Libia: torture sui lealisti. Nuovo governo, vecchi sistemi
La denuncia di Amnesty: lealisti torturati fino alla morte. I controlli nelle carceri di Tripoli, Misurata e Gheyran hanno rivelato uomini con ferite sulla testa e sul corpo. Forze di sicurezza, militari e milizie armate, cooperano alle barbarie che spesso significano morte.
di Angela Zurzolo
La 'nuova Libia' non ha messo fine all'uso della tortura nelle carceri. A denunciarlo la Croce Rossa - che ha visitato 60 carceri libiche - l'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu, e ora, anche Amnesty International.
Indagini effettuate negli ultimi mesi nei centri di detenzione di Tripoli, Misurata e Gheyran, hanno portato alla luce evidenti casi di uso della tortura su presunti combattenti e lealisti.
Alcuni prigionieri libici o provenienti dall'Africa subsahariana hanno raccontato di essere stati appesi in posizioni contorte e sottoposti a violenze fisiche.
Sbarre di metallo, tubi di plastica, bastoni di legno, cavi: la tortura non si è limitata solo a questo. Scariche elettriche e pistole taser sono state usate, da copione, in maniera del tutto incontrastata.
Referti medici hanno rivelato che alcuni detenuti sono morti in carcere a seguito dei maltrattamenti subiti. Tra loro Ezzedine al Ghool, colonnello e padre di sette figli, arrestato dalle milizie armate a Gheyran, e il cui corpo è stato riconsegnato ai parenti pieno di ematomi e ferite.
Negato il diritto a ricorrere a un avvocato. Sottoposti ad una vera e propria “inquisizione”, tanti hanno persino confessato reati mai commessi.
Le violazioni sarebbero state attuate prima dalle milizie armate locali, poi, anche all'interno dei centri di detenzione: come a Misurata, dove le torture avvengono all'interno del locale dove si eseguono gli interrogatori della sicurezza militare nazionale e nel quartier generale delle milizie armate.
“Alcuni detenuti ci hanno raccontato le torture, altri si sono rifiutati, limitandosi a mostrarci le ferite, nel timore di poter subire un trattamento peggiore”, ha detto Donatella Rovera di Amnesty International.
Il Consiglio nazionale di transizione libico si era largamente pronunciato in merito all'uso della tortura, rassicurando sulla volontà di porre i centri di detenzione sotto controllo.
Forze di sicurezza, militari e milizie armate, invece, continuano a violare i diritti umani.
Secondo Amnesty, il governo non avrebbe avviato “alcuna indagine adeguata sui casi di tortura”, “né alcuna procedura per cui le vittime della tortura o i parenti di chi è morto sotto tortura abbiano potuto chiedere giustizia e risarcimento”.
Ma non solo.
Alle forze di polizia e al sistema giudiziario sopravvivono ancora in larga misura organismi illegali che ne sostituiscono e monopolizzano la funzione.
Secondo Amnesty, in alcune zone della Libia i tribunali sarebbero stati deputati solamente ad occuparsi di casi civili. La sorte dei 'prigionieri politici' sarebbe invece nelle mani di organismi non ufficiali, privi di qualsiasi statuto legale, come i “comitati giudiziari”.
Sebbene Amnesty riconosca alle “autorità transitorie libiche la difficoltà nel riprendere il controllo sulle milizie armate che operano in tutto il paese”, pretende che la soppressione dell'uso della tortura non venga posta “in fondo all'agenda”.
La Libia di oggi non sembra in grado di tradire la sua eredità storica.
La differenza nel cambio di potere si sarebbe dovuta tradurre in una seria lotta contro la violazione dei diritti umani, partendo dalla chiusura dei centri non ufficiali di detenzione, così come dalla rimozione dei responsabili della tortura dai loro incarichi e dall'avvio di indagini che prevedano procedure eque e non ricorrano alla pena di morte.
27 gennaio 2012
Penso che gli unici vincitori per il momento siano i tunisini, gli egiziani e i libici che si sono guadagnati il diritto supremo di scegliersi i propri governanti. I partiti islamici trionfatori devono ancora soddisfare le aspettative del popolo e riuscire proprio là dove i loro predecessori non sono riusciti. Sappiamo che la democrazia non può essere costruita nel giro di una notte.
Un’analisi della Primavera Araba alla luce dell’Autunno Sovietico: similitudini e differenze tra la caduta dei regimi comunisti dell’Europa Centrale negli anni Novanta e la caduta delle dittature arabe dello scorso 2011. Secondo Matyas Eorsi c’è più di un motivo per essere scettici circa le previsioni degli analisti politici e perfino di quelle dei servizi di intelligence.
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È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
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Da Tunisi a Damasco, le persone hanno dimostrato di non avere più paura, e a rischio della propria vita hanno scelto di protestare e di farlo con tutta la loro voce. I governi europei hanno invece chiuso le frontiere, abbandonando gli attivisti al loro destino. Di questo parlerà Osservatorioiraq.it domani, martedì 1° novembre, alle 18.15 al