L'Iraq del 2012 è un paese estremamente pericoloso
L'Iraq del 2012 rimane un paese straordinariamente pericoloso. Dall'inizio dell'invasione americana – ben oltre otto anni fa - non c’è giorno in cui un iracheno non sia stato ucciso o ferito, sebbene non ci siano più i 3 mila morti al mese del 2006.
Pericoloso perché continuano gli attentati, gli scontri confessionali, le violenze sulle minoranze, la malavita e la corruzione.
A novembre sono morte almeno 255 persone, alcune delle quali sono arse vive in una prigione di Baghdad. Accade sempre più spesso: per molti iracheni sono “incidenti” che servono a “sistemare i conti aperti” di un passato che è sempre presente.
Perché le ferite delle feroci battaglie tra sunniti e sciiti del 2006-07 sono ovunque. Persino l’edilizia popolare è già diventata lo specchio di quello che si appresta a diventare il paese, e anche nella Baghdad “mosaico di civiltà” è ormai difficile trovare delle ‘zone miste’. Non c’è più spazio per la diversità.
Pericoloso perché se lontano dai palazzi del potere ci si può permettere di ricorrere all’eliminazione fisica del ‘nemico’, a livello politico il premier Nuri al-Maliki non sembra affatto imbarazzato nell’attuare una vera e propria “epurazione” degli ex baatisti.
E tutto avviene alla luce del sole, con una comunità internazionale che guarda a questa strisciante guerra civile sbigottita, ma rassegnata. Tacciono le cancellerie, la diplomazia, ma anche i mass media (non tutti, quelli americani iniziano invece a rullare i tamburi).
Pericoloso perché gli iracheni, pur galleggiando sul petrolio (i cui proventi stanno evitando il collasso economico e sociale) ricevono elettricità per 5-7 ore al giorno, se il disagio è “contenuto”, e un’ora nei casi più gravi.
Pericoloso perché il paese è totalmente dipendente dai proventi dell'oro nero (che costituiscono il 95% delle entrate statali), grazie ai quali riesce a mantenere l’enorme macchina pubblica, a cui sono legate le sorti della maggior parte dei cittadini (solo le forze di sicurezza contano 900 mila uomini).
Pericoloso perché nel momento in cui il prezzo del greggio dovesse scendere sotto i 50 dollari al barile, allora il paese potrebbe rischiare davvero grosso.
Pericoloso perché i numeri della disoccupazione sono spaventosi e i servizi pubblici quasi inesistenti. Mancano le infrastrutture, e anche i soldi per finanziarle. Il che significa che c’è un esercito di giovani (e non solo) disperati, pronti a essere arruolati in milizie o bande criminali.
Pericoloso perché la decantata ricostruzione del paese procede a singhiozzo. Ci sono alcune gru, ma la corruzione è ai livelli dell’Afghanistan e della Somalia.
Di recente un ministro del governo Maliki è stato costretto a dimettersi per aver firmato un contratto del valore di un miliardo di dollari con una compagnia tedesca in bancarotta e una società di copertura canadese.
Pericoloso perché il processo decisionale è paralizzato da tempo, e lo scontro tra sunniti e sciiti continua a tenere banco dentro e fuori dal Parlamento.
E perché l’organo che dovrebbe rappresentare le istanze popolari esercita di fatto (e di diritto) un controllo molto limitato sull’azione politica del primo ministro e del suo gabinetto, con la conseguenza che l’Iraq sembra condannato a perpetrare un approccio personalistico e paternalistico nell’esercizio del potere, in linea con la sua tradizione storica che va dal periodo della monarchia hashemita fino al regime di Saddam Hussein.
Pericoloso perché in questi anni il potere giudiziario è stato asservito agli interessi politici, in contrapposizione con quel sistema di checks and balances che gli americani avrebbero voluto ‘esportare’ nel paese mediorientale.
Pericoloso perché le rivendicazioni della società civile continuano a essere ignorate, così come quelle sindacali ed economiche. Perché nell'Iraq del 2012 non sembra esserci spazio per la libertà d’informazione, e la maggior parte dei giornalisti che ancora sfidano la censura finiscono avvolti in un lenzuolo bianco, adagiato sull’asfalto.
Tutto questo non finisce sui giornali. Perché la piazza Tahrir di Baghdad non è andata a fuoco come quella egiziana, anche se ha avuto i suoi martiri.
Perché a differenza del Cairo, l’Iraq esce da vent’anni di embargo, stragi, invasioni, guerre intestine e gli iracheni non posso davvero permettersi di scommettere ancora sul proprio destino.
Perché qui la morte è diventata solo più silenziosa di prima. Ma si respira ogni giorno, partendo dagli ospedali di Falluja e dintorni, dove si continua a morire, solo che più lentamente e senza il fragore delle bombe.
Pericoloso perché se andare in giro per Baghdad è diventato un po’ più facile rispetto allo scorso anno, c’è ancora la green zone e le esplosioni che provocano vittime e feriti veri.
Pericoloso perché l’Iraq rischia la disgregazione. Gli attacchi su larga scala dell’agosto del 2011 dimostrano che l’esercito nazionale non ha ancora il controllo del territorio.
Perché molti dei numerosissimi organismi di intelligence (che rispondono rispettivamente alle varie fazioni politiche in competizione tra loro) sono in stretto contatto con i “terroristi", come denuncia il direttore di una delle più importanti agenzie di sicurezza del paese.
E perché da tempo l’Iran sta armando le milizie sciite del sud.
Pericoloso perché la lunga mano di Teheran agisce tramite Moqtada al-Sadr, leader di quella potente forza armata che prende il nome dell’Esercito del Mahdi e che ha lasciato sul campo centinaia di soldati americani. Capofila inoltre di 39 deputati che non hanno il potere di porre il veto sulle decisioni del governo, ma che potrebbero ipotecare il futuro del paese.
Perché l'Iran può contare anche sulla lealtà di alcuni fedelissimi di Nuri al-Maliki, con la conseguenza che per il premier è diventato davvero difficile mediare tra le richieste americane e i niet iraniani.
Pericoloso perché anche su questo fronte la situazione è tutt’altro che lineare. Pochi infatti parlano dello scontro in corso tra al-Sadr e gli Ayatollah, che potrebbe sfociare in una vera e propria faida. A rendere i rapporti tesi, la vicenda di Ismail al Lami, ex comandante dell’esercito del Mahdi, conosciuto soprattutto come Abu Dira’a, 'l’invincibile', il 'Zarqawi sciita', espulso dalle forze sadriste per via delle atrocità di cui si sarebbe macchiato durante i violenti scontri tra sunniti e sciiti del 2006-07, e fuggito proprio in Iran nel 2008.
Recentemente il leader sciita ha condannato nuovamente le autorità di Teheran per essersi rifiutate di consegnare l’ex comandante della sua milizia alla giustizia irachena.
Pericoloso perché nessuno ha interesse che l’Iraq torni a essere una grande potenza regionale. Non lo vogliono gli Usa, ma neanche l’Iran, l’Arabia Saudita e gli altri vicini di casa. Non lo vogliono i curdi, che ricordano bene le stragi compiute dall’esercito di Saddam Hussein.
Pericoloso perché – a proposito di curdi – resta irrisolta la questione di Kirkuk, che finora non è degenerata in guerra civile soprattutto grazie alla presenza di truppe americane d’interposizione in tutte le zone ancora contese.
Pericoloso perché nell'Iraq del 2012 la guerra è tutt’altro che finita.
17 dicembre 2011


Secondo i dati ufficiali del ministero del petrolio, negli ultimi due mesi la performance delle esportazioni di greggio iracheno non avrebbe offerto risultati positivi. Tuttavia, anche qui la crisi globale ha generato un paradosso: a meno esportazioni sono corrisposti più guadagni. E il governo cerca altro denaro da investire.
Processate George W. Bush. E’ questo l’appello lanciato da diverse organizzazioni, tra cui Amnesty International, dopo la sentenza del Tribunale di Kuala Lumpur (in Malesia), che ha confermato le imputazioni per crimini di guerra e torture rivolte all’ex presidente Usa e all’ex premier Tony Blair. Intanto, Bush salta un incontro in Svizzera per 'precauzione'.
Le autorità siriane confidano nelle nazioni vicine per "alleviare il peso delle sanzioni economiche e finanziarie" imposte da Lega araba, Turchia, Unione europea e Stati Uniti. L’Iraq spicca nel manipolo di Stati che si sono opposti alla loro imposizione. Per sei motivi.
Un partita di dispositivi per il monitoraggio del web, di origine statunitense e destinata all’Iraq, sembra essere finita nelle mani del governo siriano, che li starebbe usando per controllare ed intercettare attività antigovernative.
Nuovi scontri interreligiosi nella Regione del Kurdistan fanno riemergere il timore per ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro. Il secolare mosaico etnico e religioso iracheno sembra un ricordo sbiadito di un passato ormai lontano.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
Osservatorioiraq.it è lieto di segnalarvi la presentazione del libro "Società civile in Iraq. Retoriche sullo 'scontro di civiltà': una ricerca sul campo", organizzata nell'ambito della rassegna letteraria
La notizia è stata ripresa solo dall’americana CBS, ma il primo processo per crimini di guerra contro Bush e Blair potrebbe fare luce sulla guerra in Iraq del 2003, individuandone cause e responsabilità.
L’imminente partenza degli Stati Uniti dall’Iraq sembra aprire le porte all’influenza iraniana sul paese, sia a livello politico che economico. Tuttavia, si tratta di un processo già in atto da qualche anno, e precisamente dalla caduta di Saddam Hussein.
La struttura attuale dell’economia irachena non sembra offrire alternative al settore degli idrocarburi. E mentre il ministero dell’Agricoltura iracheno cerca di attirare investimenti, continua il decadimento di settori un tempo chiave, come quello della palma da dattero, e delle condizioni ambientali del paese in generale.
Le autorità del Kurdistan iracheno hanno ufficialmente confermato le voci secondo cui la compagnia statunitense ExxonMobil avrebbe firmato alcuni accordi per effettuare esplorazioni nel territorio del Kurdistan iracheno alla ricerca di petrolio e gas. Tuttavia, si tratterebbe di accordi illegali. Lo scontro tra Baghdad, il Kurdistan e le companies straniere continua.
Alcune imprese iraniane starebbero negoziando con il ministero dei Trasporti iracheni una serie di accordi per effettuare interventi di restauro e manutenzione alla rete ferroviaria nazionale e alle vetture danneggiate dalla guerra, in modo da favorire l'interscambio tra i due paesi (e non solo).
Presentato a Londra il report Karamatuna sul traffico di donne e lo sfruttamento della prostituzione: dal 2003 ad oggi, sono più di 4 mila le irachene che mancano all’appello. Vendute, comprate, e abbandonate nelle mani di aguzzini in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa.
Continuano i rastrellamenti della polizia irachena ai danni dalla comunità lgbt. Il 15 settembre scorso, 25 uomini sono stati arrestati, nella città di Kalar, a nord di Baghdad, durante una festa privata.
Lo scorso giovedì, la Korea Gas Corporation (Kogas) e il ministro del Petrolio iracheno hanno perfezionato, dopo una lunga negoziazione, l’accordo per sviluppare il giacimento di gas di Akkas, nel governatorato di Anbar, il maggiore finora scoperto in Iraq.
Secondo l’Organisation of Women’s Freedom in Iraq, le esercitazioni della base americana di Haweeja sarebbero la causa principale dell’aumento dei tumori e delle malformazioni di almeno 412 neonati iracheni.
Era l'aprile del 2004 quando i Marines sferravano il loro primo attacco a
Secondo diverse fonti, governative e internazionali, in Iraq i maltrattamenti domestici nei confronti delle donne sarebbero aumentati durante gli anni della guerra e delle ristrettezze economiche seguite all’invasione americana del 2003. Una donna irachena su cinque dichiara di aver subito violenza.
"Fatico a credere che la Casa Bianca creda davvero a un Iran che voglia colpire l'America, tanto più sul suolo americano. La partita è un'altra, e si gioca su un altro terreno. E gli Usa la stanno perdendo. Intervista a
Mentre si diffondeva la notizia che venerdì scorso
Venerdì scorso due bombe hanno colpito due diversi oleodotti nell’Iraq meridionale, nei pressi del pozzo di Rumaila, uno dei maggiori del paese, sviluppando un incendio che sarebbe stato domato dai vigili del fuoco qualche ora più tardi. L’attacco, non ancora rivendicato, sottolinea ancora un volta le tensioni che attraversano la scena politico-economica irachena, dominata dallo scontro tra forze opposte, interne ed internazionali, per lo sfruttamento delle enormi quantità di risorse energetiche presenti nel paese.
Una joint venture tra la compagnia statale irachena South Gas Company, la Royal Dutch Shell e la recente partner Mitsubishi starebbe tentando di attivare un nuovo progetto per utilizzare il gas di complemento della produzione di greggio nel sud dell’Iraq, che attualmente viene bruciato. Il proposito positivo sembra tuttavia oscurato dalla scarsa chiarezza con cui gli attori coinvolti avrebbero gestito la redazione del contratto. Secondo alcuni, esiste il pericolo che i benefici economici di una tale collaborazione ricadano soltanto in minima parte sullo stesso Iraq.
Le tensioni tra Baghdad e il Kurdistan Iracheno non sono una novità. Come non sono una novità i difficili rapporti tra il governo centrale dell’Iraq e le diverse autorità provinciali del paese. Soprattutto, le difficoltà di relazione sembrano aumentare quando si parla di energia, non soltanto di petrolio e gas, ma anche di elettricità.