L'Algeria di Waciny Laredj: letteratura, identità e memoria
Waciny Laredj, scrittore algerino "in diaspora" a Parigi, è una delle figure di spicco del panorama letterario maghrebino. Pressoché sconosciuto in Italia - un solo libro tradotto, "Don Chisciotte ad Algeri" - è autore di numerosi romanzi in lingua araba (essenzialmente) e francese che gli hanno valso il riconoscimento della critica internazionale. Ma è soprattutto la memoria 'nascosta' dell'Algeria post-indipendenza.
di Jacopo Granci
Waciny Laredj è nato a Tlemcen nel 1954, in piena guerra d'Algeria. Il padre, in prima linea nel conflitto per l'indipendenza, morì sotto tortura nelle prigioni francesi, lasciando la moglie con sei figli a carico.
Per questo Wacini è stato cresciuto dalla nonna paterna, una figura determinante - come confessa lo stesso autore - che ha segnato il suo percorso di avvicinamento alla letteratura, iniziandolo fin dalla giovane età alla conoscenza e allo studio della lingua araba (vietato all'epoca).
L'opera di Laredj non riflette soltanto le pulsioni e l'immaginario del suo artefice, ma affonda nella complessità delle tematiche, dei problemi e delle lotte che hanno accompagnato la genesi dell'Algeria contemporanea, dalla resistenza di fronte all'invasione coloniale (Kitab al-Amir) fino alle violenze degli anni Novanta (Le miroir de l'aveugle, Don Chisciotte ad Algeri), vissute in prima persona dallo stesso Waciny.
La sua scrittura, lontana dalle rappresentazioni dogmatiche e stereotipate, vuole restituire (e lo fa con abilità) la ricchezza e la varietà della contaminazione culturale che impregna la memoria del paese in cui è nato e cresciuto, una memoria "in gran parte sconosciuta o nascosta" all'Algeria post-indipendenza.
I suoi romanzi, oltre all'intreccio laborioso e ad una sottile caratterizzazione dei personaggi, offrono un'analisi lucida del contesto politico e sociale in cui vengono tratteggiate le vicende, pervase in ogni frangente dalla toccante umanità.
Laredj, narratore errante in cui convivono Oriente e Occidente, getta un ponte tra le due rive del Mediterrraneo (nord-sud, est-ovest) e si batte per la riscoperta di un patrimonio comune condiviso, dalla storia alla cultura fino all'architettura e all'urbanistica (La maison andalouse).
Oggi vive tra Parigi, dove si è trasferito nel 1995 in seguito alle minacce di morte ricevute, e Algeri, città che ama e che non ha mai lasciato del tutto (ha conservato il posto all'università dove insegna letteratura).
Di seguito vi proponiamo alcuni passaggi di una lunga intervista nel marzo 2009 a Venezia, in occasione della conferenza “Algeria oggi, vincoli e cambiamenti”, organizzata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con Merifor (Centro mediterraneo di ricerca e formazione). Waciny Laredj era uno degli ospiti, chiamato ad esporre sulla genesi e le prospettive del romanzo algerino.
Waciny Laredj, quali scrittori e quali opere letterarie hanno contribuito alla sua formazione e quali hanno condizionato il suo cammino, conducendolo fino al cuore della letteratura algerina contemporanea?
La mia formazione è un po' atipica; ho vissuto in un piccolo villaggio nella regione di Tlemcen, dove non potevo studiare la lingua araba. Il francese era la lingua nazionale all'epoca e l’utilizzo dell’arabo era vietato dalla legge.
Tuttavia ho avuto la fortuna di trascorrere i primi anni della mia vita accanto a mia nonna, una donna fiera delle proprie origini arabe, oltre che di quelle andaluse. Ha fatto in modo, a tutti i costi, che io imparassi la lingua araba. L’unica possibilità era frequentare la scuola coranica ed è lì che ho imparato a leggere e scrivere. Così al mattino andavo alla madrasa e il pomeriggio alla scuola francese.
In questa sorta di primo viaggio iniziatico, in questa prima immersione in un contesto plurilinguistico e dunque pluriculturale, ho avuto subito un incontro folgorante con due opere letterarie che mi hanno segnato profondamente. Il primo testo è "Le mille e una notte", scovato all’interno della scuola coranica, per sbaglio, tanto che all’inizio lo avevo scambiato per il Corano stesso.
L’altro testo su cui ho avuto l’onore ed il privilegio di imbattermi fin dalla tenera età è Don Chisciotte della Mancha. Cervantes è diventato subito un punto di riferimento, in cui ho ritrovato contemporaneamente la cultura arabo-berbera e quella spagnola, europea, in una parola il mio attuale background.
Se ci rifacciamo alla storia, infatti, scopriamo che Cervantes, all’inizio del XVI secolo, fu intercettato dai corsari del Dey durante il viaggio di ritorno dall’Italia verso la Spagna. Questi lo condussero forzatamente ad Algeri, dove lo scrittore rimase cinque anni della sua vita, come prigioniero. Gli fu concessa, tuttavia, una certa libertà di movimento, che gli permise di viaggiare e scoprire Algeri a poco a poco. Quando Cervantes tornò in Spagna scrisse una grande opera, il Don Chisciotte, dove ci sono tre o quattro capitoli interamente consacrati al porto corsaro.
Cosa significa per lei scrivere romanzi? In altre parole, da quali esigenze muove il suo lavoro e quali obiettivi tenta di raggiungere?
Prima di tutto si scrive perché si ha voglia di scrivere. Si prova piacere nel descrivere e nel raccontare, e in più, attraverso la scrittura, possiamo inserirci in un immaginario. Trovo formidabile poter intaccare una memoria, un immaginario, già sedimentato e ritenuto intangibile, fornendo l’occasione di espanderlo e contaminarlo con un’altra memoria, un altro immaginario più giusto e, almeno dal mio punto di vista, più bello.
Prendiamo ad esempio "Le livre de l’Emir" o "Kitab al-Amir". Confesso che avevo una grande paura di scrivere questo romanzo. Non era una paura politica, poiché sapevo che non sarei comunque riuscito a scalfire la rappresentazione ideologica dell’Emiro Abdelkader alimentata ad arte dalle autorità algerine.
Una rappresentazione che fa di questo personaggio il simbolo politico e religioso da cui ha preso il via la storia dell’Algeria moderna, il primo jihad contro l'invasore, e da cui continua ad attingere l’ideologia nazionalista. Io ho deliberatamente ignorato questo aspetto, perché non mi interessava l’immagine politica riprodotta dalle istituzioni.
Per me Abdelkader è invece l’uomo del dialogo tra civiltà e culture. L’Emiro ha avuto la forza ed il coraggio, durante un periodo di guerra feroce [metà del XIX secolo], di pensare ad altre soluzioni più umane e più avanzate rispetto allo scontro bellico. Ci sono documenti che lo attestano, ma nessuno ce l'aveva mai raccontato.
Così ho dato la parola ad un altro grande personaggio storico, monsignor Dupuch, il primo vescovo di Algeri dopo l’arrivo delle truppe coloniali. Dupuch riuscì a tessere una solida relazione con l’Emiro Abdelkader, tanto che fu lui stesso a difenderlo al momento della cattura di fronte a Napoleone III, a cui si rivolse in questi termini: “Voi non conoscete affatto quest’uomo e non sapete cosa rappresenta: al di là della guerra e delle battaglie combattute contro di noi, l’Emiro è un intellettuale, un pensatore acuto e un uomo di pace”.
Per me sono questi gli aspetti importanti del mio mestiere, la forza della scrittura sta nel dire tutto quello che non si ha avuto ancora il coraggio di affermare sul piano dell’analisi storica.
Concentriamoci adesso sul suo unico romanzo pubblicato fino ad ora in Italia, "La guardienne des ombres" o "Don Chisciotte ad Algeri" (Mesogea, Messina, 1999).
Chiariamo subito che il Don Chisciotte in questione non è il cavaliere errante che tutti conosciamo, ma un giornalista spagnolo, odierno discendente di Cervantes, deciso a ricostruire la memoria del grande scrittore.
Questa è la ragione che nell’estate del 1995 lo guida fino ad Algeri, alla ricerca di un passato che il protagonista è costretto a rivivere in prima persona, in una sorta di mimesi con il vecchio antenato, sullo sfondo di una città inghiottita dallo sviluppo urbano soffocante, divisa tra fondamentalismo, bande criminali e un sistema politico corrotto e inefficiente.
Dalle sue parole emerge una conoscenza profonda e un sentimento di appartenenza molto forte nei confronti di Algeri, pur non essendo questa la sua città natale. Qual è dunque il suo rapporto con “Alger la blanche”?
In principio non era affatto un rapporto di amore. Le preferivo di gran lunga Tlemcen, che è una città andalusa, oppure Orano. Non avevo quella che si dice una passione viscerale nei confronti di Algeri. I miei primi contatti con questa città furono brevi e superficiali, ero quasi sempre di passaggio.
Tuttavia, quando terminai i miei studi in Siria mi ritrovai a lavorare proprio lì, nella capitale [all'università], e da quel momento il mio rapporto con la città è cambiato. A poco a poco ho iniziato a scoprirla veramente; per esempio, ho iniziato a frequentare la casbah, cercando di andare al di là del mito che la riveste e di approfondirne la storia, la presenza turca, quella dei giannizzeri, cogliendo ciò che ci fu di buono e di negativo in quel lungo periodo.
La genesi stessa della città è assai bizzarra se la andiamo ad analizzare: da una parte è una città definita da tutti tendenzialmente arabo-berbera, ma in realtà fu governata per lungo tempo dai turchi, e poteva capitare che lo stesso raìs non fosse né arabo né berbero. Spesso proveniva da contesti lontani, o era addirittura un “rinnegato”, come nel caso del grande Khair Eddine o del suo successore Hassan Agha.
Algeri è apparsa a poco a poco ai miei occhi come l’esempio paradigmatico della città meticcia, variegata e mescolata. Adoro questo genere di contesti e mantengo viva la speranza che il "meticciato", il fondersi di luoghi e culture possa essere la base per la nascita di un qualcosa di positivo per l’uomo in sé.
Allo stesso tempo, tuttavia, permane in me uno spirito critico con cui, quando penso ad Algeri, non posso far a meno di confrontarmi. Non c’è solo l’amore che mi lega alla città e nel romanzo ho voluto metterne in luce anche gli aspetti negativi, associandoli all'ottusa incompetenza dell'amministrazione e al diffondersi dell'islamismo, due realtà che sono la negazione di quell'apertura e di quella diversità di cui parlavo prima.
In che modo la diffusione del fenomeno integralista ha influito nella sua percezione, nel suo rapporto con la città?
In modo drasticamente negativo. Nel 1995 fui obbligato a lasciare Algeri a causa delle minacce ricevute. Nonostante ciò ho sempre cercato di conservare un rapporto stretto con la città, anche se ho iniziato a lavorare stabilmente a Parigi.
Dopo la partenza ho mantenuto i contatti con l’università. Non avevo più il mio vecchio corso, ma quando venivo per tenere i seminari, più o meno alla fine di ogni mese, telefonavo agli alunni per fargli sapere in che giorni mi avrebbero trovato all’università per la lezione.
Anche nel periodo delle violenze, la gente non ha mai rinunciato a pensare e non ha mai rinunciato al desiderio di conoscere, alla volontà di sapere. Una consapevolezza che mi ha dato la forza di affrontare l'esilio, di continuare a scrivere e a guardare con orgoglio questa città.
Per farle capire meglio le racconto un aneddoto, un episodio che mi fa venire la pelle d’oca ancora oggi quando ne parlo. Avevo una studentessa molto giovane che seguiva il mio seminario ad Algeri; io non mi ero reso conto che veniva da molto lontano, anzi credevo abitasse nella capitale. Un giorno arrivò con gli occhi rossi, insomma si vedeva che aveva dormito male e poco; venne a scusarsi, perché era arrivata in ritardo, e mi disse: “Mi scusi per il ritardo ma vengo da Setif”, vale a dire oltre trecento chilometri di distanza da Algeri.
Allora le chiesi: “Ma a che ora sei partita da casa?”, e lei mi rispose: “Ogni volta che vengo al seminario parto da casa alle tre di notte, e arrivo verso le nove, giusto in tempo per assistere alla lezione”. Era molto bella, ed io avevo una paura matta che gli islamisti o qualche altro tipo di milizia la prendessero durante il viaggio.
Nel suo romanzo, descrivendo i luoghi dove Cervantes venne tenuto prigioniero nei cinque anni di permanenza forzata ad Algeri, sembra che lei abbia colto l’occasione per criticare duramente quel processo, definito di “sviluppo e ammodernamento urbanistico” dalle autorità, che in realtà ha ferito la città e distrutto il suo antico splendore. Il primo esempio è proprio la "grotta di Cervantes", per lungo tempo sconosciuta e lasciata all'incuria, addirittura trasformata in una discarica. Ma la sua critica è ben più profonda. Mi sto sbagliando o tutto questo era nelle sue intenzioni?
In "Don Chisciotte ad Algeri" c'è uno sguardo fortemente critico che stigmatizza la modalità di sviluppo urbano a partire dal periodo post-indipendenza. Non è più possibile ritrovare l'Algeri di un tempo, la bella città che era, oggi conservata in modo pessimo.
Della ville nouvelle, la città coloniale, restano solo pochi scorci mentre la casbah è in uno stato avanzato di decadenza, pur essendo divenuta patrimonio dell’umanità protetto dall'Unesco. La cittadella turca è sull'orlo dell'autodistruzione.
Ma questo non è il peggio. C'è una nuova città che cinge completamente il centro di Algeri, con enormi quartieri, sobborghi infiniti in cui non ci sono teatri, non ci sono cinema, non ci sono caffetterie decorose, ma soltanto mercati alla buona, improvvisati. Sono luoghi desolati dove la gente rientra la sera per dormire. Città-dormitorio.
Manca completamente una logica urbanistica di fondo, manca un vero piano regolatore in grado di frenare lo sviluppo selvaggio di caseggiati e palazzi, manca il fascino della città, i luoghi che la rendono viva, dove si può condividere esperienze, emozioni ed interessi.
La nuova Algeri sta assomigliando sempre più ad una giungla di cemento dove il solo spazio comune che resta è la moschea. Poi non deve sorprendere il dilagare di un fenomeno come quello dell’islamismo, è quanto di più normale possa succedere in queste condizioni.
Don Chisciotte ad Algeri non è la sua sola opera ambientata nell'Algeria dei primi anni Novanta, l'Algeria delle violenze, in cui i massacri islamisti, lo stato di anarchia e la repressione dell'esercito a volte si confondono. Per spiegare la difficoltà, la paura, la rabbia vissute in quel periodo lei ha parlato di "esilio psicologico" prima ancora che di "esilio fisico".
Esatto.
L'esilio. E' questo il cammino intrapreso da molti intellettuali e letterati algerini finiti nelle liste nere degli islamisti. Cosa ha significato per lei vivere in una condizione di "esilio psicologico" e quale situazione si è trovato a fronteggiare negli anni che hanno preceduto la sua partenza dall'Algeria?
Fin dalle prime pagine del "Don Chisciotte ad Algeri" s'incontra un personaggio che sta scrivendo a macchina, in solitudine. Non ha più la lingua, mozzata da misteriosi personaggi barbuti, come pure altre parti del corpo.
L'unica possibilità che gli resta per esprimersi e far conoscere la sua storia è quella di scrivere. Non è un dettaglio autobiografico, ma un richiamo simbolico a quello ho vissuto e che intendo per "esilio psicologico".
Nei primi anni Novanta partecipavo attivamente alla vita culturale ed intellettuale della città, avevo i miei spazi e le mie abitudini, ma ad un tratto sono stato costretto ad abbandonarle. Ero professore universitario e dunque lavoravo in un luogo pubblico. Avevo una cassetta per la posta e le comunicazioni interne, come tutti i professori, ed ogni mattina ci trovavo dentro una lettera di minacce e insulti.
Il rischio che correvo era enorme, anche il mio nome era finito nelle liste nere. Alcuni amici e colleghi - tra cui il caro Tahar Djaout - erano già stati uccisi, e rinunciare alla mia quotidianità e al mio abituale modo di vivere, nascondermi, mi era sembrata l'unica soluzione per uscire indenne da quella situazione. Una volta presa la decisione, ho scoperto che quella in cui mi ritrovavo a vivere era un'altra vita, un'esistenza parallela alla quale non ero preparato. Non ero pronto ad affrontare questo tipo di "esilio".
L'unica ancora di salvataggio in quei mesi è stata la scrittura. Per fortuna, seppur recluso, nascosto, potevo ancora scrivere. Non mi stanco mai di ripetere che se ho potuto evitare la follia e la morte, se sono riuscito a sopravvivere - al contrario di altri - prima di trasferirmi in Francia, è stato solo grazie a questo. La scrittura mi forniva l'occasione di riflettere ed ha rappresentato un vero e proprio spazio di evasione.
L'episodio della morte di Tahar Djaout è citato in un suo breve racconto, inserito nel volume "La schiavitù del velo", curato da Giuliana Sgrena e pubblicato da Manifestolibri (Roma, 1995). Anche in quel racconto si parla di esilio interiore e follia…
Il racconto si intitola "Vita quotidiana di uno scrittore". In quelle pagine ho raccontato la mia giornata tipo, dalla mattina - al momento in cui uscivo di casa - fino al rientro, prima del tramonto. Portavo sempre una giacca a vento bianca e, varcata la soglia di casa, mettevo la mano in tasca come se stessi impugnando un'arma.
Era come se volessi dare un segnale alla persona che attendeva di uccidermi, come se gli volessi dire: "Pensaci bene perché anch'io sono armato e non ti sarà facile spuntarla". Erano gesti folli, dettati quasi dalla disperazione e dall'impotenza che sentivo pesarmi addosso sempre di più.
Prima di salire in macchina, per esempio, controllavo che sotto non vi fosse attaccato nessun tipo di ordigno. Solo ripetendo ossessivamente queste azioni, dettate forse da uno stato depressivo oltre che dalla paura, riuscivo a far scivolare un giorno dietro all'altro.
Gli scrittori, i giornalisti e gli intellettuali in genere furono un bersaglio privilegiato della violenza islamista. Perché?
Tutti quelli che si opponevano, tutti quelli che capivano la pericolosità di questa ideologia erano bersagli da abbattere. Ma non era solo agli islamisti che queste persone davano fastidio, erano scomode anche per il regime.
Infatti, se una parte di intellettuali e scrittori scelsero di opporsi all'islamismo, non significa che sostenessero automaticamente la strategia del potere istituzionale, tutt'altro. Erano contrari ai barbuti, ma allo stesso tempo erano contrari alla logica operativa dei militari e al sistema di potere che gestiva l'Algeria da decenni.
Se prendiamo Tahar Djaout per esempio, o Barti Benhauda, scopriamo che stavano portando avanti una campagna di sensibilizzazione non soltanto anti-fondamentalista, ma anti-sistema. Attribuivano al regime la responsabilità della nascita del FIS e della forza raggiunta dal partito di Madani e Belhadj alla fine degli anni ottanta. Le ingiustizie, il clientelismo, la perpetuazione di un sistema corrotto, tutto questo ha favorito l'emergere di una forza di rottura quale si rivelò il FIS.
Gli intellettuali occupavano un posto nella società estremamente fragile, non potendosi appoggiare né sulla forza del potere istituzionale, né sulla forza della rete di opposizione islamica; erano isolati, bersagli facili e il numero delle esecuzioni lo testimonia. Entrambe le parti, il potere e le milizie islamiche, ne hanno beneficiato.
In più è bene puntualizzare che il rapporto tra regime e intellettuali è sempre stato conflittuale, ma non solamente in Algeria, direi in tutto il mondo.
Perché? Perché l'intellettuale vero è una persona libera, non è attaccata a logiche di potere o di guadagno, non è pronto a vendersi al migliore offerente. E' una persona disposta ad emergere dalla società per dire basta e denunciare il malfunzionamento delle istituzioni.
Nei paesi europei queste persone non sono sole, c’è una sorta di protezione sociale che li circonda, oltre ad un sistema di diritti e di tutele.
In Algeria, soprattutto negli anni Novanta, non c'era questo sistema di protezione, o ci si schierava con il regime o ci si schierava con gli islamisti e chi rimaneva fuori era praticamente isolato, vulnerabile, ed era considerato un nemico tanto dall'una quanto dall'altra parte.
Quindi secondo lei lo Stato ha approfittato di questa situazione di violenza ed instabilità per regolare vecchi conti lasciati in sospeso?
Non nego chiaramente che l'islamismo in sé, come ideologia e come pensiero, alimentava una logica di eliminazione nei confronti di tutto quello che era differente, altro, al di fuori dei suoi "valori". Ma questa situazione ha giovato anche al potere, che ha trovato qualcuno in grado di fare il lavoro sporco al posto suo.
Quindi, per me, anche lo Stato è colpevole. Avrebbe dovuto preoccuparsi di preservare le migliori menti d'Algeria, invece di voltare le spalle, agevolandone la scomparsa o la fuga. Anche se di fatto lo Stato in sé non esisteva più. Solo le strutture militari continuarono ad esistere in quegli anni, a rafforzarsi, mentre le istituzioni civili persero ogni capacità di azione.
In una condizione di lontananza forzata dalla propria terra, come lei stesso ha già accennato, la scrittura diventa uno "spazio della memoria". Lo abbiamo visto, per esempio, nel caso di Algeri. Quale significato ha assunto per lei la scrittura una volta lasciata l'Algeria? Si è servito della scrittura per rimanere attaccato alle sue radici? Per esercitare un diritto alla libertà di parola che nel suo paese, in quel momento, non le era più concesso?
In tutta sincerità, non ho mai avuto difficoltà ad esprimermi liberamente, pur in presenza di una censura sempre più attenta. L'unica eccezione, quando scrissi "Le miroir de l’aveugle", un libro in cui ho mosso una critica profonda e diretta al sistema di potere militare in Algeria, il primo in cui ho trattato della difficile situazione degli anni Novanta.
L'ho scritto direttamente in francese e, siccome mi trovavo in Francia, l'ho pubblicato lì. Abbiamo tentato di farlo uscire nuovamente in Algeria e di tradurlo in lingua araba, ma il libro è stato censurato: era già stampato, ma tutte le copie sono state sequestrate dalla tipografia e distrutte.
In ogni caso la censura riguarda il sistema di controllo centralizzato che lo Stato esercita, ed io non sono nessuno per oppormi a questo sistema. Quello che posso fare però è non smettere di scrivere, di criticare e di pensare liberamente, dentro e fuori i confini del mio Paese. Rinunciare al mio lavoro e al mio impegno, questo sì, sarebbe pericoloso, non la censura che resta uno strumento alla fine sterile.
Del resto non sono riuscito e penso che mai ci riuscirò a rinnegare l'amore per la mia terra. Parigi mi ha concesso respiro, tempo e spazio per riflettere, lo riconosco, mi ha dato la possibilità di conoscere molti scrittori, di crescere sotto il profilo umano e culturale, ma resto ancora fortemente attaccato alle mie origini. E quando parlo di "origini" non mi riferisco ad una terra circondata da confini, e non voglio esaltare un valore nazional-identitario.
No, la parola "origini" per me ha un valore ben più vasto e profondo, vuole indicare uno spazio ideale dove sia possibile condividere i valori umani, uno spazio che si muove, cambia, non è ben definito geograficamente, anche se resta impregnato di algerinità. Per algerinità intendo il riflesso della la ricchezza e della varietà che hanno fatto la storia del Paese in cui sono cresciuto.
Mi spieghi meglio, allora, il suo concetto di "algerinità".
L'algerinità, il riconoscersi come algerino, è parte della mia memoria. La memoria è costituita da più strati sedimentati, l'uno sopra l'altro, e all'apparenza solo l'ultimo stato sembra visibile, ma, come nel caso dell'iceberg, quello che resta nascosto al di sotto è ben più vasto e profondo ciò che è esposto.
Bisogna dunque sforzarsi per arrivare fino ai primi strati, quelli che si trovano più in basso, bisogna essere pronti a scavare per recuperare la nostra memoria nella sua interezza e per far valere la ricchezza e la profondità della nostra cultura.
Io ho cercato di farlo, per esempio attraverso al mio incontro con l'Emiro Abdelkader o con Cervantes, recuperando tutto quello spazio di condivisione storicamente esistito tra il contesto algerino e la cultura spagnola. E' un esempio, uno spunto che spero possa essere seguito e ripreso.
Quello che voglio dire è che la memoria non è uno spazio chiuso e rigido, bensì costantemente aperto, pronto ad espandersi e sempre capace di stupirci e regalarci belle sorprese. E' un concetto che resta legato saldamente a quello di identità. Consapevole della profondità e della vastità della memoria, dunque, io rivendico un'identità molteplice.
Fino ad ora, in quanto algerino, sono stato definito arabo-musulmano, ma questo cosa vuol dire? Vuol dire che appartengo ad una certa razza, tra virgolette, e ad una certa sfera religiosa? Prima di tutto rifiuto la classificazione razziale, che considero estremamente pericolosa. Se la parola "arabo" si riferisce al contesto culturale, allora sì, posso accettarla, ma se richiama una appartenenza razziale no.
Tuttavia, anche nel caso in cui considerassimo la parola "arabo" in senso culturale, non potrei ugualmente accontentarmi. Tutto ciò che ha fatto parte della storia di questa terra che oggi chiamiamo Algeria fa parte anche della mia identità; in me è presente l’elemento spagnolo, quello francese, quello arabo e quello berbero (mia madre è amazigh).
Quello a cui abbiamo assistito dall'indipendenza fino ad oggi, invece, è esattamente il contrario. I caratteri identitari si sono rafforzati, su basi esclusive, fondandosi sulla separazione e non sul contatto.
Allora chi si richiama all'identità berbera rifiuta l'arabo e chi si richiama all'identità araba rifiuta il berbero, chi si definisce algerino rifiuta tutto quello che riguarda la Francia, negando una contaminazione che di fatto c'è stata ed ha lasciato le sue tracce. Su queste basi non è possibile costruire uno Stato e tantomeno un'identità che aspiri a definirsi veramente nazionale.
In Algeria sono stati compiuti troppi errori, troppe semplificazioni, che hanno impedito l'emergere di questo patrimonio comune.
"L'Algeria è un paese colpito da amnesia, è privo di senso critico", sono parole pronunciate da Hsissen, uno dei protagonisti di Don Chisciotte ad Algeri. Quando parla di "amnesia" si riferisce all'oblio di cui resta ancora vittima il popolo algerino, privato della conoscenza delle sue vere radici, della sua memoria?
Un popolo ha la sua essenza in sé, resta in ogni caso un prodotto della storia, un prodotto complesso, attraversato da differenti culture, differenti religioni, che ha subito influenze, scambi, dominazioni e conquiste. O si è capaci di assorbire tutto questo, trasformandolo in un fattore di forza, in un valore aggiunto, oppure si sceglie la via più breve e meno dispendiosa, quella delle semplificazioni.
Questa seconda soluzione conduce direttamente all'amnesia, cioè porta a dimenticare che a partire da un certo momento è stata fatta tabula rasa. Se l'Algeria avesse avuto la volontà di plasmare un'identità inclusiva, l'islamismo non avrebbe trovato un terreno tanto fertile in cui espandersi e sarebbe rimasto un fenomeno largamente minoritario.
A cosa hanno portato cinquant'anni di indipendenza? Cosa si ottiene quando si cancella la memoria e si fa piazza pulita di tutto quello che non concerne l'arabità e l’islam? I risultati atroci sono ancora davanti ai nostri occhi, le violenze che hanno insanguinato il paese non potranno essere dimenticate facilmente, anche se una nuova "amnesia istituzionale" - chiamata "riconciliazione" - vuol farci credere il contrario.
In allegato il testo integrale dell'intervista.
3 maggio 2012
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| L'Algeria di Waciny Laredj tra letteratura, identità e memoria (intervista completa).pdf | 635.72 KB |

La campagna elettorale per le elezioni legislative che si terranno il prossimo 10 maggio sembra svolgersi in un clima di apparente indifferenza. Ma il paese è vivo. A dimostrarlo le numerose mobilitazioni sociali che rivendicano una più equa ridistribuzione degli enormi proventi che il regime trae dalla vendita delle risorse energetiche.