L'attivista Oday Hatem: chi ostacola la democrazia in Iraq?

Il giornalista iracheno e leader della Society for Defending Press Freedom, Oday Hatem Mahdin racconta la "promessa non mantenuta" di democrazia degli Stati Uniti e il movimento di protesta di Piazza Tahrir a Baghdad. Cosa possono fare gli Stati Uniti per migliorare le condizioni disastrose che anche loro hanno contribuito a creare? Gli interessi dell'Iran, degli Emirati Arabi e il pericolo della formazione di uno Stato di matrice religiosa e fondamentalista.

 

di Angela Zurzolo


Di prigione in prigione, per la libertà di stampa



Quella di Oday Hatem Mahdi è una storia di assurdità, coercizione e soprusi, che nasce sotto il segno della violenza di Stato ed attraversa due generazioni nella sua famiglia. Suo padre, infatti, era stato arrestato dal governo di Saddam Hussein e costretto, sotto tortura, a confessare per proteggere la famiglia dalle minacce. Anni dopo, è toccato anche anche a lui passare attraverso le carceri governative e le torture. E non solo una volta.

 

L'attuale presidente della Society for Defending Press Freedom ha iniziato sin dal 1995 a dedicarsi all'informazione, fondando "Avanguardia", un giornale universitario, all'interno della Facoltà di chimica di Baghdad, e collaborando con le principali testate del paese.

 

Nel dicembre del 1997 i suoi articoli gli costano però la prigione e l'accusa di lesa maestà nei confronti del governo. Dopo 7 mesi, viene scagionato perché giudicato innocente, ma gli viene impedito di tornare agli studi. Continua però a dedicarsi al giornalismo. "Dal momento che non potevo criticare l'operato del governo, mi sono messo a giudicare il sistema delle biblioteche di Baghdad": ma in Iraq non c'è spazio nemmeno per queste polemiche.

 

A soli due anni dalla sua scarcerazione, si riaprono per lui le porte del carcere. Quest'uomo, dal viso ancora di ragazzo, di quest'esperienza non racconta molto. Forse piu' per una questione di pudore nei confronti dei suoi ascoltatori che per sé stesso.

 

La sua odissea carceraria continua fino all'amnistia generale del 2002. Ottieme il permesso di poter riprendere gli studi, ma il suo primo obiettivo resta la difesa della libertà di stampa. E' così che, nel 2005, fonda la Society for Defending Press, per la quale ha subito numerose minacce e che lo costringe a ca,biare spesso abitazione. Le intimidazioni non mancano. Soprattutto dopo aver scritto degli articoli relativi all'influenza iraniana sull'Iraq. Il suo operato però non si ferma, soprattutto ora che nella società civile irachena sembra muoversi qualcosa di importante.

 

Le manifestazioni di Baghdad: "Gli americani vedevano benissimo quello che stava accadendo in piazza"

 

Il 25 febbraio, in Piazza Tahrir, riunendosi, il popolo è contravvenuto alle leggi in atto in Iraq. "Neanche ai tempi di Saddam Hussein era così. Solo in Siria, oggi, con il regime di Bashar Al Assad, si hanno leggi simili. Lì si deve chiedere l'autorizzazione per riunirsi alla sezione del partito della zona, oggi, in Iraq, è necessaria l'autorizzazione del prefetto affinchè tre persone o un numero superiore si possano radunare. Questo significa che non si può organizzare senza il loro controllo nemmeno una festa di matrimonio o un funerale!".

 

Così, Hoday Hatem spiega bene non solo la situazione di repressione della democrazia che si vive in Iraq, ma anche il potenziale insito in quei giovani che si sono radunati per una manifestazione in piazza a Baghdad, repressa dalle forze dell'ordine.  Quel giorno, dopo aver percorso per ore le strade intasate dal traffico, Hatem arriva in Piazza Tahrir e si addormenta per terra. Si risveglia con la fitta atroce allo stomaco causata dai calci delle forze dell'ordine, tra i manifestanti e i feriti che vengono portati via dalla manifestazione. "Gli americani vedevano benissimo quello che stava accadendo", l'amaro commento del giornalista. Gli Usa, infatti, dispongono di una serrata rete di telecamere in tutte le strade di Baghdad. Nessun cenno di aiuto, però, neanche di fronte ai morti - non solo a Baghdad ma anche a Bassora, a Nassiriya, a Dujail, a Najaf e a Mosul, in cui i manifestanti si erano radunati per chiedere la fine dell' "occupazione"americana, riforme e democrazia.

 

Forte l'accusa di Oday all'Occidente, nelle cui parole si evidenzia una polemica nei confronti degli Stati Uniti che avrebbero così occultato la scomodità della questione: "Nessun giornale occidentale ha raccontato cosa stesse accadendo in quei giorni!". Neanche quando uno degli organizzatori delle manifestazioni è stato ucciso con un silenziatore in casa sua. O quando un manifestante ad Oman è stato riportato in ufficio e, lì, ucciso.

 

 

"Gli americani parlavano di democrazia, ma sono loro ad impedire la libertà di stampa", aggiunge. "Ci rivolgiamo alle Nazioni Unite come ad un punto di forza e invece sono loro ad autorizzare la disinformazione". Fino al 2008, Hatem era tra quei giornalisti che si rifiutavano di avere contatti con gli statunitensi. Sembra essersi pentito amaramente di averli ripresi, soprattutto a causa di una risposta dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq, che avrebbe affermato: "Non si sta meglio oggi che ai tempi di Saddam? Almeno oggi potete parlare con l'ambasciatore americano!".

 

 

Hathem commenta: "E' questo il prezzo che gli iracheni devono pagare per aver ascoltato una falsa promessa di democrazia? Questo il risultato dell'uccisione degli iracheni? E' umiliante". Proprio da questa umiliazione sarebbe scattata la scintilla della non violenza e della democraticità nelle piazze irachene, declinandosi secondo iniziative personali e di gruppo. "Nel paese, è forte il protagonismo femminile nella lotta per la democrazia", sottolinea ancora Hatem.

 

Le responsabilità degli Stati Uniti, dell'Iran e degli Emirati, in Iraq: verso uno Stato di matrice religiosa- fondamentalista?

 

Hatem non ha paura di ricollegare le responsabilità degli americani nell'aver sostenuto partiti politici che si sono rivelati antidemocratici e corrotti.

 

Molto grave, il sostegno economico a partiti autocratici, le cui cifre sarebbero stratosferiche. Secondo Hatem, sono arrivati 100 milioni di dollari ai diversi partiti con l'esplicita finalità di creare mezzi di informazione nel paese.  Altri 15 milioni di dollari, secondo fonti note a tutti, sarebbero stati usati per costruire un satellitare.
 

 

Questo, per aiutare un governo che ha formato delle ordinanze che prevedono, per i giornalisti fedeli alla libertà di stampa, sanzioni che vanno dalla multa alla pena di morte.

 

"Gli Stati Uniti occupano il paese. Occupano la cultura!". Hatem è ancora incredulo. Non capisce come gli Stati Uniti possano aver dato sostegno agli attuali partiti in Iraq, nè come l'Onu abbia potuto dichiarare pulite le elezioni tenutesi in un clima totalmente oppressivo. Le zone sono infatti controllate in maniera diversa da sciiti e da sunniti, che obbligano la gente a votare per le loro liste.

 

"I partiti di oggi sono divisi ma tutti sono d'accordo sul fatto che la democrazia vada limitata", commenta. Dopo le elezioni, è stato imposto l'uso dell'hijab, vietata la vendita di alcool e chiusi circoli culturali - per poi riaprirli e cercare di accorparli all'interno della struttura del partito. In caso di una vittoria futura del partito di Maliki alle elezioni, Hatem prevede  anche repressioni sui curdi. Secondo il giornalista, attualmente, in Iraq i partiti sono armati e starebbero usando "rapimenti e aggressioni, soprattutto nei confronti delle donne". Una violenza su una donna è un dramma non solo per lei, spiega, ma per il marito, per i fratelli e la famiglia.

 

Eppure, "Quanto più forte è la repressione, tanto più forte significa che è la resistenza che vi si oppone", spiega il giornalista. In Iraq, il desiderio di affermare con la non violenza il desiderio della democrazia ha già cercato di affermarsi. Tutte le autorità religiose presenti in Iraq, anche le minoranze come quella cristiana, si sarebbero opposte alle manifestazioni.

 

Secondo Hatem, la motivazione risiede nel fatto che l'Iraq si sta muovendo verso uno Stato di tipo religioso e di questo i leader delle rappresentanze sunnita, sciita e cristiana, sarebbero ben consapevoli. In questa direzione- soprattutto l'istruzione nelle scuole: "Perchè non uccidi un ebreo per entrare in paradiso?", sarebbe stata la domanda posta da una bambina dopo essere ritornata da scuola. Le insegnanti di religione dei quartieri di Baghdad, starebbero infatti infondendo nei giovanissimi sentimenti fondamentalisti, esaltando la figura di Khomeini. Le bambine che non portano l'hijab, a scuola, sono allontanate dalle aule.

 

Hatem è contrario ad ogni tipo di religione, perchè nella storia hanno condotto sempre a guerre e divisione. Eppure, è nato a Najaf, città religiosa, ("per noi è come il Vaticano", spiega), nella quale, come nel resto del paese, fino al 1969, sopravviveva una cultura laica. "Le donne che portavano il velo convivevano con quelle che non lo portavano. Poi, Saddam, ha distrutto tutta questa eredità", ricorrendo prima ad una forte cultura anti-religiosa, poi, dal 1991, per una questione meramente opportunistica, ad una "campagna della fede", che gli ha garantito il supporto dei sunniti.
 

 

Hatem racconta di un paese in cui, oggi, i legami dei civili con la religione - soprattutto con quella salafita- non sono molto forti, anche se la repressione dei simboli religiosi, iniziata nel 1971, ha prodotto l'effetto contrario a quello desiderato ed ha fatto sì che il sentimento religioso della gente si rafforzasse. "A differenza del Libano, le divisioni confessionali in Iraq non sono di tipo sociale ma di tipo politico", spiega.

 

Forte il risentimento per l'operato dell'Iran e degli Emirati Arabi, che si servono della parte sciita e di quella sunnita a secondo dei loro interessi: "Per loro non è importante che si affermino gli uni o gli altri: per loro è importante che in Iraq non sorga una democrazia". Sarebbe così che i due paesi starebbero fornendo indiscriminatamente aiuto a chiunque sia in grado di destabilizzare l'Iraq, così come avevano fatto usando Al Zarqawi.
 

 

L'America, oggi, programmando un ritiro per il mese di dicembre prossimo, si lascerà alle spalle una situazione disastrosa, che diventerà ancora piu' pericolosa - "non solo per gli iracheni", precisa il giovane attivista, "ma anche per i paesi internazionali".

 

29 settembre 2011