legge del 1958, ndr), un provvedimento liberticida che definisce le “linee rosse” da non oltrepassare.
L’articolo 41, per esempio, punisce ogni offesa rivolta al sovrano e alla famiglia reale, ogni attacco alla religione islamica, alla forma monarchica dello Stato e all’integrità territoriale. Ma difendere i diritti di chi non crede significa attaccare l’islam? Denunciare le false promesse monarchiche significa offendere il re? E soprattutto, chi deve stabilirlo? La discrezionalità dei tribunali, che non segue alcuna logica giuridica, ma che varia a seconda dei bisogni di sua maestà e del clima politico che si respira nel paese (sebbene l’art. 107 della costituzione sancisca l’indipendenza della magistratura, il controllo del potere giudiziario resta saldamente nelle mani del monarca, nda).
Da dove nasce l’idea di Lakome?
Per prima cosa, dopo la fine di Al-Jarida al-Oula, avevo bisogno di un nuovo spazio per continuare ad esprimermi, per poter fare il mio lavoro. Non avevo i soldi per creare una nuova pubblicazione e il web era il sistema più accessibile a livello economico oltre che il più affidabile sotto il profilo della libertà di espressione.
Così, grazie al sostegno e all’entusiasmo mostrato da Khalid Gueddar (Le Journal Hebdomadaire, Akhbar al-Youm) e Najib Chouki (Nichane), amici sinceri e colleghi affidabili, ho deciso di lanciare Lakome. Oltre all’amore per la professione, era un modo per affermare: “ci siamo ancora! Non siete riusciti a chiuderci la bocca!”.
La nostra è stata una scelta obbligata, seguita poi da altri grandi giornalisti vittime della censura del regime. Per esempio Ali Lmrabet. Bandito dalla stampa nazionale dopo la condanna a quattro anni di carcere e la chiusura di Demain, Ali ha resuscitato su internet il suo giornale. Oppure l’equipe di Nichane, che dopo la morte del settimanale e la partenza del suo direttore ha creato il sito di informazione Goud.
Secondo lei, il futuro dell’informazione indipendente in Marocco è on-line?
Sì, anche se nel progetto iniziale coltivavamo ancora la speranza di affiancare al sito una pubblicazione cartacea. Ma la morsa stretta dal regime sulla stampa indipendente non ce lo ha permesso.
In più, il contesto in cui Lakome è nato (novembre 2010, nda) ha trasformato internet in un canale privilegiato e partecipato. E’ anche grazie alla rete che le rivolte tunisina e egiziana hanno coinvolto le grandi masse popolari, per noi è stata quindi una occasione propizia per veder valorizzato al massimo il nostro impegno. L’obiettivo, ormai, è divenire un polo di riferimento per l’informazione indipendente on-line, e a quanto sembra ci stiamo riuscendo (Lakome ha una media di 60 mila consultazioni giornaliere).
Nelle nostre pagine proponiamo un filo diretto con l’attualità nazionale e di tutta la regione maghrebina e riusciamo a parlare di tematiche che per i colleghi della carta stampata restano tuttora tabù. Forse è per questo che qualche collega ha soprannominato Lakome il “Wikileaks marocchino”, ma noi restiamo una piccola equipe di professionisti. Niente altro. Dalla nostra abbiamo la credibilità, a differenza di molti altri siti e blog che già esistevano nel panorama mediatico nazionale.
Nessun problema con le autorità questa volta?
Niente di grave, almeno fino a questo momento. Forse, se l’attenzione e l’interesse dei colleghi occidentali verso lo spazio mediatico mediorientale non fosse stata così alta, saremmo potuti incappare in una nuova censura. Ma stando così le cose, il palazzo non ha un vero interesse a mostrare adesso il suo pugno di ferro.
Non penso che ci attaccheranno in maniera arbitraria come avevano fatto con Al-Jarida al-Oula. Non hanno il coraggio di bloccare o limitare l’accesso ad internet proprio adesso, magari troveranno altri mezzi, forse li stanno già cercando.
Da diversi mesi ormai, la contestazione ha fatto breccia anche in Marocco. Qual è stato l’atteggiamento di Lakome nei confronti del Movimento 20 febbraio (che reclama una riforma radicale e dal basso del sistema politico, economico e sociale, ndr)?
Abbiamo seguito la genesi del movimento, dando spazio alle rivendicazioni promosse dalle nuove generazioni. Inoltre, siamo stati il primo supporto mediatico a utilizzare la denominazione “Movimento 20 febbraio”. Quando alla fine del gennaio scorso sono comparsi i primi gruppi Facebook di dissidenti, come il gruppo “Democrazia e libertà adesso” o il gruppo “Dignità”, mi è venuto spontaneo creare un parallelo con l’esperienza egiziana del 2008, dove alcune frange della società civile anti-Mubarak si erano riunite sotto il nome di “Movimento 6 aprile”.
Inoltre Lakome ha recuperato gli archivi e la documentazione prodotta in due anni dagli attivisti egiziani e l’ha messa a disposizione dei giovani marocchini. Da un punto di vista professionale, oltre che umano, trovo normale interessarsi ad un fenomeno sociale e politico di così ampia rilevanza, in un momento che potrebbe risultare storico non solo per il nostro paese ma per tutta l’area arabo-islamica.
L’opinione pubblica internazionale sembra pressoché unanime nel considerare il Marocco una “monarchia illuminata in piena transizione democratica”. Lei cosa ne pensa?
Non sono affatto d’accordo. Non bastano i grandi proclami del governo rivolti all’opinione pubblica internazionale o il “maquillage” della carta costituzionale andato in scena nei mesi scorsi per poter parlare di democrazia. Sicuramente c’è un margine di libertà più ampio rispetto ad altri paesi arabi, ma se ci riferiamo - per esempio – ad un esercizio professionale come quello del giornalista, i limiti e i vincoli imposti dalle autorità sono evidenti.
Le implicazioni monarchiche nel settore economico e la corruzione nell’entourage di palazzo restano un tabù. Nessuno osa parlarne e chi ci ha provato ne ha pagato le conseguenze. La Costituzione afferma che il sovrano è il Capo dello Stato e dell’esercito, con ampi poteri di controllo sull’esecutivo, ed è la massima autorità religiosa, ma da nessuna parte c’è scritto che deve essere il primo banchiere, il primo assicuratore e il primo imprenditore del regno. In quanto giornalista ho il diritto di scriverne, di informare, di porre delle domande, ma sui giornali non posso farlo.
3 ottobre 2011
