Libia e Libano: li chiamano "interventi umanitari"
L'articolo 11 della nostra Costituzione recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Eppure le nostre truppe continuano a essere coinvolte in interventi che vengono definiti "umanitari", ma che invece autorizzano "l'uso discrezionale della forza", come è accaduto in Libia.
"Le chiamano missioni di pace" è il titolo di un dossier curato da Francesco Martone per la rivista Mosaico di Pace.
Con sguardo critico, il rapporto analizza le missioni internazionali nelle quali è coinvolta anche l'Italia, e in particolare quelle in Libano e in Libia.
Dopo aver analizzato i trascorsi lontani e vicini, anche recentissimi, del nostro paese in campo di missioni internazionali, gli autori propongono un ripensamento del ruolo che l'Italia può giocare su questo terreno.
Si tratta di avere un diverso approccio rispetto all'analisi delle missioni di pace italiane, affinché si giunga "all'elaborazione di una nuova mission pacifista e non violenta per il nostro paese che ripudi la guerra in tutte le sue categorie vecchie o nuove che siano".
Nell'analisi assumono un ruolo di primo piano le esperienze italiane in Libia e Libano, l'una presa a esempio di negatività, l'altra come modus operandi virtuoso.
In Libia, per la prima volta, è stato applicato il principio della responsability to protect, grazie alla risoluzione 1973 che, tra le altre cose, ha autorizzato "l'uso discrezionale della forza a protezione dei civili", segnando così una svolta fondamentale nella pratica del diritto internazionale.
Il rapporto infatti ricorda come, in seguito ad alcune drammatiche vicende che nella storia recente hanno coinvolto da vicino i civili come a Srebrenica e in Ruanda, la comunità internazionale si è voluta dotare di 'strumenti' per prevenire le stragi dei civili.
L'elemento fondamentale, a livello politico, che viene accettato con il principio della responsability to protect è che gli interventi umanitari, e quindi le missioni militari di pace, possano essere avviati anche senza l'assenso del governo del paese in cui si interviene, in quanto l'azione è motivata proprio dal venir meno delle sue responsabilità nei confronti dei propri cittadini.
Si oltrepassa così il principio della non ingerenza, che è stato il fondamento di tutto il sistema degli Stati da Westfalia ai giorni nostri.
Il principio accettato nel 2005 è stato applicato per la prima volta proprio in Libia. Come e con quali conseguenze?
Secondo il rapporto la responsability to protect ha trovato in Libia un terreno di applicazione poco aderente alle finalità prime per le quali è stato elaborato.
In particolar modo vengono individuati alcuni punti deboli che posso essere sintetizzati nell'uso selettivo del principio, nella mancata gestione da parte di "soggetti terzi" delle operazioni, nell'uso di strumenti prettamente militari, poco aderenti alla finalità primaria di protezione dei civili, e nello sconfinamento in obiettivi di regime change.
L'analisi politica degli autori infatti è che l'intervento in Libia si sia trasformato di fatto in una "guerra per rimuovere manu militari un regime", con la volontà di "ridisegnare gli assetti di forza" della regione nordafricana.
L'altra missione in terra araba è quella in Libano, in cui l'Italia ha svolto un ruolo di primo piano.
Il rapporto individua nell'Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon) un esempio di successo tra le cosiddette operazioni di 'ingerenza umanitaria', in quanto risponde a tutti i principi di legittimazione e consenso, sia internazionale che della popolazione intaressata.
Non si tratta però di un successo completo visto che la missione libanese dura ormai da decenni, "la pacificazione è di là da venire", dice il rapporto.
Ma sono i numeri a parlare: nel 2006 gli effettivi sono triplicati e Hezbollah continua a non deporre le armi, situazione obbligata fintanto che Israele continuerà a sconfinare in territorio libanese e l'esercito nazionale del paese a non essere in grado di far fronte al'ingombrante vicino.
29 novembre 2011
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