L'eco delle rivolte siriane in Libano
La rivolta contro Bashar al-Assad ha inevitabilmente fatto sentire il proprio doloroso eco anche in Libano, paese da sempre sottoposto all'ingombrante influenza di Damasco e all'ingerenza siriana nei propri affari interni. Da decenni il paese dei cedri si divide in forze che appoggiano o viceversa criticano duramente Damasco, ed oggi questa divisione inizia a manifestarsi, ancora una volta, in tutta la sua evidenza.
di Marco Di Donato - CISIP
Quasi 4 mila profughi in pochi mesi. Secondo altre fonti addirittura oltre i 5 mila. Quasi tutti rifugiati nel nord del Libano, e quasi tutti provenienti dalla provincia di Homs in Siria. Qualcuno ha trovato rifugio presso delle famiglie locali, altri si sono sistemati nel miglior modo possibile in attesa di rientrare a casa: in Siria.
I loro racconti sono tutti molto simili. Spinti dalle violenze dell'esercito, molti di loro hanno preferito valicare il confine piuttosto che restare invischiati nelle durissime battaglie che si svolgono in questi giorni nelle città siriane.
Come scrive Nicholas Blandford sul Time, la lunga ombra di Damasco inizia a coprire anche il Libano. Ancora una volta. Secondo Blandford per fermare il flusso di siriani che cercano rifugio in Libano, l'esercito siriano pare abbia minato un tratto di 370 chilometri che divide i due paesi. Superare oggi un confine che fino ad ieri non aveva nemmeno delle linee di demarcazione così definite, sembra decisamente più complesso.
I casi di sconfinamento siriano si sono moltiplicati in questi mesi. Non solo. Alcuni attivisti hanno denunciato il rapimento di alcuni dissidenti siriani che si erano rifugiati nel paese. Il caso dei fratelli Jassem lo scorso febbraio aveva già dimostrato come parte dell'intelligence libanese vicina alla Siria stesse aiutando Damasco nella sua opera di repressione.
Se il fronte del conflitto interno dovesse allargarsi, e scoppiasse una guerra civile in Siria, ci sarebbero inevitabilmente delle ripercussioni anche per il Libano. Qualche segnale in questa direzione è già arrivato.
Il 24 ottobre la stampa israeliana riportava la notizia dell'esplosione di una bomba nel campo profughi di Ain al-Hilweh, che ha provocato alcuni feriti. La dinamica degli eventi non è stata chiarita del tutto, ma è certo che l'ordigno sia stato piazzato sotto la casa di Abed Makdah, un ufficiale palestinese pro-siriano, nonostante non si abbia ancora la sicurezza che fosse proprio lui l'obiettivo da 'eliminare'.
Ma la tensione sta salendo anche a livello politico, con le forze libanesi che osservano tra preoccupazione e interesse quello che sta accadendo al vicino siriano, consapevoli però che l'attuale governo è composto principalmente da forze politiche vicine all'attuale presidente siriano.
Diverso è invece l'atteggiamento di Saad Hariri che, attraverso twitter, ha voluto esprimere il proprio punto di vista senza troppi giri di parole: “Prima di rispondere alle domande, voglio condannare quello che è successo oggi a Homs e le atrocità che Assad sta commettendo”. Un presa di posizione chiara, netta ed inequivocabile: Bashar sta commettendo dei massacri e delle atrocità in Siria.
Più cauta, anche se parimenti determinata, la reazione di Samir Geagea, capo delle Lebanese Forces, che ha condannato il silenzio del governo Mikati e le frequenti incursioni dell'esercito siriano in territorio libanese. Il riferimento è a alcuni eventi dell'inizio di ottobre, quando l'esercito siriano ha effettuato delle incursioni nei pressi di Aarsal, uccidendo un contadino e ferendo alcuni abitanti del luogo.
Sulla stessa linea Amin Gemayel il quale ha focalizzato l'attenzione delle proprie critiche sui continui sconfinamenti siriani che “disturbano, ma soprattutto preoccupano” la sua formazione politica.
Resta come sempre ambigua la posizione del leader druso Walid Jumblatt, che da parte sua ha espresso solidarietà al popolo siriano che si sta, letteralmente, "sollevando contro l'oppressione e la tirannia". Tuttavia da altre forze politiche sono piovute durissime critiche contro le parole di Jumblatt.
In particolare Ziad Aswad del Change and Reform Bloc (alleanza capeggiata da Michel Aoun) ha definito “non affidabili” le parole di Jumblatt. Secondo Aswad il leader druso criticherebbe la Siria salvo poi mantenere contatti con Damasco ed Hezbollah, desiderandone in segreto la sconfitta politica.
Proprio il generale cristiano Michel Aoun ha espresso finora una delle posizioni più chiare rispetto alla questione siriana: dopo aver criticato le notizie decisamente parziali dei media rispetto alla realtà siriana, ha messo in guardia i libanesi - attraverso il Daily Star Lebanon - rispetto a una possibile deriva islamista qualora Assad cadesse, ricalcando in questo la posizione del patriarca maronita Beshara Rai.
Sulla stessa linea del governo si attesta ancora lo storico leader del partito sciita di Amal, Nabih Berri, che afferma il principio di “non interferenza” per quanto riguarda le questioni siriane. In questo la posizione di Amal si avvicina molto a quella di Hezbollah.
Il Partito di Dio riconosce infatti come legittime le aspirazioni riformiste della popolazione siriana, ma ritiene che debba essere il governo di Assad a condurre il processo di transizione verso un sistema più aperto. Se dialogo deve esserci, l'unico interlocutore possibile per le opposizioni siriane è l'attuale presidente.
In sostanza in Libano le forze pro-Siria continuano a mantenere un profilo basso, mentre di contro gran parte della storica opposizione a Damasco ne denuncia i massacri e le atrocità. Tuttavia tranne Saad Hariri, le altre forze politiche sue alleate non hanno ancora espresso pareri incontrovertibili sulla questione, preferendo rimanere in attesa dell'evolversi della situazione.
Consapevoli dell'incertezza che attualmente regna nelle stanze del potere di Dmasco, le formazioni politiche libanesi aspettano, preparandosi ad affrontare tutti gli scenari possibili al fine di trarne poi i maggiori vantaggi sul piano della politica interna.
8 novembre 2011
